
Il traguardo della Gazzetta Ufficiale è stato tagliato. Il decreto-legge n. 66/2026 sul Piano Casa, pilastro della politica abitativa del governo Meloni, è ufficialmente in vigore dopo il via libera della Ragioneria Generale dello Stato.
Sulla carta, le novità scritte nel decreto promettono di far scendere il reddito necessario per comprare o affittare una casa di 80 metri quadri in periferia da 61mila a circa 40mila euro all'anno. Una boccata d'ossigeno per quella enorme «fascia grigia» di romani che guadagnano troppo per avere una casa popolare, ma troppo poco per i prezzi folli del mercato privato.
L'accordo definitivo firmato a livello nazionale ha cancellato le «corsie veloci» per i cantieri per non togliere poteri di controllo alle soprintendenze. Una scelta che tutela i beni culturali, ma che spaventa le imprese perchè senza tempi certi e con il rischio di lunghi stop burocratici, i costruttori romani dell'ANCE avvertono che investire diventerà impossibile, soprattutto nei quartieri più periferici. Proprio ora che i soldi del Giubileo e del PNRR stanno per finire.
Il nodo più difficile da sciogliere ha riguardato il potere di veto dei beni culturali. Nella prima bozza del decreto era prevista una «corsia veloce» che azzerava quasi i poteri delle soprintendenze. Per le autorizzazioni paesaggistiche sugli immobili da riqualificare sarebbe bastata una semplice segnalazione, con un silenzio-assenso di soli 30 giorni.
La mediazione finale ha cancellato la procedura accelerata. Al suo posto nasce una Conferenza di servizi semplificata che dovrà chiudersi entro 40 giorni, coinvolgendo gli enti competenti per ambiente, beni culturali e salute. Le soprintendenze mantengono intatta la facoltà di opporsi ai progetti con un dissenso motivato.
Questo stop alla deregulation piace alla tutela del patrimonio, ma spaventa i privati perchè l'allungamento dei tempi autorizzativi rischia di ridurre la redditività degli investimenti, un tema che i costruttori promettono di dare battaglia durante l'iter di conversione del decreto alla Camera.
Il decreto si muove su due binari paralleli che uniscono il recupero pubblico e la spinta ai privati. Per quanto riguarda l'edilizia pubblica, si punta a ristrutturare e mettere a norma circa 60mila immobili a livello nazionale da destinare ad affitti o vendite a prezzi calmierati. Un commissario straordinario avrà 30 giorni per mappare gli edifici insieme a enti locali, Iacp e Invitalia.
Sul fronte delle semplificazioni amministrative, è arrivato il via libera a ristrutturazioni, demolizioni e ricostruzioni tramite Scia, senza necessità del permesso di costruire. Viene inoltre facilitato il cambio di destinazione d'uso, anche per complessi fino a 25 immobili, che seguirà le regole del singolo appartamento a patto che la nuova destinazione venga mantenuta per almeno trent'anni. Infine, sul fronte dei costi, è previsto il dimezzamento degli onorari notarili in caso di cessione degli immobili d'edilizia sociale.
Se a livello nazionale l'Ance (guidata dalla presidente uscente Federica Brancaccio) stima che il Piano Casa possa rendere accessibile l'abitazione al 20% delle famiglie in più mobilitando fino a 10 miliardi di euro tra fondi nazionali e comunitari, calati su Roma i numeri evidenziano un'emergenza strutturale.
A fare i conti è Francesca De Sanctis, neoeletta prima presidente donna di ANCE Roma – ACER. Nella Capitale c'è bisogno di oltre 90mila abitazioni nei prossimi 10 anni per soddisfare la richiesta della cosiddetta «fascia grigia»: quei cittadini con un reddito troppo alto per le case popolari, ma troppo basso per i prezzi del libero mercato. Secondo le simulazioni dei costruttori, grazie al Piano il reddito medio familiare necessario per accedere a un appartamento di 80 mq in periferia a Roma scenderebbe da 61.033 euro a 40.059 euro.
Ma la sostenibilità economica per le imprese è in bilico. Il Piano Casa impone ai privati (che dovranno investire almeno un miliardo) di destinare il 70% dei progetti all'edilizia convenzionata, tagliando i prezzi di affitto o vendita del 33% rispetto ai valori di mercato.
«Non condividiamo tutti gli aspetti del Piano, in particolare la "terza gamba" relativa agli investimenti privati», ha dichiarato De Sanctis all'agenzia Dire. «Abbiamo il timore che possa agevolare l’housing sociale solo nei quartieri centrali e semi-centrali, mentre non sarebbe sostenibile nelle periferie romane. Servono ulteriori incentivi, come agevolazioni fiscali o premi volumetrici. Il Comune di Roma sta facendo molto con le Norme Tecniche di Attuazione (Nta) del Piano Regolatore, speriamo si approvino presto».
Per Roma il tempismo del decreto si inserisce in una fase di transizione economica delicatissima. Esaurita la spinta dei cantieri del Giubileo e del PNRR, dal 2027 la Capitale rischia un brusco calo degli investimenti pubblici. A questo si aggiungono le tensioni internazionali (come il blocco dello Stretto di Hormuz) che hanno fatto impennare i prezzi alla produzione nelle costruzioni dell'1,1% in un mese e del 2,5% su base annua, mentre le aziende attendono ancora dallo Stato 2 miliardi di ristori per il caro-materiali del biennio 2024-2025.
In questo scenario, ANCE Roma guarda già alle elezioni comunali del 2027. L'obiettivo dell'associazione è lanciare un «Laboratorio Roma». Un tavolo aperto a professionalità diverse per proporre alla prossima consiliatura una nuova visione strutturata della città, che rimetta al centro la manutenzione ordinaria, le infrastrutture di mobilità, l'efficientamento energetico e il compimento della Legge su Roma Capitale.
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