Roma, 13 gennaio 2026
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Ilaria Salis e Ilaria Cucchi in ispezione al carcere di Regina Coeli: «Condizioni preoccupanti»

«Dopo il 2023 e il 2024, anche il 2025 si conferma un anno nero per le carceri italiane». Ispezione a Regina Coeli con l’europarlamentare Ilaria Salis e la senatrice Ilaria Cucchi: sovraffollamento, disagio psichico e diritti negati

di Edoardo IacolucciULTIMO AGGIORNAMENTO 10 ore fa - TEMPO DI LETTURA 3'

Ph: La Capitale

Il 2025 è stato un anno nero per le carceri italiane. Così era stato il 2024 e prima ancora il 2023. I cosiddetti «decreti sicurezza» varati negli ultimi anni non hanno risolto le criticità strutturali del sistema penitenziario e, secondo chi visita gli istituti, continuano a lasciare sullo sfondo la dignità delle persone detenute. Anche il 2026, avvertono parlamentari e attivisti, rischia di aprirsi senza un cambio di rotta sui diritti fondamentali.

L’ispezione a Regina Coeli

Ieri pomeriggio un’ispezione a sorpresa si è svolta nel carcere di Regina Coeli, a Roma, uno degli istituti più antichi e simbolici della Capitale e del Paese. A partecipare sono state Ilaria Salis, europarlamentare ed attivista per i diritti civili, e Ilaria Cucchi, senatrice della Repubblica da anni impegnata sul tema del carcere e della giustizia. Una visita che ha restituito l’immagine di una struttura «piena di persone e vuota di risorse».

«Le persone qua dentro stanno male»

«Abbiamo appena svolto un'ispezione a sorpresa all'interno del carcere di Regina Coeli a Roma - ha commentato al termine dell’ispezione, Ilaria Salis - e abbiamo trovato all'interno di questa struttura delle condizioni che sono preoccupanti sotto parecchi punti di vista. Le persone qua dentro stanno male. Questo - sottolinea - non è un problema solo di Regina Coeli, ma che riguarda molte carceri».

Secondo l’europarlamentare, le strutture penitenziarie finiscono per accogliere persone che avrebbero bisogno di tutt’altro tipo di assistenza: «Trovano a dover ospitare persone - contnua - che soffrono di disturbi psichiatrici o persone che soffrono di disturbi di tossicodipendenza e che di fatto dovrebbero essere ospitate in luoghi dove si potrebbero curare, cosa che evidentemente non è possibile all'interno di un carcere».

Meno detenuti solo perché mancano le risorse

Ilaria Cucchi ha evidenziato in seguito una contraddizione apparente: «Sembrerebbe una buona notizia rispetto a un anno fa il numero di detenuti nel carcere di Regina Coeli di Roma è diminuito, ma - osserva Cucchi - c'è da dire che è diminuito per il fatto che a causa della mancanza di manutenzione ci sono ben tre sezioni chiuse». Una riduzione che non nasce da politiche efficaci, ma dal degrado degli spazi.

Celle degradate e sovraffollamento mascherato

«Mancano i soldi, mancano le risorse, i detenuti soffrono, il personale soffre», ha aggiunto la senatrice, spiegando che «un buon 50% dei detenuti è affetto da disturbi etico-psichico» e che «il 35% dei detenuti è tossicodipendente». Numeri che, secondo Cucchi, rendono evidente come «il problema del sovraffollamento già si risolverebbe mettendo questi detenuti in luoghi diversi dal carcere».

Durante la visita sono emerse condizioni materiali critiche: «In alcune celle manca la luce elettrica», in altre «non c'è un tavolino dove potersi appoggiare a mangiare» e «ci sono ancora le brande a tre piani», con il terzo letto «a un'altezza notevole e molto pericoloso».

Salute, burocrazia e umanità

Particolarmente delicata la situazione dei detenuti in osservazione psichiatrica: «Non vengono fornite lenzuola per motivi di sicurezza, ma non vengono nemmeno fornite lenzuola usa e getta, con il risultato che queste persone si trovano a dormire sul materasso di spugna». Cucchi ha parlato anche di «casi di scabbia» e di diritti negati per ragioni organizzative: «Più di un detenuto deve rinunciare al proprio diritto alla salute perché quel giorno manca la scorta».

Tra gli episodi raccontati, anche quello di un detenuto a cui «non è stato dato modo di partecipare al funerale della propria madre». Eppure, conclude la senatrice, «alla fine i detenuti, l'umanità, se la trovano da sé», come dimostra il presepe realizzato da un recluso del cosiddetto «repartino»: un motivo di festa, anche qui dentro.

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