Roma, 29 agosto 2025
Attualità

Toponomasticamente Testaccio

di Alessandro Monteverdi

di Alessandro MonteverdiULTIMO AGGIORNAMENTO 15 giorni fa - TEMPO DI LETTURA 10'

Nel primo episodio di «Toponomasticamente Roma», ti ho promesso di raccontare lo spirito di ogni quartiere della nostra città, attraverso i nomi delle strade e i suoi luoghi simbolo. Oggi iniziamo con il rione Testaccio, sì perché a Roma alcuni quartieri si chiamano rioni: le antiche suddivisioni del centro storico di Roma. Nate già in epoca imperiale, i cosiddetti regiones, sono state ridefinite nel Medioevo ed in epoca rinascimentale. Originariamente erano 14, il primo Monti e il 14° Borgo, ma con il tempo sono diventati 22, gli ultimi nel 1921, tra questi, Testaccio, oltre a San Saba e Prati.

Cominciamo dai rioni perché lì troviamo le radici di questa nostra città. Promesso, faremo anche i quartieri Monteverde, Trieste e Coppedè e tanti altri ma più in là.

Perché Testaccio, il rione XX? Mi viene comodo fartici fare un giro, venendo da casa mia; perché lì è nata l’AS Roma, «core de sta città»; con Testaccio, partiamo sicuramente dalla faccia popolare della città e, anche questa, può essere una buona motivazione.

Le prime tracce di Testaccio? Intorno al 1870, quando Roma cambia volto: da città «soporiferamente» papalina prova a trasformarsi in città moderna «simil industriale». Perciò, un quartiere nuovo per ospitare gli operai del porto fluviale, del Mattatoio e degli opifici di Ostiense. A Testaccio, quindi, niente poeti, santi e navigatori, piuttosto, di macellai, scaricatori e muratori, per costruire la nuova Capitale del Regno d’Italia.

Testaccio, dal Monte omonimo, la collina artificiale formata nei secoli da milioni di frammenti di anfore rotte (testae, in latino), usate per il trasporto di olio e altri beni via fiume nell’antica Roma. I suoi confini? Il rione è un triangolo molto irregolare delimitato, a nord-est, da via Marmorata e da via Caio Cestio, a sud via del Campo Boario e ad ovest da lungotevere Testaccio.

Da dove iniziamo il giro, rigorosamente a «fette»? Partiamo da piazza dell’Emporio, l’entrata del rione, venendo da Trastevere. Qui, fino al 2012, svettava la Fontana delle Anfore di Pietro Lombardi, architetto romano che, tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, ha progettato ben 9 fontane per altrettanti rioni di Roma – vedrai le conosceremo nelle prossime puntate. Oggi la fontana ha lasciato un grande vuoto nella piazza ma la trovi in piazza Testaccio, al centro del rione, dove era stata originariamente collocata, nel 1927.

Da lì, dritto per dritto, cammini lungo via Marmorata, chiamata così perché, già in epoca romana, ci transitavano i blocchi di marmo provenienti dal porto fluviale, utilizzati nei cantieri monumentali del centro. Alla tua sinistra, costeggi le pareti dell’Aventino, con le sue misteriose costruzioni, che sai appartengono ai Cavalieri di Malta, il Sovrano Ordine Militare: un tempo – come i Templari – difendevano il Santo Sepolcro e assistevano i pellegrini in Terra Santa, oggi sono impegnati in attività umanitarie in tutto il mondo. Da quella parte, non puoi non buttare un occhio al Ristorante Consolini, dove la cucina romana classica si acchitta. Ci sei affezionato perché, da lì, il 17 giugno 2001, si affacciarono i campioni d’Italia di Roma giallorossa.

Sulla destra, invece, tanti negozi. I tuoi preferiti: Gianfornaio, che, da non molto, ha portato a sud i sapori di Roma nord; Volpetti, una pizzicheria gourmet che da anni serve le famiglie di rango del quartiere Aventino – San Saba; Perilli dove «ce vai pe’ magnà» ma, anche, «pe’ fatte perdonà», visto «quello che te bevi e te magni»; stesso menu dal 1911: cacio e pepe, amatriciana, carbonara e rigatoni alla pajata, ma anche nervetti, trippa, pollo con i peperoni e coda alla vaccinara, unta come un tempo.

