
A Roma mentre prosegue il Giubileo tra pellegrinaggi e celebrazioni, c’è un’altra storia che si muove in sordina che è quella dell’immigrazione. Il nuovo rapporto Idos, che si riferisce alla capitale e al Lazio, ne scatta una fotografia nitida. Di una realtà che resta ai margini del dibattito pubblico e che quando ne emerge è strumentalizzata.
Al 31 dicembre 2023, nel Lazio si contavano 643mila cittadini stranieri, più dell’11 per cento della popolazione regionale. La stragrande maggioranza si concentra a Roma e dintorni, dove gli immigrati rappresentano ormai quasi 14 persone su 100. A Roma i quartieri più multiculturali sono quelli popolari: il VI municipio, quello delle Torri, conta oltre 45mila stranieri.
Sono perlopiù giovani, molto più degli italiani: tre su quattro hanno meno di 50 anni, e tra loro ci sono oltre 116mila bambini e ragazzi. I nuovi nati, però, sono in calo, segno che anche tra le famiglie straniere sta cambiando qualcosa.
La comunità più numerosa è quella romena, seguita da bangladesi, filippini, indiani e albanesi. A seconda delle province, cambiano anche le presenze e le dinamiche: a Latina, ad esempio, l'immigrazione è legata soprattutto all’agricoltura e si registra un numero crescente di indiani, mentre a Roma è più presente chi lavora nei servizi, nella cura alla persona o nella ristorazione.
Nel 2023 sono stati attivati quasi 2 milioni di contratti di lavoro nel Lazio, e più di uno su otto è andato a un cittadino straniero. Ma c’è un problema serio: il reddito medio degli immigrati è meno della metà di quello degli italiani. Eppure svolgono lavori faticosi come i muratori, collaboratori domestici, badanti, camerieri.
Le donne straniere sono le più penalizzate: molte lavorano in nero o in condizioni di forte precarietà. E nonostante il 53 per cento di loro abbia almeno un diploma, finiscono a fare lavori non qualificati.
Nonostante i proclami, l’accoglienza nel Lazio resta un puzzle gestito male. Su oltre 12mila persone accolte nel 2023, l’80 per cento vive in Cas (Centri di accoglienza straordinaria). Solo una su cinque accede al sistema SAI, più strutturato e orientato all’inclusione.
E i minori non accompagnati? Sono poco più di 1.100 nel 2024 (in calo), ma molti di loro finiscono nei centri per adulti già a 16 anni. La legge lo consente, ma la realtà racconta di ragazzi che smettono di studiare e diventano invisibili.
I posti nei Cas crescono (+8,4 per cento) ma sono spesso sovraffollati e gestiti da privati con logiche da “albergo di emergenza”, più che da progetto di integrazione. Le revoche di accoglienza sono raddoppiate in un anno: sembra quasi un modo per “fare spazio”, più che per risolvere problemi reali.
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