
Dopo dieci anni di silenzio, Francesco D’Ausilio torna a parlare. Lo fa all’indomani dell’assoluzione definitiva «per non aver commesso il fatto» da parte del Tribunale di Roma, che chiude una delle vicende più lunghe e dolorose nate dall’inchiesta sul cosiddetto «Mondo di Mezzo».
Per l’ex Consigliere comunale di Roma Capitale, travolto nel 2015 dall’accusa di corruzione, poi rivelatasi infondata, si chiude un capitolo segnato da isolamento e sofferenza, ma anche da resilienza e ricostruzione personale.
Nessuna rivalsa, nessun tono aggressivo: nelle sue parole prevalgono il sollievo e il desiderio di guardare avanti, ma anche la consapevolezza che «troppe cose non hanno funzionato».
In questa conversazione, D’Ausilio ripercorre i momenti più difficili di una vicenda che gli ha cambiato la vita, riflette sul rapporto tra giustizia e politica e parla del futuro - personale e collettivo - con una nuova serenità.
Grazie Francesco per averci concesso questa intervista. Ci sono alcuni quesiti che vorremmo rivolgerti per fare chiarezza sull’accaduto.
Dopo oltre dieci anni di processo, il Tribunale di Roma ha stabilito la tua assoluzione «per non aver commesso il fatto». Che emozione hai provato nel sentire finalmente pronunciare quella frase in aula?
Non ero in aula. Ho saputo della sentenza di assoluzione dai miei legali che mi hanno avvisato tempestivamente. In quel momento ho comunque provato emozione, gioia, sollievo ripensando agli anni difficili che mi lasciavo alle spalle. Dopo tante difficoltà sono ancora stordito ma risollevato dalla fine di questo peso sul cuore,che ho dovuto portare per tanto tempo ingiustamente.
Nel tuo racconto emerge il silenzio, scelta rara, oggi, soprattutto in casi ad alta esposizione mediatica. Perché hai deciso di non rilasciare mai interviste durante tutti questi anni?
E’ stata una scelta che ho adottato, che è un po’ nel mio stile, nella mia cultura politica. Mi sono voluto togliere da qualsiasi tipo di imbarazzo; mi sono dimesso dal Campidoglio prima di aver ricevuto avvisi di garanzia. Ho deciso di difendermi in dibattimento con le carte di cui disponevo, assistito dai miei legali, gli avvocati Clara e Armando Veneto che ringrazio e che mi sono stati a fianco fin dall’inizio.
Hai parlato di «gogna mediatica». Ritieni che i media abbiano avuto un ruolo nel plasmare la percezione della tua vicenda, prima ancora del giudizio?
Credo che questa vicenda si sia rivelata una congiuntura dove attorno a pochi e limitati casi di malaffare, si è ingenerata una tempesta mediatica che si è alimentata non tenendo conto della vita delle persone; alla fine si è perso di vista il punto centrale, che era dato dall’esigenza di un rigoroso rispetto della presunzione d’innocenza delle persone indagate o che, come me, non lo erano affatto in quel momento.
Chi leggeva o ascoltava le notizie faceva fatica a capire… io ho un grande rispetto dei media che svolgono un ruolo importante anche senza fare sconti, però c’è bisogno di essere assolutamente rigorosi. Ora è difficile dire chi abbia iniziato prima, se c’è stata una strategia, se sia stato un errore dove ognuno ha recitato un ruolo, ma non c’è dubbio che questa vicenda, dopo più di dieci anni, abbia ingenerato su di me - e forse anche su altri - delle sentenze preventive. In questo modo però è devastante, perché così non si fa informazione per i lettori, bensì si distruggono le vite delle persone. Io sono fortunato ad avere risalto anche su giornali nazionali, ma c’è anche chi si trova un trafiletto in ventesima pagina oppure non si trova affatto, se viene assolto, e questo succede troppo spesso. C’è quindi bisogno di un richiamo alla professionalità e alla responsabilità rispetto alle funzioni che si ricoprono.
In un passaggio affermi che «la politica, quella comunità di persone che occupava intere giornate, è sparita». Ti sei sentito tradito dal tuo mondo politico di riferimento?
Senza dubbio sì. Ma questo l’ho ripetuto in tutte le salse e non lo dico come una recriminazione, è quello che è successo. Avevo 40 anni quando venni eletto in Consiglio comunale, con un ruolo nel PD, il mio partito. Facevo parte di una comunità molto larga e gran parte di quel gruppo dirigente è sparito dalla notte al giorno. Molti di loro in queste ore hanno fatto delle dichiarazioni di stima, di solidarietà però in quei mesi c’è stato un vuoto incolmabile perché erano la mia comunità, una comunità di persone con le quali ho trascorso tanti anni e quindi per me è stata dura. Il vuoto che mi sono ritrovato intorno è stato invece colmato dall’affetto di tante altre persone dalle quali non mi aspettavo nulla, non c’era frequentazione ma mi hanno continuato a chiamare anche quando i giornali picchiavano duro sulla vicenda giudiziaria.
