
Il pellegrinaggio notturno verso il Santuario del Divino Amore (Fonte: Diocesi di Roma)
Nella notte tra sabato e domenica scorsa, centinaia di fedeli provenienti da ogni parte del mondo si sono ritrovati per il tradizionale pellegrinaggio verso il Santuario del Divino Amore, uniti da un’unica invocazione: la pace.
A raccontare il significato più profondo dell’iniziativa a La Capitale è don Pietro Guerini, direttore dell’Ufficio Migrantes della Diocesi di Roma, che ha accompagnato da vicino questo cammino condiviso:
«È stato un momento molto profondo, intenso nel quale persone di diverse etnie, rappresentanti dei 18 centri di lingua non italiana presenti a Roma, si sono ritrovate per innalzare al Signore una richiesta di pace».
Il punto di partenza, Piazza di Porta Capena, si è trasformato in un mosaico di volti e colori. «Si è riempita di tante presenze, amicizia e desiderio di condivisione», racconta don Guerini.
Da lì il lungo cammino, circa dodici chilometri, si è snodato lungo il percorso tradizionale dell’Appia e dell’Ardeatina, in un clima di raccoglimento e fraternità.
Uno degli aspetti più significativi è stata la dimensione realmente universale della preghiera: «Le invocazioni sono state condivise in 22 lingue diverse. È stato un segno concreto di una Chiesa che parla tutte le lingue del mondo ma prega con un solo cuore».
Il pellegrinaggio non è stato solo cammino fisico, ma anche simbolico. Le soste alle Fosse Ardeatine e alla Clinica Santa Lucia hanno segnato momenti di forte intensità.
«Sono state tappe importanti – sottolinea don Guerini – per testimoniare l’opposizione a tutto ciò che è violenza e che opprime la dignità umana, ma anche per esprimere vicinanza concreta a chi vive la sofferenza e la malattia».
A guidare i fedeli lungo tutto il percorso è stato il cardinale vicario Baldo Reina, fino all’arrivo all’alba al Santuario del Divino Amore. Qui, alle cinque del mattino, la celebrazione della Messa ha rappresentato il culmine del pellegrinaggio.
«È stata una liturgia molto partecipata – racconta – accompagnata dai canti di cori di diverse nazionalità: filippini, congolesi, polacchi, latinoamericani. In quel momento ci siamo sentiti davvero un’unità».
Al centro del cammino, due parole chiave: pace e unità.
«La richiesta fondante è stata quella della pace – ribadisce don Guerini – una pace chiesta per i partecipanti ma anche per il mondo intero». Un pensiero che si intreccia inevitabilmente con le storie personali dei presenti: «Molti hanno familiari che vivono in zone di conflitto e sperimentano direttamente la sofferenza della guerra».
Il pellegrinaggio si è così trasformato anche in un gesto concreto di solidarietà: «Essere vicini a chi soffre, pregare per loro, condividere il peso delle difficoltà. Questo è stato il secondo grande percorso: costruire unità nella direzione del bene».
Nella notte romana, tra passi lenti e canti sommessi, si è disegnata così un’immagine potente: quella di una città che ha saputo essere davvero casa universale di tutti i popoli.
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