
Il Lazio migliora leggermente la propria posizione nella classifica nazionale sulla prevenzione e il contrasto al maltrattamento infantile, ma continua a essere considerato un territorio ad alta criticità. È quanto emerge dalla settima edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, realizzato dalla Fondazione Cesvi e presentato a Roma. La regione si colloca al quattordicesimo posto nella graduatoria nazionale, guadagnando due posizioni rispetto alla precedente rilevazione. Nonostante il miglioramento, il Lazio resta al di sotto della media italiana nella capacità di prevenire e affrontare le situazioni di rischio che coinvolgono bambini e adolescenti. Secondo il rapporto, il territorio presenta contemporaneamente fattori di rischio elevati e una dotazione di servizi di prevenzione e cura inferiore alla media nazionale. Per questo motivo è stato inserito nel gruppo delle cosiddette «regioni a elevata criticità», insieme a Sicilia, Calabria, Puglia, Molise, Basilicata, Abruzzo e Campania.
Tra gli indicatori analizzati emerge soprattutto il dato relativo alla percezione dell’insicurezza. Nel Lazio il 38,3% delle famiglie dichiara di sentirsi a rischio criminalità nella zona in cui vive, una percentuale seconda solo a quella della Campania e ben superiore alla media nazionale, ferma al 26,6 per cento. La regione si colloca inoltre al diciassettesimo posto per capacità di condurre una vita sicura e al quindicesimo per capacità di cura. Migliori i risultati relativi all’accesso alle risorse e alla salute, che collocano il Lazio rispettivamente all’undicesimo e al decimo posto.
Il rapporto evidenzia ancora una volta una profonda frattura territoriale tra Nord e Sud del Paese. Le regioni settentrionali, grazie a reti sociali più solide e a servizi maggiormente strutturati, mostrano livelli più elevati di protezione dell’infanzia. L’Emilia-Romagna si conferma la regione con la migliore capacità complessiva di fronteggiare il fenomeno del maltrattamento, seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. All’estremo opposto della classifica si trovano Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Particolarmente marcato il divario nell’accesso ai servizi di sostegno alla genitorialità. A livello nazionale questi servizi raggiungono oltre 144mila utenti, ma la loro diffusione varia sensibilmente: al Nord si registrano 741 utenti ogni 100mila abitanti potenzialmente interessati, contro i 271 del Mezzogiorno.
Il tema centrale dell’edizione 2026 del rapporto è la cosiddetta povertà relazionale, descritta dagli esperti come una delle principali vulnerabilità che possono esporre bambini e ragazzi a disagio e maltrattamento. Lo studio, intitolato «Generazione sola», sottolinea come la povertà non coincida esclusivamente con la mancanza di risorse economiche, ma anche con l’assenza di relazioni significative, punti di riferimento adulti, spazi di aggregazione e reti comunitarie capaci di offrire protezione. La fragilità dei legami familiari, la solitudine, il bullismo, la mancanza di ascolto e di supporto da parte degli adulti possono infatti ridurre i fattori protettivi necessari per una crescita equilibrata. Dall’indagine svolta tra bambini tra i 9 e i 12 anni emerge come i conflitti familiari, le difficoltà economiche e la ridotta presenza degli adulti generino spesso sentimenti di tristezza, insicurezza e abbandono. Anche le relazioni tra coetanei possono diventare fonte di sofferenza, soprattutto nei casi di bullismo, discriminazione e isolamento sociale.
Il rapporto mette in evidenza una stretta connessione tra povertà economica e povertà relazionale. Le difficoltà economiche sottraggono tempo ed energie alle famiglie, alimentano tensioni domestiche e limitano l’accesso dei minori ad attività sportive, educative e ricreative. In questo contesto, la presenza di servizi territoriali, centri di aggregazione, biblioteche, impianti sportivi e spazi educativi può rappresentare un importante fattore di protezione. Al contrario, quartieri caratterizzati da degrado, insicurezza e carenza di servizi tendono ad amplificare le situazioni di vulnerabilità.
Per la Fondazione Cesvi il contrasto al maltrattamento infantile richiede un approccio integrato che coinvolga istituzioni, scuola, servizi sociali, sanità e Terzo settore. Tra le priorità indicate vi sono il rafforzamento dei servizi territoriali, il sostegno alle famiglie, la formazione degli operatori e il potenziamento di quelle che vengono definite «antenne sociali», come pediatri, insegnanti ed educatori, capaci di intercettare precocemente i segnali di disagio. Secondo Cesvi, investire nella prevenzione significa garantire ai bambini ambienti sicuri, relazioni di qualità e opportunità di crescita, contribuendo così a costruire una società più equa e inclusiva.
Tra gli strumenti messi in campo dalla Fondazione figurano le «Case del Sorriso», strutture attive a Bari, Napoli, Siracusa e Milano che offrono sostegno psicologico, supporto alla genitorialità, attività educative e laboratori dedicati ai minori che vivono in contesti difficili. I centri operano in aree caratterizzate da fragilità economica, dispersione scolastica e disagio sociale, con l’obiettivo di rafforzare le reti di protezione attorno ai bambini e alle loro famiglie. Un nuovo presidio sarà inaugurato nei prossimi mesi nel Municipio 9 di Milano.
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