
Educare bambini e adolescenti a un uso consapevole della tecnologia significa partire dagli adulti. Per la Garante per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza di Roma Capitale Iside Castagnola, la sfida dell’educazione digitale passa prima di tutto dall’alfabetizzazione dei genitori, ma anche dalla formazione di insegnanti e operatori, dal coinvolgimento del terzo settore e dalla costruzione di luoghi fisici nei quali i ragazzi possano incontrarsi e sperimentare alternative all’uso passivo degli schermi.
Dai “detox digitali” nelle scuole ai Punti di facilitazione, fino al centro giovani desTEENazione, l’obiettivo è costruire una responsabilità condivisa tra famiglie, istituzioni e comunità educante.
Dottoressa Castagnola, oggi si parla molto di educazione digitale dei ragazzi. Ma quanto è importante partire dai genitori?
«È fondamentale. Non possiamo chiedere ai bambini e agli adolescenti di utilizzare consapevolmente la tecnologia se prima non aiutiamo gli adulti che li accompagnano a comprenderne opportunità e rischi.
I genitori sono i primi educatori digitali dei propri figli: sono loro a stabilire quando consegnare uno smartphone, quali applicazioni consentire, quali tempi di utilizzo e quali regole adottare. Per questo dobbiamo investire sull’alfabetizzazione digitale delle famiglie, che non significa semplicemente insegnare a utilizzare uno smartphone, ma fornire agli adulti strumenti educativi.
Come Garante cercherò, insieme all’assessora alla Scuola e alla Fondazione Mondo Digitale, una programmazione di incontri dedicati proprio a questo tema. Mi auguro inoltre che possano continuare a essere attivi i Punti di facilitazione digitale, spazi fisici gratuiti dove operatori esperti aiutano i cittadini a usare internet, computer e smartphone, che rappresentano un presidio importante nei municipi e ancora poco conosciuti, per aiutare le famiglie a orientarsi nella tecnologia».
Lei ha già avviato un confronto con alcune istituzioni e associazioni?
«Sì, sul tema ho già incontrato la Presidente dell’Assemblea Capitolina Svetlana Celli, l’assessora alla scuola Claudia Pratelli, la presidente del CNU, Sandra Cioffi, la Garante Regionale del Lazio Monica Sansoni, il presidente dell’Osservatorio nazionale cyberbullismo, la polizia Postale con l’obiettivo di continuare a diffondere e rendere concreto il Manifesto per l’educazione digitale della Carta di Assisi. L’educazione digitale non può essere affidata a un solo soggetto: deve diventare una responsabilità condivisa della comunità.
In questo momento Meta negli Stati Uniti è stata costretta ad adottare nuove misure e a modificare alcune regole di navigazione per cercare di contenere la dipendenza dei minori dai social. Cosa possono fare le istituzioni?
Le istituzioni devono certamente intervenire sul piano della regolazione e della tutela, chiedendo alle piattaforme maggiore responsabilità nella protezione dei minori. Ma non possiamo pensare che bastino le regole delle piattaforme.
Dobbiamo soprattutto alfabetizzare digitalmente i genitori, perché sono loro a stabilire tempi e modalità di utilizzo dei dispositivi da parte dei bambini. Un genitore consapevole deve sapere impostare correttamente la privacy, conoscere i meccanismi delle piattaforme, riconoscere i segnali di un utilizzo problematico e soprattutto saper parlare con il proprio figlio senza trasformare il digitale in un terreno permanente di conflitto.
La sfida non è demonizzare la tecnologia, ma insegnare a viverla».
Quali iniziative concrete avete intenzione di realizzare nelle scuole?
«Continueremo a lavorare con le associazioni, con i Patti digitali e con il Telefono Azzurro, anche attraverso i weekend di “detox digitale” nelle scuole: momenti nei quali bambini, ragazzi e famiglie possono sperimentare assieme autonomia e libertà con l’iPhone spento per qualche ora di sport e rifletter sulle proprie abitudini.
