Roma, 5 febbraio 2026
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Don Andrea Santoro, vent’anni dal martirio: una messa per non dimenticare

La celebrazione sarà presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina e animata dal Coro della diocesi di Roma diretto da mons. Marco Frisina

di Gianluca DoderoULTIMO AGGIORNAMENTO 52 minuti fa - TEMPO DI LETTURA 4'

Il 5 febbraio 2026 ricorre il ventennale del martirio di don Andrea Santoro, il sacerdote italiano ucciso nel 2006 a Trabzon (Trebisonda) mentre era inginocchiato con la Bibbia nelle mani nella chiesa di Santa Maria.

Per ricordare il 20° anniversario della sua morte, giovedì 5 febbraio 2026 alle ore 18:30 sarà celebrata una Messa solenne nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio a Roma – la chiesa in cui il sacerdote fu parroco prima della sua partenza per la Turchia.

In preparazione all'evento

La celebrazione sarà presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina e animata dal Coro della diocesi di Roma diretto da mons. Marco Frisina. Questa liturgia non è solo un momento di memoria, ma l’occasione per rilanciare la testimonianza di don Andrea come esempio di presenza, dialogo e carità nella Chiesa e nella società.

In preparazione all’evento, un gruppo di pellegrini, tra cui la sorella di don Andrea, si è recato in questi giorni a Trabzon per pregare e commemorare il sacrificio del sacerdote nella stessa città dove ha dato la vita.

La storia di don Andrea Santoro

Don Andrea Santoro non è stato solo un martire: è stato un pastore che ha vissuto una fede incarnata nel quotidiano, capace di costruire ponti di comprensione tra culture e religioni diverse. Nella prefazione al libro Don Andrea Santoro. Un prete tra Roma e l’Oriente, lo storico Andrea Riccardi descrive così il suo stile pastorale e la sua presenza a Trebisonda:

«Don Andrea fa il prete nel suo piccolo gregge… La presenza di Santoro in Turchia è l’espressione del genio cattolico per cui il quasi nessuno diventa qualcuno. Lui traccia un modo nuovo di dialogo, che è antico, che è da prete e da cristiano: abitare vicino, essere se stesso, aprirsi agli altri con simpatia, cercare l’umano al di là della gabbia ideologica e psicologica della religione. Non si illude di capovolgere la situazione, ma va avanti passo dopo passo, incontro dopo incontro… il suo fare mi ricorda un’espressione dell’abbé Monchanin proprio riguardo al dialogo: parlava di ‘pazienza geologica’».

Queste parole illustrano non solo la scelta di Santoro di vivere accanto a chi soffre, ma anche un modo di presenza basato sulla semplicità, sulla costanza e su un dialogo che supera le categorie rigide della religione per ritrovare l’essenziale umano condiviso.

Gli scritti e il pensiero del martire

Nei suoi scritti, raccolti nelle Lettere dalla Turchia, emergono ulteriori riflessioni profonde sul senso del dialogo e della carità. In una lettera del 23 aprile 2002, poco dopo l’11 settembre, Santoro osservava:

«Ho capito che questo è importante: fermarsi, entrare nelle porte che ti si aprono e tenere aperta la propria perché altri entrino… La ferocia distrugge, la carità vivifica. La ferocia divide, la carità unisce… La ferocia non teme di uccidere, la carità non teme di dare la vita».

E in una lettera datata 22 gennaio 2006, poche settimane prima della sua morte, scriveva:

«Dirsi ‘ti vogliamo bene’, dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce… Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi»?
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