Roma, 11 giugno 2026
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«Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?». La lettera di Kilian e Lukman in vista del corteo per la remigrazione del 13 giugno

Due studenti italiani scrivono contro la proposta di legge e raccontano la paura per il 13 giugno a Roma: «Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada»

di Giacomo Zito - TEMPO DI LETTURA 6'
Kilian e Lukman, i due studenti firmatari della lettera pubblica in vista del 13 giugno

Kilian e Lukman, i due studenti firmatari della lettera pubblica in vista del 13 giugno

«Cosa si prova quando qualcuno ti dice che la tua casa non è davvero casa tua?». È la domanda da cui parte la lettera di Kilian e Lukman, due studenti italiani che hanno scelto di intervenire pubblicamente contro la proposta di legge sulla remigrazione.

Nel testo, i due ragazzi spiegano di non aver mai pensato di dover «scrivere una lettera come questa» e, soprattutto, di non aver mai immaginato di dover spiegare perché appartengono al Paese in cui sono cresciuti. Ma il dibattito sulla remigrazione e la manifestazione annunciata a Roma per il 13 giugno li hanno spinti a rompere il silenzio: «Ci siamo resi conto che il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole».

Il 13 giugno a Roma

La lettera arriva nei giorni che precedono il 13 giugno, data in cui a Roma sono previste mobilitazioni contrapposte. Da una parte il corteo nazionale per la remigrazione, annunciato dal comitato promotore “Remigrazione e Riconquista”, con partenza alle 15 da piazza della Libertà, in zona Prati.

Dall’altra, sempre alle 15, è prevista la mobilitazione contraria promossa dal Coordinamento permanente Roma Città Antifascista, con appuntamento al Colosseo. Alla piazza contraria ha aderito anche l’ANPI provinciale di Roma, che nei giorni scorsi ha chiesto lo stop alla manifestazione sulla remigrazione, insieme ad altre 30 realtà associative antifasciste.

È dentro questo clima che Kilian e Lukman collocano il loro appello, motivato dal racconto di una paura concreta:

«La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle, e questo ci fa schifo».

«Non siamo uno slogan»

Kilian e Lukman rivendicano prima di tutto la propria storia. «Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. Non siamo una teoria da discutere in televisione», scrivono nella lettera.

Per loro, spiegano, la remigrazione non è una formula da talk show. È qualcosa che riguarda direttamente le famiglie, il futuro, la quotidianità. Quando sentono parlare di remigrazione, raccontano, pensano ai genitori che lavorano, alle bollette pagate, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per permettere ai figli di studiare e costruirsi opportunità migliori.

Uno dei due si prepara ad affrontare l’esame di maturità. L’altro studia psicologia all’università La Sapienza. Entrambi descrivono un’appartenenza fatta di scuola, amici, quartieri, campetti, lezioni, esami, tifo per la Roma e accento romano. Elementi ordinari, ma proprio per questo centrali nel loro ragionamento: l’Italia non è per loro un luogo esterno da osservare, ma il Paese vissuto «da dentro».

«Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?»

Il passaggio più forte della lettera riguarda la domanda che Kilian e Lukman rivolgono a chi sostiene la remigrazione. «Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è molto semplice: dove?».

E ancora: «Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa? Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più importanti?».

Nel testo, i due studenti insistono sul rischio di abituarsi a parole che fino a pochi anni fa avrebbero provocato indignazione. «Fa paura accorgersi che sempre più spesso si discute della vita delle persone come se si stesse parlando di numeri, statistiche o problemi da gestire», scrivono, ricordando che dietro quelle parole ci sono «ragazzi con un volto, una storia, dei legami».

Il richiamo alla Costituzione

La lettera richiama anche la Costituzione italiana. Kilian e Lukman citano l’articolo 3, quello sulla pari dignità sociale e sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, ricordando il peso storico e civile di quelle parole.

Per questo, spiegano, la questione non riguarda soltanto loro. «È una questione che riguarda tutti. Riguarda la qualità della nostra democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana e il futuro che vogliamo costruire insieme».

La chiusura è affidata a una domanda che sposta il discorso dal piano personale a quello collettivo: «Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?». Un’Italia che insegna ai ragazzi «a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire alla società in cui vivono», oppure un’Italia che continua a ricordare ad alcuni di loro che, «qualunque cosa facciano, per qualcuno non saranno mai abbastanza».

Per Kilian e Lukman, il punto è tutto qui:

«Il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a chiamare casa il luogo in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a essere messa in discussione, ma la libertà, la dignità e la coscienza di un intero Paese».
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