
Le ondate di calore non incidono soltanto sulla salute fisica. Un nuovo studio internazionale associa l’esposizione prolungata a temperature estreme a un aumento dei ricoveri ospedalieri per disturbi mentali e comportamentali, con effetti più marcati tra gli anziani e nelle aree meno densamente popolate.
La ricerca, pubblicata il 10 luglio su Nature Health e coordinata dalla Monash University australiana, ha analizzato oltre 2,6 milioni di ricoveri registrati durante la stagione calda in 852 località di Brasile, Canada, Cile e Nuova Zelanda tra il 2000 e il 2019.
I ricercatori hanno definito principalmente come ondata di calore un periodo di almeno quattro giorni consecutivi con una temperatura media giornaliera superiore al 97,5esimo percentile della località presa in esame.
Utilizzando questa definizione, il rischio relativo di ricovero per disturbi mentali e comportamentali è risultato più alto del 3,3 per cento nello stesso giorno dell’esposizione e del 5,6 per cento considerando complessivamente il giorno dell’ondata e gli otto successivi.
Si tratta di un’associazione statistica, non della dimostrazione che il caldo sia la causa diretta di ogni ricovero. Lo studio, inoltre, non comprende dati italiani o europei, ma offre indicazioni sulla possibile pressione esercitata dalle temperature estreme sui servizi sanitari.
L’associazione è risultata più pronunciata tra le persone anziane e tra chi vive in territori con una bassa densità di popolazione. Secondo Yuming Guo, tra i coordinatori dello studio, i risultati mostrano che il caldo estremo prolungato può aumentare rapidamente la domanda di assistenza ospedaliera per problemi di salute mentale.
Gli autori hanno esaminato anche le differenze legate a sesso, età, Pil pro capite, diffusione dei condizionatori, distanza dalle strutture sanitarie e tipologia dei disturbi. L’obiettivo è individuare i gruppi e i territori che potrebbero richiedere una preparazione più mirata durante le ondate più intense.
Tra i possibili meccanismi indicati dai ricercatori figurano l’interruzione del sonno e le risposte fisiologiche allo stress. Il rischio può essere maggiore per chi presenta una termoregolazione compromessa o assume farmaci che aumentano la sensibilità al calore.
Anche il disagio psicologico e i cambiamenti comportamentali provocati dalle alte temperature possono contribuire alla destabilizzazione di condizioni preesistenti. Il lavoro non sostiene quindi che il caldo “faccia impazzire”, ma segnala che temperature molto elevate e persistenti possono aggravare vulnerabilità già presenti e tradursi in un maggior ricorso all’ospedale.
Secondo Shanshan Li, coautrice dello studio, il cambiamento climatico sta diventando un fattore sempre più rilevante per la salute mentale globale. La maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore rende necessario includere anche i disturbi mentali e comportamentali nei piani di prevenzione sanitaria, con particolare attenzione alle persone anziane e a chi vive più lontano dai servizi di cura.
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