
Il fumo nero che ieri pomeriggio, martedì 21 luglio, aveva coperto il cielo del quadrante nord-occidentale di Roma è scomparso. Il giorno dopo il vasto incendio divampato tra via Aurelia, via dell’Acquafredda, via Gregorio XI e via della Maglianella, al posto delle fiamme rimangono colline annerite, tronchi carbonizzati e ampie distese di vegetazione trasformate in cenere.
Nell’aria volteggiano numerosi falchi, sospesi sopra il territorio attraversato dal fuoco. A terra, invece, i vigili del fuoco continuano a presidiare l’area. Piccoli focolai e fumarole riemergono ancora in alcuni punti fra le sterpaglie bruciate e vengono tenuti sotto controllo dalle squadre impegnate nelle operazioni di bonifica.
La mattina di mercoledì 22 luglio mostra con chiarezza l’estensione del rogo. La vegetazione che ricopriva la collina dell’Acquafredda è stata completamente distrutta in diversi punti. Il terreno è coperto da uno strato di cenere, gli arbusti sono anneriti e da alcune porzioni dell’area continuano ad alzarsi sottili sbuffi di fumo.
Sono i piccoli focolai rimasti attivi sotto la vegetazione, fra le radici o negli accumuli di materiale organico. Anche quando le fiamme principali sono state spente, infatti, rami, ceppi e parti del terreno possono continuare a bruciare lentamente e riaccendersi a distanza di ore, soprattutto in presenza di vento e temperature elevate.
Per questo motivo i vigili del fuoco sono ancora presenti sul posto. Le squadre controllano i punti più critici, bagnano il terreno e intervengono sulle fumarole per impedire che il fuoco possa riprendere forza.
Dall’alto, i falchi continuano a sorvolare la collina. Il loro movimento contrasta con l’immobilità del paesaggio sottostante, dove vaste porzioni di vegetazione sono state cancellate dal passaggio delle fiamme.
Le operazioni di spegnimento sono iniziate subito, nel pomeriggio di martedì 21 luglio, quando una colonna di fumo denso e scuro si è sollevata dalla zona compresa tra l’Aurelia e il Grande Raccordo Anulare, diventando visibile da diversi quartieri della Capitale.
Sul posto sono intervenute numerose squadre dei vigili del fuoco, coordinate dal direttore delle operazioni di spegnimento, insieme ai volontari della Protezione civile. Per contenere l’avanzata del fronte è stato impiegato anche un elicottero, impegnato in ripetuti lanci di acqua e sostanze estinguenti.
Il vento ha complicato le operazioni, alimentando le fiamme e spostando fumo e odore di bruciato verso i quartieri circostanti. Il fuoco si è avvicinato alle abitazioni, alle attività commerciali e alle aziende agricole presenti nella zona, dove alcuni titolari hanno bagnato i terreni con gli idranti per cercare di proteggere le proprie strutture.
Durante le ore più difficili dell’incendio alcune abitazioni sono state evacuate in via precauzionale. È stata fatta sgomberare anche una chiesa, mentre diversi negozi erano stati costretti a chiudere per l’avvicinarsi del fumo e delle fiamme.
La polizia locale di Roma Capitale ha disposto la chiusura della carreggiata di via Aurelia nel tratto compreso fra la stazione Aurelia e il Grande Raccordo Anulare, in direzione Ladispoli, con l'interdizione al traffico anche di via dell’Acquafredda e via Nazareth in entrambe le direzioni.
Non risultano persone ferite, ma il fuoco ha colpito una vasta area verde vicina alla riserva naturale dell’Acquafredda, lasciando dietro di sé danni che saranno visibili ben oltre la conclusione delle operazioni di spegnimento.