C’è un momento, in questi dieci anni, in cui hai davvero pensato di non farcela?
Ci sono state giornate di scoramento, d’angoscia, però per fortuna non mi sono mai lasciato andare, ho provato sempre a darmi un obiettivo e di questo sono contento. La scelta di reinventarsi, di tornare a studiare, a scrivere, è stata una scelta di resilienza e di rigenerazione per uscire da un passaggio così difficile della vita, in modo diverso. Guardando indietro a questi anni dico «ce l’ho fatta» sono soddisfatto di essere rimasto in piedi e questa mia capacità oggi mi consente di gioire della fine di una fase così difficile, per un nuovo inizio della mia vita.
Sottolinei in questi giorni l’importanza della famiglia e degli amici che non hanno mai smesso di starti accanto. Quanto è stata decisiva questa rete affettiva per superare la prova?
L’ho detto spesso in questi giorni, la rete affettiva della mia famiglia, di mia moglie, di mia figlia, degli amici più cari, mi hanno dato la forza per resistere in questi anni difficili. Non sarebbe stata la stessa cosa senza di loro e li ringrazio dal profondo.
Parli anche di ingiustizie sistemiche: tempi processuali, mancate riforme, fragilità istituzionali. Secondo te da dove bisognerebbe partire per restituire dignità al sistema giudiziario italiano?
Il problema numero uno ti direi, senza alcun dubbio, la durata irragionevole del processo. Perché se fai l’amministratore, l’imprenditore, casi di questo tipo, peraltro anche diffusi, i tempi devono essere celeri, non possono trascorrere anni e anni che si riversano su una sospensione della tua vita. Tutto diventa totalmente ingestibile. Il tema principale quindi è questo, il tema di amministrazione della giustizia che immagino non riguardi solo gli organici ma anche le procedure burocratiche. I rilievi vanno evidenziati prima e se c’è un legittimo dubbio a mio avviso non bisogna rinviare a giudizio.
Oggi dici di esserti «reinventato», di essere tornato a studiare, a scrivere, a confrontarti con i giovani. È una nuova fase della tua vita o una parentesi, in attesa di tornare alla politica attiva?
Non ti nascondo che tante volte in questi anni ho pensato che la mia vita potesse andare diversamente. Ero giovane, stavo dando un contributo all’amministrazione della città avevo qualcosa da dire e penso che avrei potuto anche continuare. Oggi, dopo quanto accaduto, nonostante la gioia di queste giornate penso che c’è un tempo per fare le cose e quello che è stato non ritornerà, però non c’è soltanto un’accezione negativa ma c’è un modo per continuare ad impegnarsi e l’insegnamento in questo senso è una grande linfa, un rapporto di connessione con le nuove generazioni, se vuoi è un modo diverso di fare politica e questo mi gratifica. Mi piacerebbe immaginare anche un mio ruolo in un progetto di sostegno ad amministratori e politici che hanno avuto esperienze simili alla mia proprio per non lasciarli soli, dare loro la forza per superare certe difficoltà, per un piccolo nuovo inizio.
Dopo tutto ciò che hai vissuto, che cosa significa per te oggi la parola «giustizia»?
Personalmente avevo e ho tuttora un enorme rispetto per la giustizia nonostante tanto dolore. In più rimango un uomo di sinistra, perché credo che questo sia un valore straordinario; giustizia non è soltanto un’aula di tribunale ma anche l’esercizio dei propri diritti, il diritto alla rieducazione della pena, il diritto ad un giusto processo, ne sono convinto più di prima e sono valori per i quali è necessario continuare a nutrire speranza per un Paese che ha tanti problemi ma che poi, al dunque, ha una salda tenuta democratica.
Oggi Francesco D’Ausilio parla con la calma di chi ha attraversato una lunga tempesta e ne è uscito cambiato. Non cerca riconciliazioni forzate né rivincite, ma invita a una riflessione più ampia: sul senso stesso della giustizia, sulla responsabilità di chi informa e di chi governa, sull’urgenza di restituire umanità alle istituzioni.
Nel suo sguardo non c’è amarezza, ma un’idea di rinascita: quella di chi ha trasformato il dolore in consapevolezza e l’ingiustizia in voglia di donare la propria testimonianza a favore delle nuove generazioni.
Mi sento più forte - dice - nonostante tutto. La verità è arrivata tardi, ma è arrivata. E questa, alla fine, è la cosa che conta davvero.
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