
Lunedì mattina, mentre il volo papale diretto ad Algeri sorvolava il Mediterraneo, a Washington si consumava una rottura diplomatica senza precedenti tra gli Stati Uniti e la Santa Sede.
Tutto è iniziato con un post pubblicato da Donald Trump sulla piattaforma Truth Social, in cui il tycoon ha accusato Papa Leone XIV di essere «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera».
L’attacco non è rimasto isolato infatti poche ore dopo, parlando ai giornalisti davanti alla Casa Bianca, Trump ha rincarato la dose rifiutando ogni ipotesi di scuse e accusando il pontefice (il primo cittadino statunitense eletto al soglio di Pietro) di ostacolare la strategia americana contro il programma nucleare iraniano.
La colpa del primo pontefice nato negli Stati Uniti sarebbe, agli occhi del presidente, quella di aver esercitato il suo magistero. Denunciando l’escalation bellica con l’Iran, chiedendo la pace e opponendosi alla retorica della «distruzione di una civiltà». Tutti atti diventati, nel lessico trumpiano, prove di un tradimento.
In questo scontro frontale, la posizione più scomoda è quella di Giorgia Meloni. La premier italiana, che ha costruito la sua proiezione internazionale sul ruolo di «ponte» tra il sovranismo statunitense e le istituzioni europee, si è trovata costretta a rompere il protocollo della deferenza. Definire «inaccettabili» le parole di Trump non è solo stato un atto di difesa della cattolicità italiana, ma un segnale di profondo imbarazzo geopolitico.
Meloni sa che l’elettorato di destra vive una scissione identitaria, divisa tra l’ammirazione per l’uomo forte di Washington e il legame ancestrale con la figura del Santo Padre.
E quando Trump afferma sprezzante che «se io non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano», suggerendo un’elezione papale orchestrata in funzione anti-presidenziale, non colpisce solo un leader religioso. Colpisce l’autonomia stessa della Chiesa, trattandola come un ufficio distaccato del Dipartimento di Stato e, in quanto tale, possibile oggetto di critiche.
Ad alimentare le polemiche sulla figura del presidente è stata anche la diffusione di un’immagine generata dall’intelligenza artificiale in cui Trump appare in vesti bibliche mentre impone le mani su un uomo malato, circondato da una luce mistica. Interpellato dai giornalisti alla Casa Bianca, il capo di Stato ha cercato di derubricare la questione a un malinteso creato dai media: «L’ho pubblicata io, pensavo fosse un’immagine di me nei panni di un dottore, che aveva a che fare con la Croce Rossa, che sosteniamo».

Trump ha poi rivolto la sua rabbia contro la stampa, accusandola di aver deliberatamente interpretato il post come una rappresentazione di Gesù Cristo. «Solo le Fake News potevano inventarsi una cosa del genere. Appena l’ho sentita, ho pensato: “Come gli è venuto in mente?”. Era solo una foto di me come dottore che fa del bene alle persone, perché io faccio del bene alle persone». Nonostante la difesa, le critiche sono arrivate persino dai suoi sostenitori evangelici, che hanno trovato l’accostamento iconografico, anche se presentato come «medico», pericolosamente vicino alla blasfemia.
La vicenda del post «cristologico», poi rimosso, è in realtà pura occupazione dello spazio sacro. Il Papa non benedice la guerra contro Teheran e il Presidente si autoproclama curatore delle anime, investendosi, in senso strettamente medioevale, di una simbologia che persino i dittatori del novecento, come ricordato dallo storico delle religioni Massimo Faggioli, avevano evitato di profanare così apertamente.
L’accusa di essere «debole sulle armi nucleari» rivolta a un Papa non è poi un controsenso logico, ma una mossa politica efficace per il proprio elettorato. Trasforma la dottrina della pace in una minaccia alla sicurezza nazionale. Il fatto che persino il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sia intervenuto per difendere il Papa dalla «profanazione di Gesù» aggiunge una nota surreale a un quadro già distopico. Ovvero il fatto che sia l’Iran sciita che si erga a difensore della dignità cattolica contro l’America di Trump.
Leone XIV, dal canto suo, ha risposto con la calma della dottrina. Mentre sorvola l’Africa per un viaggio apostolico tra Algeria, Camerun e Angola, ha ribadito di non temere l’amministrazione Trump. «Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di parlare apertamente del messaggio del Vangelo», ha detto, segnando una linea di demarcazione netta: da una parte il realismo cinico di chi vede nel mondo solo alleati o nemici, dall’altra il multilateralismo di una Chiesa che rifiuta di farsi arruolare come cappellano del Pentagono.
Questa crisi segnala che il legame tra la destra populista e la gerarchia cattolica si è definitivamente spezzato. Se Leone XIV segue la scia di Francesco, che già nel 2016 definì Trump «non cristiano» per le sue politiche migratorie, Trump ha deciso di accelerare, trasformando il Papa nel nuovo «nemico del popolo».
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