
Mai come quest’anno le laziali del calcio italiano si stanno guadagnando a suon di prestazioni e risultati gli onori delle cronache sportive. Ultima nell’ordine, la vittoria del neopromosso Frosinone contro una delle migliori compagini del campionato. Il Como mai remissivo perde per la prima volta in stagione in casa dei ciociari dopo una partita commovente di una realtà che dopo essersi guadagnata la Serie A con una valanga di gol - ricordiamo la doppia-doppia (10 gol-15 assist) di Giacomo Calò, i 15 gol di Ghedjemis, gli 11 del bomber Raimondo - sta facendo sognare una piazza non abituata di certo a palcoscenici di questo livello.
Un risultato sorprendente per molti. Non per Fabregas che si dimostra ancora una volta un grande lettore dei match dichiarando, tra la sorpresa e l’iperbole:
La trasferta di Frosinone sarà tra le 5 partite più difficili del campionato.
Detto, fatto. Il suo Como cade al Benito Stirpe nonostante le tante occasioni create e il solito, avvolgente possesso palla, marchio di fabbrica del tecnico spagnolo. Nonostante dunque un Como in ascesa, non di certo in crisi di gioco e di risultati, e con tutte le frecce disponibili al suo arco - da Diao a Baturina, passando per Nico Paz, Douvikas e Kean - il Frosinone di Alvini domina l’avversario sotto il punto di vista tecnico, psicologico e fisico.
Una partita spettacolare a 360 gradi. Tante sono le occasioni da una parte e dall’altra, due delle quali catalizzate dai ciociari grazie al solito Calò e al 23enne esterno georgiano Kvernadze, già a quota 3 gol in 5 partite.
Il parziale rischierebbe anche di diventare dilagante ma un fallo molto dubbio di Raimondo - dopo il quale il centravanti dell’Under 21 segnerebbe il virtuale 3-0 e il suo quinto gol in 5 partite - annulla la consacrazione di una partita memorabile. Alvini se la gioca senza paura, a viso apertissimo, senza speculare come spesso accade per un timore reverenziale, molto italiano, nei confronti delle big di Serie A. Il Frosinone se la gioca anche sbilanciandosi offensivamente con le due frecce sugli esterni, i Mahrez e Kvaratskhelia dell’Agro Pontino, Ghedjemis e Kvernadze, e il bomber Raimondo, oltre al centrocampista offensivo Calò a fare la spola tra la cabina di regia e l’area di rigore.
L’MVP della partita è però il portiere Lorenzo Palmisani, autore di una gara da 9 in pagella e una delle sorprese certe di questo campionato. Miracoli su miracoli, su Nico Paz, su Kean e su Douvikas soprattutto, testimoniano che la porta italiana è sempre al sicuro e probabilmente sempre lo sarà.
Mai successo nella storia della serie A a girone unico che tre squadre del Lazio siano state appaiate nei primi 5 posti. Ancor più con le due romane prime in classifica, a pari merito con l’Inter, e la sorpresa Frosinone quinto che finora ha perso soltanto contro la Juventus.
Sebbene le aspettative sui giallorossi di Gasperini siano state rispettate, non ci si aspettava che aggredissero così forte il campionato, guadagnandosi, dopo il big match contro l’Inter di ieri pomeriggio, il diritto di essere l’outsider proprio dei nerazzurri per lo scudetto. In ordine discendente di sorpresa c’è anche la Lazio, orfana di uno stadio pieno e ai minimi storici nel rapporto tra Lotito e i tifosi, con una rosa dilapidata dalle cessioni e un clima molto difficile da gestire fuori dal campo. Nonostante tutto però, il nuovo comandante, Gennaro Gattuso, alla guida dei biancocelesti sta portando a casa risultati importanti con un Frattesi in grande spolvero e finalmente in continuità di minutaggio dopo l’esperienza a singhiozzi all’Inter. E ultimi (stavolta non in classifica) i gialloblu di Alvini che daranno filo da torcere a tutti, nessuno escluso, fino a fine campionato.
Il concetto di meritocrazia è forse uno dei più spremuti e utilizzati nel mondo del calcio. Quello italiano soprattutto. Negli ultimi 15 anni, la ricerca del merito sportivo si pensava fosse, a ragion veduta, la soluzione per fronteggiare la crisi che ha causato le tre mancate qualificazioni mondiali e la perdita dello scettro, acquistato a suon di miliardi negli Anni Ottanta e Novanta e consolidato nei primi Duemila, di Miglior campionato del mondo.
Il 2026 è da molti considerato l’Anno Zero del calcio italiano in virtù dei suoi cambiamenti strutturali: l’elezione dell’uomo-forte Giovanni Malagò a presidente della FIGC - non senza problemi prima e dopo -; l’entrata in vigore delle nuove, amatissime norme sul tempo effettivo per velocizzare il gioco e ridurre le perdite di tempo; un innalzamento del livello generale delle top squadre con molto equilibrio al vertice; e ci aggiungo anche il record di presenze di giovani italiani tra i titolari in Serie A nelle prime giornate.
La speranza è che, dopo la brutta annata passata, testimoniata dall’ennesima squalificazione mondiale e una classifica cannonieri pietosa vinta da Lautaro Martinez con appena 17 reti, sia il momento in cui l’araba fenice del calcio italiano risorgerà. E se lo farà, sarà anche per merito di allenatori come Gasperini, Gattuso e Alvini che per anni hanno visto il loro merito surclassato dall’ossessione per risultati imminenti e dalla mancanza di fiducia delle società nei progetti a lungo termine. Questi tre allenatori sono la cartina tornasole di un fallimento nazionale.
Giampiero Gasperini, il caso più eclatante: dopo una vita a portare insperati risultati con Genoa e Atalanta, ha fatto in tempo a creare una scuola di pensiero con dei seguaci prima di avere una reale opportunità con una grande.
Gennaro Gattuso, dopo aver onorato l’impegno alle qualificazioni mondiali senza purtroppo centrare l’obiettivo, è stato messo alla porta senza nemmeno il dibattito su una sua possibile permanenza, visto il carattere e i risultati dimostrati dalla sua coraggiosa e sfortunata nazionale.
E poi il semisconosciuto Massimiliano Alvini, in realtà un veterano del calcio italiano che, come Gasperini, gioca un calcio più europeo e moderno di tanti suoi colleghi più giovani e con rose più competitive.
Beh allora c’è da affidarsi al loro merito, se siamo e finché siamo, in tempo per riconoscerlo.
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