Sei arrivato all’angolo con via Luigi Galvani (1737–1798), medico italiano, famoso per aver scoperto l’elettricità animale: vedendo che i muscoli delle rane si contraevano se toccati da metalli conduttori, tirò fuori l’idea che nei corpi animali scorresse una forza elettrica interna. La sua scoperta fece litigare per anni gli scienziati tanto che Alessandro Volta (1745–1827), – la via a lui dedicata, manco a fallo a posta, è proprio lì dietro – in disaccordo, inventò la pila. A tutti e due la gloria di un lascito. Luigi alla lingua italiana: «galvanizzare» nasce proprio da lui. Alessandro alla scienza: la tensione si misura in volt.

Lì, all’angolo con via Galvani, verso la Piramide Cestia, non ti può sfuggire la caserma dei Vigili del Fuoco Alberto De Jacobis, dedicata al vice-brigadiere ucciso il 10 settembre 1943, a Porta San Paolo, durante gli scontri per la liberazione di Roma dai Nazisti.L’edificio, semicircolare, fatto di blocchi di pietra sporgenti e irregolari, tecnicamente in bugnato rustico, ha sette grandi portoni a ventaglio per i mezzi, una torre di avvistamento e dettagli decorativi, con elmi e asce da pompiere. Al suo interno, oltre agli autobus antincendio, officine per la manutenzione dei mezzi e il Museo «Roma, Città del Fuoco», con cimeli storici, ricostruzioni di incendi celebri e ambienti interattivi. Prenotando, puoi visitarlo: scrivi a museostorico.roma@vigilfuoco.it, o telefona allo 06 5781495 o 06 46722237, le domeniche e i festivi, è chiuso.

Superata la caserma, nella stessa direzione via Marmorata, sulla sinistra un modesto ufficio postale in marmo, con le colonne degne del Partenone. Progettato da Angiolo Mazzoni, lo stesso architetto delle poste di viale Mazzini, mostra lo stile solido e sobrio del razionalismo fascista.

Prosegui fino all’angolo con via Caio Cestio, di fronte la Piramide Cestia, giri a destra e, sempre sulla destra, costeggi il borghetto di via Paolo Caselli: mix di casette stile borgata anni ’50 e diversi opifici in fila, ormai abbandonati. Difronte, sul lato sinistro della strada, il Cimitero Acattolico dove, tra i tanti non cattolici, riposa anche l’illustre poeta romantico inglese John Keats, un tipo «romanticamente tragico»: sulla sua lapide leggi «Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua».

Alla fine della strada, sbuchi su via Zabaglia e, tornando verso il centro, dopo meno di 100 metri imbocchi via di Campo Boario. Se ti volti, però, vedi un grande spazio aperto pieno di erbacce; per più di metà dei romani è un sacrario: i resti del primo stadio stabile dell’AS Roma. Ci giocò tra il 1929 e il 1940, quando poi si trasferì allo Stadio Flaminio.

Prendendo invece via del Campo Boario ti fai un giro intorno al Monte dei Cocci, 36 metri di altitudine; alla base, da decenni, vecchi ruderi sono stati trasformati in locali, che hanno animato la movida romana negli anni ’80. Avanti, sulla sinistra, i box che ospitano i cavalli delle «botticelle», quelle carrozze che girano ancora per Roma, portando turisti. Avresti sempre voluto farci un giro, se non fosse stato per i 150 «euri», necessari per saltellare sui sampietrini della tua città.

Proseguendo, sempre sulla sinistra, ecco l’ex Mattatoio. Non più «fabbrica delle bistecche romane» ma sede del MACRO, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, della facoltà di Architettura, e della futura «Città delle Arti», che sostituirà la vecchia Città dell’Altra Economia, che voleva salvare il mondo con il consumo «bio-equo-solidale». Diversamente, la nuova creatura vuole creare uno spazio dedicato alla bellezza: arte, architettura e cultura urbana.

Alla fine di via del Campo Boario, imbocchi dritto per dritto via di Benjamin Franklin (1706–1790), lo straniero del villaggio: inventore, scienziato, scrittore, politico, filosofo e, last but not least, quello sulla banconota da 100 dollari.

Passata via Galvani, sulla destra, il nuovo mercato di Testaccio, «quasi salotto»: mentre compri i carciofi e fai un aperitivo bio, con vista sul box del macellaio. Comunque le scarpe non le sporchi. Sulla sinistra, sempre il solito ex Mattatoio (la parte occupata dalla facoltà di Architettura), ma dura poco. Per attivare al Lungotevere, giri a sinistra e imbocchi via Aldo Manunzio, l’editore del Rinascimento che inventò il libro tascabile.

