
La protesta di Kilian Joao Carvo Faustino (a destra) e Lukman Cortoni (a sinistra)
«Ci voleva Hitler con voi». È uno dei commenti razzisti rivolti a Kilian Joao Carvo Faustino e Lukman Cortoni, due studenti di 21 e 19 anni, italiani di seconda generazione, finiti nel mirino dopo aver scritto una lettera pubblica contro la remigrazione.
Nel testo, i due ragazzi avevano posto una domanda semplice: «Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?». Un appello costruito sul loro vissuto, sulla scuola, sull’università, sulle famiglie e sulla paura di uscire il 13 giugno, giorno del corteo annunciato a Roma dal movimento Remigrazione e Riconquista.
Il caso si è acceso dopo la pubblicazione della lettera e dopo il video diffuso mercoledì mattina da Luca Marsella, portavoce nazionale di CasaPound, sull’account social di Remigrazione e Riconquista.
Nel filmato, Marsella ha invitato «quanti più italiani possibile» a partecipare al corteo indetto per sabato prossimo. La manifestazione partirà alle 15 da piazza della Libertà per raggiungere piazza Risorgimento, nel cuore del rione Prati.
Con l’occasione, il portavoce nazionale di CasaPound ha attaccato pubblicamente Kilian e Lukman. Nei commenti al video, decine di simpatizzanti e militanti delle formazioni di ultradestra hanno poi bersagliato i due studenti con insulti e frasi razziste.
Tra i commenti ricevuti compaiono frasi come «A casa tua in Africa», «Non siete italiani, avete un documento ma non il sangue» e, ancora, «Ci voleva Hitler con voi».
In un altro commento, rivolto alle seconde generazioni, si legge: «Mandiamoli via tutti, prime, seconde e terze generazioni, tanto da grandi diventano tutti gli stessi. È giusto che dal 13 giugno tremino».
Parole che, per Kilian e Lukman, confermano proprio la paura espressa nella lettera. I due studenti avevano scritto di non sentirsi sicuri a camminare per strada, ad andare a sostenere un esame o a uscire con gli amici «per le nostre origini e il colore della nostra pelle».
Ieri pomeriggio Kilian e Lukman hanno risposto con una protesta al Colosseo. I due studenti hanno stampato le ingiurie ricevute su un cartellone e lo hanno esposto pubblicamente, trasformando i commenti razzisti in una denuncia politica e civile.
«L’Italia è casa nostra. Studiamo qui, lavoriamo qui, paghiamo le tasse qui», hanno ribadito i due ragazzi.
Poi la risposta a chi li ha insultati: «Chi dovrebbe andarsene è chi non crede nella nostra Costituzione, nei valori di eguaglianza, pari dignità e antirazzismo».
Kilian e Lukman hanno quindi rilanciato una domanda: «Qualcuno vuole ancora spiegarci che non c’è un problema di razzismo in questo Paese?».
Dopo gli insulti, i due studenti hanno spiegato che la paura per il 13 giugno è aumentata. «Gli insulti che abbiamo ricevuto dimostrano che c’è tanta gente che la pensa come CasaPound», hanno detto Kilian e Lukman.
E ancora: «Per questo motivo sabato avremo ancora più paura di camminare per le strade di Roma, la nostra città».
La protesta di ieri anticipa la mobilitazione di sabato. Dal Colosseo, alle 15, partirà la manifestazione “Fuck remigration”, che arriverà in piazza Vittorio, a poca distanza dall’occupazione di CasaPound, nel frattempo impegnata a piazza della Libertà.
Al fianco di Kilian e Lukman ci sono anche i sindacati studenteschi e universitari. «Il 13 saremo in piazza al Colosseo contro il comitato della remigrazione e per ribadire che Roma è antifascista e antirazzista», spiega UDU-SU Sapienza.
Sulla stessa linea la Rete degli Studenti Medi di Roma: «Non c’è spazio per propaganda razzista nella nostra città, nelle nostre scuole, nelle nostre università».
Il caso di Kilian e Lukman si inserisce nel clima di tensione che precede il 13 giugno a Roma. Da una parte il corteo per la remigrazione promosso da Remigrazione e Riconquista, con partenza da piazza della Libertà e arrivo a piazza Risorgimento.
Dall’altra la mobilitazione antifascista e antirazzista che partirà dal Colosseo e raggiungerà piazza Vittorio. Per le realtà studentesche, gli insulti ricevuti dai due ragazzi mostrano il punto della protesta: non si tratta soltanto di contestare una parola d’ordine politica, ma di rispondere a una narrazione che colpisce direttamente studenti, lavoratori e cittadini italiani con origini migratorie.
Nella loro lettera, Kilian e Lukman lo avevano scritto chiaramente: il problema non è solo l’esistenza di certe idee, ma il momento in cui parole e messaggi di questo tipo iniziano a essere considerati normali. I commenti arrivati dopo la pubblicazione, per loro, sono la conferma di quella paura.
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