
Nel 2018 Barbara D'Astolto, ex hostess, fu vittima di molestie da parte di un sindacalista della Cisl. Nonostante la sua testimonianza dettagliata e il trauma subito, l’uomo fu assolto in primo e secondo grado, con la motivazione che i «venti secondi di paura» fossero da interpretare come consenso. Una decisione che ha sollevato forti polemiche e che ora è all'esame della Corte di Cassazione.
La situazione lavorativa di Barbara era ormai insostenibile quando il sindacalista le propose un incontro privato nella sede del sindacato, per esaminare alcuni documenti. La sede, situata in una zona laterale dell'aeroporto, era deserta al momento dell'incontro, poiché lui arrivò con due ore di ritardo, quando ormai era buio. Aprì la porta e la fece entrare nel suo ufficio, chiudendolo a chiave.
Seduta su una sedia mentre leggeva i documenti, l’uomo la baciò sul collo, le mise le mani sul seno e, infine, arrivò agli slip, cercando di sollevarla con violenza.
A piazza Cavour, quasi un centinaio di donne si sono radunate davanti alla Corte di Cassazione per chiedere giustizia per Barbara D'Astolto. Il sit-in, organizzato dall'associazioneDifferenza Donna, ha lanciato un messaggio chiaro: è inaccettabile che venti secondi di paura vengano interpretati come consenso. Durante la manifestazione, sono stati esposti cartelli e striscioni con frasi forti e dirette: «Senza consenso è violenza», «Con le spalle al muro non è lavoro sicuro», «#neanche20secondi», e «Se la molestia non è reato, la legge la scrive il patriarcato», per denunciare la vulnerabilità delle donne nei luoghi di lavoro e l'urgenza di un cambiamento culturale e normativo.

Gli striscioni esposti alla manifestazione (La Capitale)
In un'intervista a La Capitale, Barbara D'Astolto ha raccontato la sua esperienza con amarezza: «Ogni volta che c’è un’udienza, dormo poco e male», ma dopo ogni incontro in tribunale cerca di rilassarsi. Dopo due assoluzioni, ammette di non farsi più illusioni: «Mi aspettavo che in secondo grado la sentenza venisse ribaltata, ma non è successo. Ho smesso di aspettarmi qualcosa, per non rimanere ancora delusa». Quando le viene chiesto cosa direbbe alle altre donne, risponde con sincerità: «So che dovrei dire di non arrendersi, ma non sarei sincera. In questi anni ho pensato tante volte: “chi me l’ha fatto fare?” “Se tornassi indietro, non lo rifarei”». La sua rabbia è rivolta all'ingiustizia, alla continua ricerca di attenuanti per chi commette violenza, mentre le vittime non ricevono alcuna considerazione.
Barbara, madre di due figlie, è determinata a proseguire la sua battaglia, consapevole che il suo caso potrebbe segnare un cambiamento per le donne in Italia. La difficoltà di farsi credere nei tribunali, e il fatto che la sua reazione ritardata è stata usata contro di lei, rappresentano una realtà dolorosa per molte donne che denunciano violenze.
Valentina Melis, testimonial di Differenza Donna, ha partecipato alla manifestazione e ha sottolineato l'importanza di educare al consenso fin dalla giovane età. «Oggi ci sentiamo tutte Barbara», ha dichiarato, riferendosi alla difficoltà che tutte le donne affrontano nel far valere i propri diritti. Ha ribadito che la violenza contro le donne ha radici culturali nel patriarcato e ha sollecitato un cambiamento profondo.
Nel giugno 2024, il sostituto procuratore generale di Milano, Angelo Renna, ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di appello, sostenendo che non si può stabilire la presenza di violenza sessuale in base alla velocità della reazione della vittima. Teresa Manente, avvocata di Differenza Donna, ha affermato: «Spero che questa sentenza venga annullata. La Convenzione di Istanbul è chiara: è il consenso a fare la differenza. Senza consenso, è sempre stupro».
La decisione della Cassazione avrà un impatto significativo sulla giustizia italiana, e il caso di Barbara D'Astolto non riguarda solo lei, ma tutte le donne che denunciano violenza e si trovano a dover dimostrare di non aver dato il consenso, anche quando la paura le paralizza.
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