Roma, 25 febbraio 2026
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Sanremo: la musica fa bene, anche per i disturbi neuropsichiatrici infantili

Dalle neuroscienze alla clinica: come la musicoterapia affianca i percorsi di cura nei disturbi del neurosviluppo come raccontato dalla Dr.ssa Maria Nicoletta Aliberti

di Rosa Chiara ScaglioneULTIMO AGGIORNAMENTO 6 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Sanremo: la musica fa bene, anche per i disturbi neuropsichiatrici infantili

In occasione del Festival di Sanremo, simbolo della musica italiana, si torna a parlare non solo di canzoni e classifiche, ma anche del ruolo che la musica può avere nella salute, in particolare nei disturbi neuropsichiatrici dell’età evolutiva.

Negli ultimi anni la musicoterapia si è affermata come intervento clinico complementare, sostenuta da evidenze neuroscientifiche sempre più solide. Ne parliamo con la Dr.ssa Maria Nicoletta Aliberti, che lavora presso il Gruppo INI ed è esperta nell’ambito dell’età evolutiva.

Dottoressa Aliberti, perché oggi si parla tanto di musicoterapia in ambito pediatrico?

«La spiegazione risiede nel modo in cui il cervello elabora l’esperienza musicale.
La musica attiva contemporaneamente circuiti legati al linguaggio, alla memoria, all’attenzione, alle emozioni e alla motricità, coinvolgendo sia strutture corticali sia sottocorticali. In un cervello in sviluppo, questa attivazione globale rappresenta un potente stimolo neuroplastico».

«È particolarmente utile nei bambini che presentano difficoltà di integrazione tra funzioni cognitive ed emotive, come accade nei disturbi del neurosviluppo»

Spesso si pensa che sia semplicemente “ascoltare musica”. È davvero così?

«Assolutamente no. La musicoterapia in ambito pediatrico non consiste nell’ascolto passivo di brani musicali, ma in un processo relazionale strutturato, condotto da un professionista formato.

«Attraverso il canto, l’improvvisazione sonora, il movimento ritmico e l’uso di strumenti musicali, il terapeuta costruisce uno spazio comunicativo condiviso nel quale il bambino può sperimentare nuove modalità di espressione e relazione»

Proprio la dimensione relazionale rappresenta uno degli elementi terapeutici più rilevanti, perché consente di lavorare sulla comunicazione anche quando il linguaggio verbale è compromesso».

In quali disturbi si osservano i risultati più significativi?

«Uno degli ambiti maggiormente studiati è il disturbo dello spettro autistico. La musica offre un canale comunicativo alternativo che permette di superare alcune barriere linguistiche e sociali tipiche della condizione.
Numerosi studi evidenziano miglioramenti nella comunicazione sociale, nella reciprocità relazionale e nell’espressione emotiva, oltre a una riduzione dei comportamenti ripetitivi. La prevedibilità del ritmo e della struttura musicale favorisce l’organizzazione dell’interazione sociale, rendendo l’esperienza meno ansiogena per il bambino.
Generalmente si lavora in veri e propri laboratori musicali strutturati, dove l’esperienza sonora diventa uno spazio di incontro e scambio».

E nei bambini con ADHD o disturbi del linguaggio?

«Anche nei bambini con disturbo da deficit di attenzione e iperattività emergono risultati promettenti. Gli interventi basati sul ritmo e sulla coordinazione motoria contribuiscono a migliorare la regolazione degli impulsi e l’attenzione sostenuta, probabilmente attraverso la sincronizzazione dei circuiti temporali cerebrali coinvolti nelle funzioni esecutive.
Nei disturbi del linguaggio e dell’apprendimento, invece, la stretta connessione neurobiologica tra musica e linguaggio permette di lavorare sulla consapevolezza fonologica, sulla memoria verbale e sulla prosodia, con possibili ricadute positive anche sulle abilità di lettura».

Oltre agli aspetti cognitivi, quali benefici si osservano sul piano emotivo?

«La musicoterapia ha un impatto significativo anche sulla dimensione emotiva e psicologica.

«Nei bambini con patologie neuropsichiatriche si osservano spesso una riduzione dell’ansia, un miglioramento dell’autostima e una maggiore capacità di regolazione emotiva»

La possibilità di esprimersi in un contesto creativo favorisce la costruzione dell’identità e rafforza il legame con i genitori, che possono essere coinvolti nel percorso terapeutico».

Qual è oggi il ruolo della musicoterapia nei percorsi riabilitativi?

«Le meta-analisi internazionali indicano miglioramenti moderati ma significativi, soprattutto nella comunicazione sociale nei bambini con autismo e nella riduzione dei comportamenti problematici».

«L’efficacia appare maggiore quando la musicoterapia è inserita in un programma multidisciplinare che comprende altri interventi riabilitativi, come la logopedia, la terapia della neuropsicomotricità e il supporto psicologico».

Oggi sempre più servizi di neuropsichiatria infantile integrano questo approccio nei percorsi di cura, riconoscendone il valore come intervento non farmacologico capace di promuovere lo sviluppo globale del bambino».

In un’epoca in cui la medicina dell’età evolutiva si orienta verso un modello sempre più biopsicosociale, la musica si conferma uno strumento terapeutico potente, accessibile e profondamente umano.

Proprio mentre a Sanremo si celebrano le canzoni, la scienza ricorda che la musica può fare molto più che emozionare: può aiutare a crescere».

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