Roma, 5 maggio 2026
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Piano casa, prime critiche dalle città: «Servono fondi nuovi, non paghi il conto chi gestisce l’emergenza»

Il governo punta a 100mila alloggi in dieci anni tra recupero dell’Erp, fondo Invimit e investimenti privati. Gli assessori comunali chiedono confronto e risorse concrete. Bonelli attacca: «Numeri truccati e regalo ai costruttori»

di Giacomo Zito - TEMPO DI LETTURA 8'
Piano casa, prime critiche dalle città: «Servono fondi nuovi, non paghi il conto chi gestisce l’emergenza»

Il Piano casa del governo entra nella fase più delicata: quella della sua applicazione concreta nei territori. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri, promette di rendere disponibili circa 100mila alloggi in dieci anni attraverso oltre 10 miliardi di euro, il recupero di case popolari oggi non assegnabili, un fondo d’investimento gestito da Invimit e il coinvolgimento dei privati nell’edilizia convenzionata.

Ma proprio mentre l’esecutivo presenta la misura come una risposta strutturale all’emergenza abitativa, dalle città arrivano le prime critiche. Gli assessori comunali alla casa chiedono risorse nuove, tempi certi, maggiore coinvolgimento dei Comuni e garanzie contro il rischio che le semplificazioni urbanistiche aprano la strada a operazioni non coerenti con l’interesse pubblico.

Il confronto si apre su un terreno già segnato da una domanda abitativa crescente, graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica, patrimonio pubblico da recuperare e famiglie escluse sia dal mercato privato sia dall’accesso alla casa popolare. A contestare il piano sono anche le opposizioni, con Angelo Bonelli che parla di numeri «truccati» e di un possibile regalo ai costruttori, mentre dal Partito democratico Pierfrancesco Majorino definisce il provvedimento un piano «scritto sulla sabbia».

Cosa prevede il Piano casa del governo

Secondo quanto comunicato da Palazzo Chigi, il Piano casa si basa su tre pilastri. Il primo riguarda un programma straordinario di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata. L’obiettivo dichiarato è rimettere a disposizione circa 60mila alloggi popolari oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate e bisognosi di interventi di ristrutturazione o rifacimento degli impianti essenziali.

Per attuare il programma è prevista la nomina di un commissario straordinario, chiamato a definire gli interventi insieme agli enti che gestiscono gli alloggi popolari. Il piano prevede inoltre semplificazioni, un programma di riscatto degli immobili Erp da parte degli assegnatari e la realizzazione di nuove case popolari, senza consumo di suolo, per la locazione a lunga durata con facoltà di riscatto predefinita.

Il secondo pilastro riguarda la concentrazione delle risorse destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa in un apposito strumento finanziario gestito da Invimit sgr. Nel fondo saranno creati comparti specifici per ciascuna Regione o Provincia autonoma, con l’obiettivo di utilizzare le risorse in base alle esigenze dei singoli territori.

Il terzo pilastro punta invece ad attivare gli investimenti privati. Per gli interventi superiori al miliardo di euro è prevista la nomina di un commissario straordinario incaricato di rilasciare un provvedimento unico di autorizzazione. In cambio delle procedure accelerate, il privato dovrà garantire, su 100 alloggi realizzati, almeno 70 alloggi in edilizia convenzionata, da vendere o affittare a un prezzo scontato di almeno il 33 per cento rispetto al mercato.

Tra le misure indicate dalle agenzie figurano anche il rent to buy, cioè il pagamento di affitti che si trasformano in rate d’anticipo per l’acquisto dell’immobile, un fondo di garanzia per la morosità incolpevole e sconti sugli onorari notarili in caso di cessione. L’attenzione è rivolta soprattutto a studenti fuori sede, giovani coppie, genitori separati, lavoratori costretti a spostarsi dalla residenza d’origine e a quella fascia di popolazione che non rientra nell’edilizia pubblica ma non riesce a sostenere i prezzi del mercato.

Gli assessori comunali: «Serve confronto con le città»

Il nodo politico più immediato riguarda però il rapporto con i Comuni. L’Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, rete che riunisce assessore e assessori alle politiche abitative di diverse città italiane, ha preso atto dell’annuncio del nuovo piano, ma ha chiesto di leggere il testo definitivo e di aprire un confronto reale con le autonomie locali.

«Parliamo di una questione decisiva per il Paese sulla quale da anni come Comuni grandi, medi e piccoli chiediamo un confronto e presentiamo proposte e sperimentazioni concrete», scrivono gli assessori, sottolineando che il primo tema da chiarire è quello delle risorse. Per la rete municipalista, «non si può pensare di risolvere il problema della casa con un piano nazionale che di fatto si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana».

Da qui la richiesta di fondi nuovi, dedicati e vincolati. Il punto politico è chiaro: secondo gli amministratori locali, non devono essere i Comuni, già impegnati nella gestione dell’emergenza abitativa, a pagare il Piano casa nazionale. Gli assessori chiedono inoltre di verificare tempi, disponibilità effettiva delle risorse e rapporto tra i fondi annunciati e il numero di alloggi promessi.