Inoltre, insieme al Tavolo cittadino contro il cyberbullismo, diretto dal professor Grauso, vogliamo organizzare incontri formativi rivolti agli insegnanti e agli assistenti sociali dei Municipi.
Perché la formazione degli adulti deve essere capillare: non possiamo lasciare soli né i genitori né gli operatori che quotidianamente incontrano bambini e adolescenti».
Quanto sarà importante il rapporto con il terzo settore?
«Sarà centrale. Vorrei essere sempre più disponibile a lavorare con tutte le associazioni del terzo settore che mi chiamano per portare ai ragazzi strumenti di pensiero critico, consapevolezza e cittadinanza digitale.
A breve uscirà un podcast che abbiamo realizzato, un bel podcast con la presidente delle Acli, Lidia Borzì. Sono esperienze che dimostrano quanto sia importante uscire dalla logica della semplice “lezione” e trovare linguaggi capaci di parlare davvero alle nuove generazioni.
Il nostro obiettivo deve essere aiutare i ragazzi a porsi domande: chi produce un contenuto? Perché me lo sta mostrando? Quali interessi ci sono dietro? Che cosa significa condividere un’immagine? Quali conseguenze può avere una parola scritta online?
Questa è educazione digitale: non soltanto sapere usare uno strumento, ma sapere scegliere».
Lei insiste molto anche sulla necessità di creare luoghi fisici di incontro. Come si collega questo all’educazione digitale?
«Si collega moltissimo. Se vogliamo contrastare isolamento, dipendenza dagli schermi e uso passivo della tecnologia dobbiamo offrire ai ragazzi luoghi reali nei quali stare insieme, creare, imparare e divertirsi.
Penso, in particolare, al “Centro Giovani desTEENazione di via Quirino Majorana 139” uno spazio bellissimo nato su iniziativa dell’Assessora Funari che vorrei diventasse sempre più un luogo familiare anche per i genitori e non soltanto per i ragazzi, un luogo autogestito e partecipativo guidato da un'équipe di professionisti, educatori, psicologi e operatori sociali, dove gli adolescenti possono proporre e realizzare le proprie idee. Uno spazio gratuito dedicato a ragazzi dagli 11 ai 21 anni. Offre laboratori creativi, attività digitali e supporto educativo per favorire l'aggregazione, l'orientamento al lavoro e la crescita personale.
Immagino incontri nei quali genitori e figli possano imparare insieme a impostare correttamente la privacy dei telefoni dei più piccoli; laboratori musicali nei quali suonare insieme; incontri con autori per leggere un libro insieme a loro. La tecnologia può essere presente, ma deve tornare a essere uno strumento e non il centro della loro vita. Il centro è già aperto gratuitamente ai ragazzi dagli 11 ai 21 anni di tutta la città di Roma».
Quindi il messaggio non è “meno tecnologia”, ma “più consapevolezza”?
«Esattamente. Non dobbiamo costruire una contrapposizione tra mondo digitale e mondo reale. Dobbiamo aiutare bambini e ragazzi a vivere entrambi in modo equilibrato.
E per farlo dobbiamo partire dagli adulti. Un genitore che conosce, ascolta e accompagna è molto più efficace di un genitore che si limita a vietare.
Per questo considero l’alfabetizzazione educativa delle famiglie una delle grandi sfide del mio mandato. Non basta proteggere i bambini dai rischi: dobbiamo dare loro gli strumenti per diventare cittadini consapevoli.
E c’è un principio che vorrei accompagnasse ogni nostra iniziativa: spero che ogni cosa che diciamo e ogni cosa che facciamo sia realmente utile a migliorare la qualità della vita delle persone. Perché il compito delle istituzioni, soprattutto quando si parla di bambini e adolescenti, è trasformare le parole in strumenti concreti di crescita, partecipazione e benessere».
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