Alla fine della via, azzardando un paragone improbabile tra il libro tascabile di Manunzio e Kindle di Bezos, verrebbe da girare a sinistra, attraversare ponte Testaccio e tornare a casa. Il viaggio nel rione Testaccio, però, non è finito: c’è da percorrere lungotevere Testaccio verso piazza Venezia, facendo qualche puntatina nel suo cuore popolare: piazza Santa Maria Liberatrice e piazza Testaccio. La prima ci vai girando per via Vincenzo Rubattino (1810–1881), quell’imprenditore genovese che mise a disposizione le sue navi per la spedizione dei Mille. Una via più da Monteverde – Gianicolo forse, ma pesci fuor d’acqua ce ne sono anche in toponomastica. Oggi diresti un finanziatore occulto del nostro Risorgimento. Un eroe per il nuovo Regno d’Italia e un pericoloso terrorista per il Re di Borbone. Al numero 5 passi davanti al Teatro Petrolini, uno dei 4 teatri del rione.

Arrivi sulla piazza e subito, sulla destra, non ti sfugge la Chiesa: costruita tra il 1906 e il 1908, su progetto di Mario Ceradini, in stile neoromanico, con influenze bizantine, venne eretta per servire la popolazione operaia del neonato quartiere. Girando sulla destra, dall’altro lato del giardino al centro della piazza, vedi il Teatro Vittoria: il «teatro di tutti, per tutti», un’istituzione. Completano l’offerta culturale del rione altri tre spazi: il Cinema Greenwich, di via Giovanni Bodoni – direttore della Tipografia Reale di Parma, inventore del carattere tipografico Bodoni, che ancora oggi trovi nelle pubblicazioni più raffinate – il Teatro Testaccio di via Romolo Gessi – esploratore, militare, cartografo e antischiavista che partecipò a missioni militari e spedizioni geografiche, ma anche lotte contro il traffico di schiavi nel Sudan meridionale – e il Teatro Cometa Off di via Luca della Robbia – uno degli scultori più innovativi del Rinascimento italiano, quello dei rilievi del Campanile di Giotto a Firenze.

Camminando verso via Marmorata, sempre sul lato sinistro della piazza, trovi una delle pizzerie più famose di Roma: Da Remo, altra icona testaccina: forno a legna, tavoli sempre pieni, atmosfera rumorosa ma autentica e, soprattutto, pizza bassa, croccante e bruciacchiata al punto giusto, come piace a noi di Roma.

Sempre sulla piazza, andando via verso via Marmorata, incontri via Mastro Giorgio. All’Anagrafe Giorgio Andreoli, grande artista ceramista del Rinascimento umbro. Inventò una tecnica raffinata per decorare ceramiche con riflessi dorati e metallici. Se segui la strada lungo la tua destra, arrivi a piazza Testaccio: un tempo ospitava il mercato storico all’aperto, oggi elegantemente ristrutturata, con la Fontana delle Anfore al centro, continua a rappresentare un simbolo testaccino. Al civico 35, ospita una novità: Foodie Freshmarket, il fruttivendolo 2.0, dove se entri ti senti un po’ come da Whole Foods Market, a New York. Per dissetarti con qualcosa di più tradizionale, ti aspetta il grattacheccaro di via Giovanni Branca, angolo via Alessandro Volta.

Stanco, vuoi tornare a casa, e ti avvii verso ponte Sublicio, per prendere il tram e tornare verso Monteverde. Ripercorri a ritroso, come Pollicino, via Mastro Giorgio, fino a tornare su lungotevere Testaccio. A sinistra, sempre il Tevere: non vedi ma, ci credi, ti gusti i soliti platani, senza i quali non può esistere un lungotevere che si comandi. Riconosci piazza dell’Emporio, da dove hai iniziato il tuo Testaccio Tour. Hai solo un’ultima domanda in testa, di toponomastica, ovviamente. Perché Emporio? Lì c’era l’antico porto fluviale di Roma, l’Emporium appunto, dove arrivavano le merci provenienti da tutto il Mediterraneo che, una volta sbarcate nei porti di Ostia e di Traiano – oggi diresti di Fiumicino – erano poi smistate nei mercati cittadini. Senti la campanella del tram e ti accorgi che, se non ti sbrighi, lo perderai. Un ultimo sguardo a Consolini: ancora l’immagine del 17 giugno 2001 che scalda il tuo cuore giallorosso. Saluti Testaccio, con l’augurio che presto quel giorno di quasi un Giubileo fa, si ripeta presto.

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