La Magliana torna al centro delle cronache cittadine per occupazioni abusive, roghi tossici e degrado diffuso. Tra palazzi dell’Inps occupati, accampamenti sotto il viadotto e incendi di rifiuti, voluti o meno, che rilasciano fumi nocivi nell’aria, i residenti denunciano una situazione insostenibile.
A farsi portavoce delle istanze è il Comitato Magliana contro il degrado, guidato da Paolo Rendina, che nelle ultime settimane ha lanciato una petizione online raccogliendo oltre 2.500 firme.
«Sono nato e cresciuto qui e da trent’anni faccio politica in questo quartiere – spiega Paolo Rendina – ma oggi la battaglia non ha colore politico: è una questione di salute e legalità. I roghi di plastica e materiali di scarto rilasciano diossine, siamo costretti a vivere con le finestre chiuse. Non si tratta di etnia o religione: chi brucia rifiuti mettendo a rischio la salute pubblica è un criminale».
Il comitato ha già inviato una diffida formale a tutte le autorità competenti – Regione Lazio, Comune di Roma, Asl, Arpa, Prefettura, Carabinieri, Vigili del Fuoco – denunciando come nessuno si assuma una responsabilità diretta, pur essendo chiaro il rischio per i cittadini.
Le problematiche denunciate non riguardano solo i roghi. Da anni il quartiere fa i conti con appartamenti (Enplas, Inpdai, Inpdap e Inps) occupati abusivamente e con famiglie, provenienti principalmente dal Perù, trasferitesi anche dentro l’ex scuola 8 marzo.
A questo si aggiungono gli accampamenti stanziali sotto il Viadotto della Magliana e il campo rom nel parco adiacente, su cui la Regione Lazio ha avviato un intervento di sgombero poi interrotto.
Il 25 luglio la Regione ha dato il via a un sgombero del campo rom al Parco della Magliana, finanziato con fondi del Giubileo. Secondo la Regione, le strutture demolite erano tre baracche in materiale di scarto e l’area era sotto sequestro, senza persone presenti al momento dell’intervento.
Una versione che però contrasta con quella dell’Associazione 21 luglio, che ha denunciato lo sgombero come «un evento di una gravità inaudita», sostenendo che 36 persone, tra cui diversi bambini, sarebbero state lasciate senza un’alternativa abitativa. Da qui la decisione di rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), che ha chiesto chiarimenti al governo italiano.
Il tema aveva sollevato non poche polemiche, a cui la Regione aveva risposto con una nota afferente «al presunto sgombero di via Asciano», secondo cui «la gestione delle questioni abitative relative a nuclei familiari di persone senza fissa dimora spetta agli Uffici comunali preposti».
Insomma, in risposta alla richiesta della CEDU la Regione si era mossa per spiegare che lo sgombero fosse stato attuato sulla base dell'intervento per «il ripristino della funzionalità degli argini del Tevere» in un'area «sotto sequestro dalla Procura a causa di reiterati e pericolosi incendi dolosi causati dallo sversamento di rifiuti di ogni tipo nell’area», senza nessuna persona - tra i residenti - presente al momento dell'avvio dell'operazione.
Nel frattempo il comitato dei cittadini insiste: «Non possiamo più tollerare roghi tossici e discariche abusive sotto le nostre case», racconta Rendina. «Se le istituzioni continueranno a tacere, siamo pronti a scendere in piazza per difendere i nostri figli e il nostro territorio».
Un appello che fotografa una frattura sempre più profonda tra i residenti della Magliana e le istituzioni, con il rischio che il quartiere resti ostaggio di emergenze ambientali e sociali senza risposte concrete.
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