Roma, 5 marzo 2026
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Da Roma a Bologna, la protesta dei ricercatori precari del Cnr: «Così la ricerca pubblica perde il suo futuro»

Il Cnr è il più grande ente pubblico di ricerca italiano: circa 9mila dipendenti, 88 istituti, oltre 230 sedi e laboratori. Si stima che più di tremila persone lavorino con contratti a tempo determinato o forme flessibili

di Anita ArmeniseULTIMO AGGIORNAMENTO 2 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Da Roma a Bologna, la protesta dei ricercatori precari del Cnr: «Così la ricerca pubblica perde il suo futuro»

Le previsioni peggiori sono diventate realtà. A Bologna i ricercatori precari del Consiglio Nazionale delle Ricerche perderanno il lavoro. Perchè i contratti legati ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza scadono e non verranno rinnovati.

Il direttore della sede bolognese del Cnr Vittorio Morandi parla di “tempesta annunciata”. Una prima ondata di contratti si è chiusa a febbraio, altre scadenze sono previste tra marzo e aprile. Le risorse per le stabilizzazioni coprono solo una quota minima rispetto al fabbisogno nazionale.

Roma, il presidio e l’allarme rimasto inascoltato

Quello che oggi accade a Bologna era stato anticipato mesi fa a Roma, quando davanti alla sede centrale del Cnr, in via Aldo Moro, a dicembre tende e striscioni avevano trasformato la scalinata in un presidio permanente. I ricercatori precari chiedevano fondi strutturali per la stabilizzazione, prima che la legge di bilancio chiudesse ogni spiraglio.

Il Cnr è il più grande ente pubblico di ricerca italiano. Circa 9mila dipendenti, 88 istituti, oltre 230 sedi e laboratori. Si stima che più di tremila persone lavorino con contratti a tempo determinato o forme flessibili. Nel 2021, dopo le stabilizzazioni legate alla “legge Madia”, il bacino si era ridotto drasticamente. Poi il Pnrr ha riaperto la stagione delle assunzioni a termine, finanziando nuovi progetti ma senza garantire continuità oltre il 2026.

Oggi oltre 800 ricercatori hanno maturato i requisiti per chiedere la stabilizzazione. Con i fondi disponibili, però, se ne potranno assumere poco meno di 200 a livello nazionale. Tutti gli altri restano sospesi. E sono esclusi molti collaboratori che svolgono attività di ricerca a tutti gli effetti.

Il rischio boomerang del dopo-Pnrr

Il paradosso è evidente. Il Pnrr ha chiesto agli enti di assumere personale qualificato per portare avanti progetti strategici, ma alla fine del percorso non ci sono le risorse per trattenerlo. In alcuni casi era stata prospettata la possibilità di mantenere almeno il 40% dei ricercatori coinvolti. Oggi quella percentuale appare irraggiungibile.

Il risultato è che progetti avviati con investimenti pubblici rischiano di interrompersi. Studi sul clima, sulla salute, sull’innovazione tecnologica potrebbero fermarsi non per mancanza di risultati, ma per assenza di contratti. Perdere queste competenze significa disperdere anni di formazione e finanziamenti già spesi.

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