Il rogo dell’Aurelio si inserisce in una serie di incendi che in questi giorni stanno interessando numerose aree italiane. Nella stessa giornata di mercoledì 22 luglio, Greenpeace Italia ha richiamato l’attenzione sul progressivo allungamento della stagione dei roghi e sul ruolo della crisi climatica nel creare condizioni favorevoli alla propagazione delle fiamme.
«Gli incendi che in questi giorni stanno interessando diverse aree d’Italia sono l’ennesimo segnale di territori sempre più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. Quella a cui stiamo assistendo non è semplicemente un’estate difficile: la stagione dei roghi sta diventando più lunga e anticipata. Gli incendi sono uno dei segnali più evidenti di un clima che cambia».
A dichiararlo è Martina Borghi, esponente della campagna Foreste di Greenpeace Italia, commentando gli incendi che stanno colpendo varie regioni, fra cui la Sicilia, dove si sono registrate evacuazioni e danni a boschi, biodiversità e attività agricole.
L’organizzazione ambientalista sottolinea come l’origine degli incendi sia frequentemente legata alle attività umane, ma come il riscaldamento globale renda il territorio più secco e vulnerabile, permettendo alle fiamme di propagarsi con maggiore rapidità.
«In Italia l’innesco degli incendi ha spesso origine umana, ma è la crisi climatica a creare condizioni sempre più favorevoli alla loro propagazione, rendendo i roghi più intensi e difficili da gestire, con alte temperature, siccità e vento di scirocco che contribuiscono ad alimentare le fiamme e rendono più difficili le operazioni di spegnimento».
Condizioni simili a quelle che hanno complicato anche l’intervento sull’Aurelia, dove il vento ha alimentato il fronte del fuoco e trasportato il fumo verso le abitazioni e le strade del quadrante nord-occidentale della Capitale.
Secondo i dati di Effis, lo European Forest Fire Information System, il sistema europeo di monitoraggio satellitare gestito dal Joint Research Centre della Commissione europea nell’ambito del programma Copernicus, tra il primo gennaio e il 22 luglio 2026 in Italia sono andati in fumo 36.600 ettari di territorio.
Si tratta, secondo Greenpeace, di una superficie superiore di circa l’80 per cento rispetto alla media registrata nello stesso periodo fra il 2006 e il 2025, pari a 20.329 ettari.
Nell’Unione europea, al 15 luglio 2026, gli incendi avevano già interessato 167.326 ettari, un’estensione anche in questo caso superiore alla media dello stesso periodo degli anni precedenti.
Il Mediterraneo è considerato una delle aree maggiormente esposte agli effetti combinati dell’aumento delle temperature, della siccità prolungata e delle condizioni meteorologiche favorevoli alla diffusione degli incendi.
Secondo Greenpeace, di fronte alla maggiore intensità e frequenza degli incendi non è più sufficiente intervenire soltanto quando le fiamme sono già divampate. È necessario rafforzare la prevenzione, la manutenzione dei territori e il monitoraggio delle aree più vulnerabili.
«Servono politiche strutturali di gestione del territorio, dalla cura dei boschi al recupero delle aree rurali abbandonate, dal rafforzamento del monitoraggio alla preparazione delle comunità locali. Ma nessuna strategia di adattamento potrà essere sufficiente senza affrontare la causa alla radice: ridurre rapidamente le emissioni di gas serra e contrastare la crisi climatica che sta amplificando fenomeni estremi come gli incendi boschivi».
Nel giorno successivo al rogo dell’Aurelio, questo scenario più ampio si riflette nel paesaggio dell’Acquafredda. Non ci sono più la nube nera e il fronte di fuoco che avanzava verso le abitazioni. Restano però ettari di terreno annerito, piccoli focolai sorvegliati dai pompieri e un ecosistema improvvisamente trasformato.
Sopra la collina bruciata continuano a volteggiare i falchi. Sotto di loro, i vigili del fuoco controllano uno dopo l’altro gli ultimi punti caldi, mentre la terra coperta di cenere mostra quel che l’incendio ha lasciato dietro di sé.
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