Una priorità particolare, secondo l’Alleanza, deve essere data all’Erp, alla luce dei nuclei presenti nelle graduatorie e del bisogno in cui versa un patrimonio pubblico che, denunciano gli assessori, non viene finanziato in modo adeguato da anni.

Semplificazioni, sfratti e rischio scarico sui Comuni

Le critiche non riguardano solo la quantità delle risorse. Gli assessori chiedono garanzie anche sull’accessibilità degli alloggi e sui benefici reali per quella fascia di popolazione oggi esclusa sia dal mercato sia dall’edilizia pubblica.

Particolarmente delicato, secondo l’Alleanza, è il capitolo delle semplificazioni urbanistiche e dei poteri straordinari. Interventi di questa natura, avvertono gli amministratori, devono evitare «scorciatoie» capaci di indebolire la pianificazione e la qualità urbana, oltre che aprire spazi a operazioni non coerenti con l’interesse pubblico.

Un altro punto riguarda gli sfratti, soprattutto nel patrimonio pubblico. Senza un investimento parallelo in soluzioni abitative alternative e presa in carico sociale, il rischio indicato dagli assessori è quello di spostare il problema, aggravandolo, e di scaricare sui Comuni i costi economici e sociali delle scelte nazionali.

In calce alla nota compaiono, tra gli altri, i nomi di amministratori di Bologna, Padova, Napoli, Cagliari, Firenze, Bari, Verona, Milano, Torino, Genova e Roma. Per la Capitale firma l’assessore alle politiche abitative Tobia Zevi.

Bonelli: «Numeri truccati e via libera alle speculazioni»

Più duro l’attacco di Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde. Secondo Bonelli, il Piano casa presentato dal governo sarebbe «truccato nei numeri» e servirebbe ad agitare «l’ennesima presa in giro elettorale della destra».

Il parlamentare contesta soprattutto la tenuta economica dell’operazione. A suo giudizio, le risorse indicate per il recupero degli alloggi popolari non sarebbero sufficienti a ristrutturare 60mila abitazioni. Bonelli sostiene che il costo medio di una ristrutturazione, soprattutto considerando anche l’efficientamento energetico, porterebbe a numeri molto inferiori rispetto a quelli annunciati dal governo.

La critica riguarda anche il coinvolgimento dei privati. Per Bonelli, il piano rischia di diventare «un regalo ai costruttori», con la possibilità di scardinare i piani regolatori per progetti superiori al miliardo di euro. L’esponente di Avs sostiene che il governo avrebbe potuto scegliere un piano pubblico e sociale, puntando sull’acquisto di immobili già esistenti da destinare a canoni calmierati.

Bonelli collega infine il provvedimento al tema degli sfratti, accusando l’esecutivo di non offrire alternative sufficienti alle famiglie in difficoltà.

Majorino: «Non 10 miliardi, ma 200 milioni l’anno»

Sulla stessa linea critica anche Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale della Lombardia e responsabile nazionale del Pd per le politiche della casa. Per Majorino il Piano casa del governo «si configura come un piano scritto sulla sabbia».

La contestazione, anche in questo caso, parte dalle risorse. Secondo l’esponente dem, i 10 miliardi richiamati dal governo «semplicemente non esistono», mentre sarebbero certi 970 milioni distribuiti su più annualità. Una cifra ritenuta insufficiente anche solo per affrontare il tema degli alloggi pubblici sfitti.

Majorino richiama il dato di oltre 100mila case pubbliche vuote in Italia, di cui 23mila nella sola Lombardia, e sostiene che la dotazione annua ipotizzata dal governo, pari a circa 200 milioni, consentirebbe di recuperare al massimo 10mila appartamenti l’anno, da cui andrebbero sottratti quelli che continuano a svuotarsi per mancata manutenzione.

Anche per il Pd, infine, gli interventi con il privato rischiano di trasformarsi in un potenziale regalo di aree pubbliche ai fondi immobiliari, più che in una risposta alla domanda abitativa del ceto medio.

Salvini e Sicet-Cisl: sostegno ai separati e richiesta di un tavolo

Nel racconto del governo rientra anche il sostegno all’affitto per i genitori separati che lasciano l’abitazione familiare. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha parlato di un contributo tra 400 e 500 euro al mese per un anno, con risorse pari a 60 milioni per il triennio 2026-2028 e una platea stimata di circa 15mila genitori separati.

Più articolata la posizione del Sicet-Cisl, che considera l’approvazione del Piano casa «un segnale importante», ma chiede l’apertura immediata di una fase di confronto con le parti sociali. Il sindacato degli inquilini della Cisl propone un tavolo permanente per accompagnare l’attuazione del piano, definire la destinazione delle risorse e monitorare risultati e impatto, evitando dispersioni, inefficienze ed eccessi speculativi.

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