
Per anni l’Occidente ha raccontato a sé stesso la fine della religione come un processo inevitabile. La secolarizzazione sembrava destinata a cancellare progressivamente la fede dalla vita pubblica, confinandola nella sfera privata o riducendola a residuo culturale. Eppure oggi, mentre l’Europa continua a vivere una crisi evidente delle appartenenze religiose tradizionali, emergono segnali che raccontano una realtà più complessa.
È il cuore della riflessione proposta da Matteo Matzuzzi nel suo libro Dio non è morto, da cui prende spunto anche un recente approfondimento pubblicato da La Verità.
Il punto centrale non è tanto il ritorno delle religioni come strutture organizzate, quanto la permanenza di una domanda spirituale che continua ad attraversare le società contemporanee.
Perché il bisogno di senso non è sparito.
Il vaticanista Andrea Gagliarducci, commentando a La Capitale i temi affrontati da Matzuzzi, lo sintetizza in maniera molto netta:
«Abbiamo probabilmente certificato troppo presto la morte di Dio. La verità è che Dio non può morire, perché il senso religioso delle persone non muore. E allora, di fronte alle certificazioni di morte di Dio, la verità è che dobbiamo certificare il fallimento delle religioni, incapaci, in anni di grande vigore intellettuale, di intercettare questo senso religioso che resta».
Ed è proprio questo che il libro di Matzuzzi prova a mettere a fuoco: Dio non è scomparso dalla società contemporanea. Semmai, sono entrate in crisi le forme tradizionali attraverso cui il religioso veniva organizzato e trasmesso.
Gagliarducci insiste infatti su un altro passaggio decisivo:
«Il libro di Matzuzzi lo mette in luce con una semplicità disarmante. Nota che questa religiosità viene utilizzata (e talvolta strumentalizzata) in vari modi, da diverse strutture, anche secolari. Dall’Iran a Israele al Sud del mondo, Dio non è morto, anzi, è vivo».
Il riferimento non riguarda soltanto il cristianesimo. In molte aree del pianeta la religione continua ad essere una forza identitaria e politica potentissima. Accade nel mondo islamico, in Israele, in Africa, in America Latina, ma anche nelle società occidentali che pensavano di aver archiviato definitivamente il sacro.
Anzi, proprio dove la secolarizzazione sembrava più avanzata stanno emergendo fenomeni inattesi.
«E poi c’è un fenomeno che sta crescendo, e che va studiato. Anzi, in Francia lo stanno già studiando, con un Concilio regionale dell’Île-de-France appena iniziato: c’è un mondo che torna alla fede, un mondo di battesimi di adulti che arriva proprio da quei posti dove il senso del sacro sembra più marginalizzato».
Il dato francese è particolarmente significativo, ma non solo:
«In Francia quest’anno gli adulti battezzati nella notte di Pasqua sono stati più di 21 mila, ed erano circa un terzo dieci anni fa. Come ad Hong Kong e Singapore, dove ci sono stati quest’anno 2500 e 1250 battesimi di adulti nella notte di Pasqua. O la crescita di vocazioni sacerdotali in Gran Bretagna e Galles, con 25 nuovi candidati quest’anno».
Al di là della mera statistica, numeri culturalmente rilevanti. Perché raccontano un bisogno che riaffiora proprio nelle società più avanzate e individualiste. E Roma osserva questa trasformazione da una posizione storicamente imparagonabile.
Se da una parte vive la stessa crisi europea, con chiese meno frequentate, disaffezione giovanile, difficoltà vocazionali, una crescente distanza culturale tra istituzioni ecclesiastiche e società contemporanea, dall’altra continua ad essere il grande centro simbolico del cattolicesimo mondiale.
Ogni grande evento religioso nella Capitale lo dimostra. Dai funerali dei pontefici ai Giubilei, dalle canonizzazioni alle celebrazioni pasquali, milioni di persone continuano ad arrivare a Roma non soltanto per turismo o tradizione culturale, ma per cercare qualcosa che va oltre.
«Perché – come chiosa Gagliarducci - in fondo, resta sempre una domanda di senso. E chi saprà intercettarla meglio sarà chi avrà, in qualche modo, un’influenza. Meglio che sia la religione, alla fine».
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