Roma, 18 giugno 2026
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La lezione di Ruini oltre la politica: la sua eredità culturale

La morte del cardinale Camillo Ruini chiude una stagione della Chiesa italiana, ma forse soprattutto chiude definitivamente una stagione della politica italiana

di Gianluca Dodero - TEMPO DI LETTURA 4'
Il cardinale Camillo Ruini, morto il 16 giugno 2026 a 95 anni (Fonte: Vatican News)

Il cardinale Camillo Ruini, morto il 16 giugno 2026 a 95 anni (Fonte: Vatican News)

Per molti resterà il porporato del referendum sulla fecondazione assistita del 2005, il protagonista di una Chiesa capace di incidere nel dibattito pubblico. Un'immagine che, negli anni, ha finito per appiattire una figura molto più complessa.

Contattato da lacapitale.it, il vaticanista Andrea Gagliarducci offre invece una chiave di lettura più ampia: «La morte del Cardinale Ruini è sicuramente un passaggio simbolico per la Chiesa italiana, e non solo. Ruini viene soprattutto ricordato per la sua presenza politica, per il referendum del 2005 sulla fecondazione assistita che superò brillantemente facendo campagna per l’astensione, per il suo motto "Meglio contestati che irrilevanti". Così, sul cardinale Ruini è stato dato quasi e soprattutto un ritratto politico».

Il ritratto del cardinale Ruini

Eppure è proprio quel ritratto a rischiare di essere riduttivo. Perché Ruini non diventa protagonista della vita pubblica per la volontà di occupare uno spazio politico, ma perché si trova a guidare la Chiesa italiana mentre la politica attraversa una delle sue più profonde crisi identitarie. Gli anni della sua presidenza della Conferenza Episcopale Italiana coincidono con Tangentopoli, il tramonto della Democrazia Cristiana, la fine dei grandi partiti popolari, lo scontro tra Stato e mafia, l'avvento della Seconda Repubblica.
Come osserva ancora Gagliarducci, «la verità è che Ruini è stato protagonista politico del Paese proprio nel momento in cui la politica cominciava a vivere un vuoto culturale».

È forse questa la chiave della sua azione. Non sostituire la politica, ma cercare di colmare quel vuoto che essa stessa stava lasciando. Mentre i partiti perdevano la loro funzione educativa e culturale, Ruini comprese che la presenza dei cattolici non poteva più esaurirsi in una sola appartenenza politica.

«A seguito della stagione che portò al crollo dei partiti, alle nuove polarizzazioni, ai dibattiti ideologici, fino al dramma dell’11 settembre, comprese che era necessario non convogliare le forze su un solo partito, ma sulle persone. Non un partito di cattolici, ma cattolici in tanti partiti. Non un think tank di cattolici, ma cattolici nella cultura. È l’idea di fondo che lo portò poi a lanciare il Progetto Culturale della CEI».

L'intuizione del cardinale

Un'intuizione che oggi appare quasi profetica. Perché il vero terreno della sfida non era il consenso elettorale, ma la formazione delle coscienze. Non la costruzione di un nuovo soggetto politico confessionale, ma la presenza di uomini e donne capaci di portare nel dibattito pubblico una visione dell'uomo e della società.

Per questo sarebbe un errore leggere quella stagione soltanto come una lunga stagione di battaglie etiche. Certo, Ruini non si sottrasse mai al confronto pubblico, spesso anche duro. Ma dietro quelle prese di posizione c'era un'idea precisa della missione della Chiesa.

Come ricorda Gagliarducci, «era un approccio politico perché rispondeva anche ad una crisi politica. Ma era prima di tutto un approccio pragmatico, che nasceva da una necessità: quella di raccontare il Vangelo, di essere presenza viva nella società».

La dimensione più autentica di Ruini

Ed è probabilmente questo l'aspetto meno raccontato della sua figura. Dietro il cardinale che dialogava con i leader politici rimaneva il sacerdote. Il vicario di Roma che inaugurò cinquantasette nuove chiese, il pastore che non smise mai di considerare la fede come l'origine di ogni impegno pubblico.

Lo ricorda ancora Gagliarducci con parole che restituiscono la dimensione più autentica di Ruini: «Ruini è rimasto prima di tutto un prete. E lo testimoniano le 57 chiese inaugurate nel suo periodo come vicario del Papa per la Diocesi di Roma, ma anche il suo racconto sul primo impatto sulla morte, quando dovette dare ad una madre la notizia della morte in incidente del suo giovane figlio. La voglia di fare cultura di Ruini nasceva dalla fede. Questa cultura diventava politica in un momento in cui la politica sembrava abdicare al ruolo di fare cultura. E forse è questo che dobbiamo ricordare più di ogni altra cosa».

L'eredita di Ruini

Ed è forse proprio qui il cuore della sua eredità. Oggi, in un tempo in cui la politica sembra spesso consumarsi nell'immediatezza della comunicazione, nei sondaggi e nei social network, torna di straordinaria attualità quella domanda che Ruini aveva intuito con largo anticipo: chi produce ancora cultura? Chi forma una classe dirigente? Chi costruisce una visione del Paese?

Forse il lascito del cardinale Camillo Ruini non è soltanto nelle battaglie che hanno segnato una stagione della Chiesa italiana. È nell'aver compreso, prima di molti altri, che senza una solida cultura anche la politica finisce per perdere se stessa. E che, quando questo accade, la sfida non è conquistare il potere, ma ricostruire il pensiero

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