Roma, 13 luglio 2026
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Adinolfi davanti al gip: «Non sono un lestofante, gioco solo a poker». Ma l'avvocato delle parti civili incalza: «Dove sono finiti i soldi?»

Il danno stimato dagli inquirenti sfiora i 4,7 milioni di euro

di Redazione La Capitale TEMPO DI LETTURA 2'
Adinolfi davanti al gip: «Non sono un lestofante, gioco solo a poker». Ma l'avvocato delle parti civili incalza: «Dove sono finiti i soldi?»

Giornata decisiva per Mario Adinolfi. L'ex parlamentare, ai domiciliari da settimane, si è presentato davanti al gip di Roma per l'interrogatorio di garanzia legato all'inchiesta sulla cosiddetta «scommessa collettiva», il circuito di raccolta fondi lanciato via social che gli viene contestato insieme ad accuse pesanti, tra cui truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell'attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi.

Il danno stimato dagli inquirenti, coordinati dalla Procura di Roma e seguiti sul piano investigativo dalla Guardia di Finanza, sfiora i 4,7 milioni di euro.

«Non sono un truffatore di vecchiette»

Di fronte al giudice, Adinolfi ha scelto la linea della trasparenza rivendicando la natura – a suo dire – lecita dell'iniziativa. Ha ammesso di essere un giocatore, ma ha respinto con forza l'accusa di essere un raggiratore, sostenendo di non aver truffato nessuno tra i circa novanta scommettitori coinvolti nel progetto, tra cui – ha detto – anche persone di rilievo pubblico, professori universitari, liberi professionisti e notai.

Secondo la sua versione, i soldi arrivavano in modo del tutto spontaneo: erano gli stessi partecipanti a inviargli le somme, fiduciosi nella promessa di rendimenti legati alle scommesse sportive. E su chi oggi si dice truffato, Adinolfi ha buttato lì una battuta tagliente, ricordando che chi perde di solito sporge denuncia, mentre chi vince, di norma, tace.

Non solo: l'indagato ha citato anche un caso specifico, raccontando di aver restituito a una donna che gli aveva affidato 30mila euro ben 50mila euro, a riprova – ha detto – della correttezza del meccanismo.

Sul fronte fiscale, Adinolfi ha respinto seccamente l'accusa di evasione, paragonando la propria posizione a quella di chiunque giochi online, e ha rivendicato uno stile di vita sobrio, lontano da vacanze di lusso o spese sopra le righe.

La linea della difesa: «Simmetria tra entrate e uscite»

Al termine dell'interrogatorio, i legali di Adinolfi, gli avvocati Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo, hanno depositato istanza di revoca della misura cautelare. Il gip si è riservato di decidere, in attesa del parere del pubblico ministero.

Per la difesa, quella della «scommessa collettiva» sarebbe stata un'iniziativa lecita, nata da una richiesta di gioco condivisa tra amici e conoscenti, con Adinolfi che avrebbe restituito la maggior parte del denaro incassato. I difensori hanno parlato di una sostanziale corrispondenza tra quanto entrato e quanto restituito, sostenendo che a fronte di circa un milione e mezzo di euro contestati come uscite, ne sarebbero rientrati circa un milione e trecentomila: un equilibrio, secondo loro, letto finora solo in chiave accusatoria.

L'altra voce: «Bisogna seguire il denaro»

Mentre la difesa insiste sulla liceità dell'operazione, dal fronte delle presunte vittime arriva un'analisi tecnica firmata dall'avvocato Giovanni Spinapolice, che punta il dito su un nodo giuridico centrale: quello della qualificazione sostanziale delle operazioni contestate.

Il legale spiega che, quando più persone affidano capitali a qualcuno lasciandogli la gestione delle decisioni e aspettandosi un ritorno economico, occorre verificare se quell'attività abbia assunto, nella sostanza, i tratti di un vero e proprio prodotto finanziario. Impiego del capitale, aspettativa di rendimento e rischio connesso sono, ricorda Spinapolice, gli elementi che la Consob utilizza per riconoscere un investimento di natura finanziaria. Da qui la domanda che, secondo lui, diventa inevitabile: l'attività svolta necessitava di un'autorizzazione che non c'era?

L'avvocato allarga poi il campo, sottolineando che la questione non riguarda necessariamente solo chi ha materialmente incassato il denaro, ma anche il ruolo che altri soggetti potrebbero aver avuto nel funzionamento concreto del meccanismo. Il singolo bonifico, spiega, dice poco da solo; è l'insieme dei flussi a raccontare la vera natura di un'attività. Cento versamenti, osserva, se letti uno per uno possono sembrare operazioni ordinarie, ma osservati nel loro complesso possono rivelare una realtà economica del tutto diversa.

Le verifiche in corso, spiega ancora Spinapolice, riguarderanno documentazione, rapporti contrattuali, modalità di raccolta e destinazione delle somme, per stabilire se le operazioni contestate abbiano caratteristiche riconducibili a forme di investimento finanziario non autorizzato. E chiude con una frase che sintetizza la sua strategia investigativa: seguire il denaro, dice, significa capire chi può essere chiamato a risponderne.

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