
Secondo le stime demografiche entro il 2030 la popolazione over 65 aumenterà di circa il 60 per cento. Un numero che innesca una riflessione su quanto siano efficaci e accessibili i percorsi di sostegno psicologico rivolti alle persone anziane. Infatti a Roma, nei servizi di salute mentale delle Asl, sta crescendo il numero di richieste di aiuto da parte di uomini e donne che si trovano ad affrontare cambiamenti legati alla perdita del lavoro, al mutamento del ruolo sociale e a una progressiva ridefinizione dell’identità personale.
In questo contesto si colloca la storia di Sergio (nome di fantasia), seguita dall’Asl Roma 3, quella che accoglie il bacino di utenze provenienti da Monteverde, Portuense e Ostia e che riflette una condizione sempre più diffusa in una società attraversata da precarietà economica e trasformazioni dei modelli di vita, cambiamenti dietro i quali non sempre si sta al passo.
Sergio vive a Roma con la moglie e tre figli ormai adulti. Per anni ha condotto una vita stabile, costruita attorno al lavoro e al ruolo di principale riferimento economico della famiglia. L’equilibrio si interrompe quando l’azienda per cui lavora fallisce e licenzia tutti i dipendenti.
La perdita dell’occupazione apre per lui una fase di disorientamento. Alla preoccupazione economica si aggiunge un senso di inutilità e di esclusione sociale. Sergio inizia a percepirsi come una presenza marginale, incapace di rispondere alle esigenze della famiglia e priva di un ruolo riconosciuto all’interno della società.
La reazione iniziale è l’isolamento. Sergio si chiude in sé stesso, evita il confronto, sente un senso si vergogna e fallimento. In quel momento momento decide di rivolgersi ai servizi di salute mentale.
«La storia di Sergio è emblematica e sempre più ricorrente negli ultimi anni», spiega la dottoressa Giulia Gregorini, psicologa e psicoterapeuta dell’Asl Roma 3. «Quando ha chiesto aiuto lo ha fatto con molta incertezza, vivendo una ferita emotiva legata al senso di fallimento, accompagnata da paure ipocondriache e dal timore di scoprire una malattia grave».
Essere disoccupato incide molto sulla percezione che Sergio ha di sé. Il confronto con il padre, vissuto come figura forte e sicura, peggiora il senso di inadeguatezza.
Invece la sua relazione di coppia è raccontata come stabile ma priva di spazi di intimità e condivisione. «La storia di Sergio mostra come i cambiamenti socio-culturali, la precarietà lavorativa e l’assenza di modelli alternativi possano amplificare vissuti di fragilità», osserva Gregorini. «L’identità maschile, soprattutto dopo i 60 anni, si trova spesso priva di riferimenti diversi da quelli tradizionali legati al lavoro e al ruolo produttivo».
Negli ultimi anni è aumentato il numero di richieste di sostegno psicologico da parte degli over 65. Ansia, depressione, isolamento sociale e, in alcuni casi, decadimento cognitivo rappresentano le problemi frequenti.
Circa un quarto degli anziani soffre di disturbi ansioso-depressivi, condizioni che possono aumentare il rischio di compromissione cognitiva e di mortalità precoce. A queste difficoltà si sommano spesso solitudine, malattie croniche e lutti familiari, elementi che incidono sulla qualità della vita e richiedono un intervento non solo medico, ma anche psicologico e sociale.
Nonostante la psicoterapia cognitivo-comportamentale sia considerata il trattamento di elezione per molti disturbi mentali, negli anziani viene ancora spesso privilegiato l’approccio farmacologico. Questa scelta è legata sia alla convinzione, ancora diffusa, che i percorsi psicologici siano meno efficaci in età avanzata, sia alla minore propensione degli anziani stessi a rivolgersi a uno psicoterapeuta.
Ma numerosi studi dimostrano che gli over 65 traggono benefici dalla psicoterapia in misura pari, e in alcuni casi superiore, agli adulti in età lavorativa. Ricerche condotte nei servizi di salute mentale in Inghilterra indicano tassi di recupero più elevati tra gli anziani, anche in presenza di patologie fisiche croniche.
Infatti per Sergio, l’ingresso in terapia ha rappresentato un momento di svolta. «La sospensione forzata dell’attività lavorativa gli ha permesso di fermarsi per la prima volta», spiega la psicoterapeuta. «La sintomatologia emersa ha favorito un dialogo con sé stesso e una rilettura della propria storia personale».
Il senso di vuoto iniziale si era trasformato piano piano in uno spazio di ascolto dei propri bisogni che ha consentito a Sergio di ridefinire di se stesso e di sé in relazione al prossimo quindi di immaginare nuove forme di comunicazione e intimità all’interno della famiglia.
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