
La Casa del Jazz di Roma chiude la stagione degli scavi senza il ritrovamento di resti umani e senza sviluppi rilevanti sul piano investigativo.
L’annuncio è arrivato il 15 aprile nel corso di un punto stampa in Prefettura, dove il prefetto della Capitale Lamberto Giannini ha fatto il punto sulle verifiche avviate lo scorso 13 novembre nell’area di Villa Osio, bene oggi destinato a uso pubblico.
Secondo quanto riferito dal prefetto, all’esito delle attività «non sono stati rinvenuti elementi che hanno portato novità rilevanti da un punto di vista investigativo». Durante gli scavi sono state repertate ossa di animali, mentre un antropologo ha escluso che si trattasse di resti umani. Sono state inoltre trovate bottiglie, sulle quali verranno effettuati ulteriori accertamenti.
Le operazioni erano state decise in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica con l’obiettivo di ispezionare alcune cavità mai esplorate all’interno dell’area.
Il sospetto iniziale era che quei cunicoli potessero custodire elementi utili a fare luce su alcuni dei grandi misteri della cronaca nera italiana, in particolare sulla scomparsa del giudice della Corte d’appello Paolo Adinolfi, avvenuta nel 1994, e sul caso di Emanuela Orlandi.
Nel corso dell’incontro, Giannini ha definito gli scavi «un’attività doverosa», spiegando che non era possibile lasciare senza verifica un’area sotterranea mai esplorata in un bene confiscato alla criminalità organizzata e oggi aperto al pubblico. «Per civiltà giuridica non si poteva lasciare un punto interrogativo», ha detto il prefetto, ricordando come il nome di Emanuela Orlandi sia stato più volte accostato alla Banda della Magliana e come la sparizione del giudice Adinolfi resti ancora senza risposta.
Sul piano tecnico, Giannini ha spiegato che durante le attività sono stati scavati ulteriori 15 metri, fino a collegarsi con un altro sistema di gallerie raggiunto per altri 10 metri, per un totale di 25 metri di scavi sotterranei. Ulteriori verifiche hanno riguardato anche un pozzo interrato, con esito analogo. «Riteniamo di non aver trascurato nulla. Non so se si riuscirà mai ad avere risposte ma è dovere dello Stato tentare di darle», ha aggiunto.
Al punto stampa erano presenti anche l’ex magistrato Guglielmo Muntoni, il comandante provinciale dei vigili del fuoco Adriano De Acutis, i rappresentanti della Fondazione Casa del Jazz, Lorenzo Adinolfi, figlio del magistrato scomparso, e Pietro Orlandi, fratello di Emanuela.
Muntoni ha spiegato che «avevamo un dubbio ed era giusto fare queste importanti verifiche», aggiungendo di restare convinto che quella galleria sia stata utilizzata «per nascondere qualcosa», pur senza essere riusciti a chiarire cosa. Pietro Orlandi ha invece detto di non aver mai pensato di trovare lì i resti della sorella, ma di aver ipotizzato che quel luogo potesse essere stato usato per nascondere temporaneamente Emanuela o eventuali oggetti riconducibili a lei.
La vicenda si intreccia con la storia stessa della struttura. Il progetto Casa del Jazz è nato durante la consiliatura del sindaco Walter Veltroni, dopo la confisca della villa appartenuta a Enrico Nicoletti, boss della Banda della Magliana, e la successiva assegnazione al Comune di Roma.
Proprio questo passato ha reso gli scavi particolarmente delicati sotto il profilo simbolico e investigativo.
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