Roma, 8 luglio 2026
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Condannato a 16 anni il datore di lavoro di Satnam Singh

La Corte d’Assise di Latina ha condannato Antonello Lovato a 16 anni per omicidio volontario con dolo eventuale per la morte del bracciante Satnam Singh

di Redazione La Capitale TEMPO DI LETTURA 3'
Condannato a 16 anni il datore di lavoro di Satnam Singh

Antonello Lovato, datore di lavoro di Satnam Singh, è stato condannato a 16 anni di reclusione dalla Corte d’Assise del Tribunale di Latina per il reato di omicidio volontario con dolo eventuale, con il riconoscimento delle attenuanti. La sentenza di primo grado riguarda la morte del bracciante di origine indiana, avvenuta nell’estate del 2024 dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne pontine.

Satnam Singh, lavoratore agricolo impiegato nell’area di Latina, era rimasto gravemente ferito durante un incidente che gli aveva causato l’amputazione di un arto. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, Lovato lo avrebbe trasportato a bordo di un furgone e lasciato nei pressi della sua abitazione senza attivare tempestivamente i soccorsi medici. L’arto amputato, sempre secondo gli accertamenti, sarebbe stato posizionato all’interno di una cassetta per la frutta.

Il bracciante morì nei giorni successivi in ospedale per le lesioni riportate. La Procura della Repubblica aveva chiesto una condanna a 22 anni di carcere.

Il reato contestato e il dolo eventuale

La condanna per omicidio volontario con dolo eventuale rappresenta uno dei punti centrali della sentenza. Nel processo, la responsabilità penale contestata non ha riguardato soltanto l’incidente sul lavoro, ma anche la condotta successiva al ferimento del bracciante, in particolare il mancato immediato ricorso ai soccorsi.

Il caso di Satnam Singh è diventato un simbolo nazionale del dibattito sullo sfruttamento del lavoro agricolo, sul caporalato e sulle condizioni dei braccianti nelle filiere agroalimentari. La vicenda aveva suscitato una forte reazione pubblica e sindacale, riportando al centro il tema dei controlli nei campi e della tutela dei lavoratori più vulnerabili.

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Libera: la giustizia non si esaurisce in tribunale

Dopo la sentenza è intervenuto Gianpiero Cioffredi, componente dell’ufficio di presidenza di Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti e impegnata contro mafie, corruzione e sfruttamento. Cioffredi ha collegato la condanna alla necessità di un impegno strutturale contro il caporalato.

«La condanna per la morte di Satnam Singh restituisce forza al principio secondo cui la vita di chi lavora non può essere trattato come merce usa e getta sacrificabile al profitto e chi schiavizza le persone calpestando la dignità di un altro essere umano non può rimanere impunito».

Per Libera, la sentenza non chiude il tema politico e sociale aperto dalla morte del bracciante.

«La nostra fame di giustizia non si esaurisce in un’aula di Tribunale: l’indignazione per la morte di Satnam deve trasformarsi in impegno concreto da parte delle Istituzioni nella lotta al caporalato e allo sfruttamento nella filiera agroalimentare in direzione della valorizzazione delle aziende sane e nell’affermazione dei diritti per le lavoratrici e i lavoratori».

La richiesta di un cambio di passo

Cioffredi ha chiesto che la decisione del tribunale diventi l’avvio di un intervento più ampio da parte delle istituzioni, con controlli, responsabilità per le aziende e applicazione delle norme contro lo sfruttamento.

«Deve essere l’inizio di un radicale cambio di passo. Non più tavoli, non più promesse, non più passerelle. Servono leggi applicate, controlli continui, ispettorati che non siano gusci vuoti, aziende che rispondano penalmente quando lucrano sullo sfruttamento».

Nel suo intervento, Libera ha anche richiamato la legge Bossi-Fini, indicandola come uno dei nodi che incidono sulla marginalità dei lavoratori stranieri.

«Serve abolire la legge Bossi Fini che favorisce esclusione e marginalità di migliaia di persone dalla garanzia di diritti e dignità».

La morte di Satnam Singh resta così al centro di una vicenda che unisce giustizia penale, lavoro agricolo e diritti. La condanna di Lovato segna un primo passaggio giudiziario, mentre associazioni e sindacati chiedono che il caso diventi il punto di partenza per un contrasto più efficace allo sfruttamento nei campi.

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