Roma, 3 aprile 2026
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Come Refugees Welcome sta riscrivendo le regole dell'accoglienza e dell'integrazione dei migranti a Roma: la storia di Flaminia, Andrea e Momo

Un racconto di cosa succede quando una famiglia della Garbatella decide di aprire la propria porta a un giovane rifugiato del Gambia. Un esperimento di convivenza che smonta la retorica dell’emergenza per esplorare i confini, fragili e necessari, dell’alterità

di Anita ArmeniseULTIMO AGGIORNAMENTO 2 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Flaminia e Andrea

Flaminia e Andrea

C’è una forma di attivismo che non passa per le piazze ma per i corridoi delle case. È un’attivismo fatto di spesa condivisa, turni per portare fuori il cane e l’apprendimento reciproco di nuove grammatiche affettive. Al centro di questa rivoluzione silenziosa c’è Refugees Welcome Italia, un’associazione che dal 2015 trasforma il concetto troppo spesso astratto di accoglienza in una pratica quotidiana, sottraendolo alla fredda gestione dei grandi centri, per restituirlo ad una dimensione più umana. A raccontarlo sono Flaminia e Andrea, una giovane coppia residente a Garbatella.

«Ho conosciuto Refugees Welcome per caso, chiacchieravo con un'amica in gelateria», racconta Flaminia. «È bastata mezz’ora per parlarne con Andrea e decidere. Volevamo entrambi ospitare una persona». La risposta dell’associazione è stata fulminea.

Nel giro di una settimana, Annalisa, la psicologa di riferimento, era nel loro salotto per studiare i ritmi della famiglia e trovare il profilo adatto. Quel profilo aveva il volto di Mohamed, per tutti Momo, un ventenne arrivato dal Gambia dopo un viaggio durissimo attraverso Libia e Mediterraneo.

Oltre i pregiudizi: spezie, pallone e "orizzontalità"

L’impatto è stato segnato da una strana familiarità. «Lo vedevamo dal balcone mentre arrivava lungo il vialetto», ricorda Flaminia. «C’era emozione, certo, ma a pelle abbiamo sentito subito vicinanza. Momo era timidissimo, parlava poco, ma la sensazione è stata di estrema facilità».

La convivenza, durata un anno, si è nutrita di piccoli riti quotidiani. Il primo terreno di incontro è stata la cucina. Andrea e Momo hanno iniziato a scambiarsi segreti culinari.

Da una parte i soffritti romani e la pasta, dall’altra il Domodà, il piatto tipico gambiano a base di arachidi e carne. «Lui ha un’inclinazione naturale per la cucina», racconta Andrea con un sorriso. «Io preparavo i sughi "vecchio stampo" e lui mi ha insegnato l'uso delle spezie. È stato un veicolo di unione incredibile».

Poi l’accoglienza è stata, inevitabilmente, anche confronto culturale. Momo, abituato a una struttura familiare diversa, è rimasto colpito dall'organizzazione della casa di Flaminia e Andrea. «Ci diceva che se avesse raccontato alla sua famiglia che qui l'uomo cucina e si occupa del bambino con totale orizzontalità, non gli avrebbero creduto», racconta Andrea. «È stata un'unione facile, anche se non sono mancati i timori iniziali, superati grazie alla rete di supporto dell'associazione che non ti fa mai sentire sola».

La storia di Momo, dal Gambia alla Sicilia

Dietro il sorriso di Momo c’è il peso di un viaggio odisseo e doloroso. Scappato dal Gambia dopo un violento litigio familiare che ne metteva a rischio la vita, ha attraversato l'Algeria e la Libia prima di imbarcarsi per la Sicilia. «Ha vissuto esperienze durissime in Libia», spiegano i genitori affidatari, «ma è stato fortunato a non contrarre debiti per il viaggio, quelle cifre folli che spesso schiavizzano questi ragazzi per anni».

Sul suo smartphone brilla ancora lo screenshot della foto della nonna, la figura a cui era più legato. Anche se in Gambia la dittatura è finita nel 2018, la mancanza di prospettive economiche lo ha spinto a cercare un futuro altrove. Oggi lavora in una tavola calda a Roma e il suo datore di lavoro, riconoscendone il talento e l’impegno, ha iniziato a dargli sempre più fiducia.

Il distacco: crescere significa andare

L’obiettivo di Refugees Welcome non è l’assistenzialismo, ma l’autonomia. Dopo un anno (sei mesi iniziali più un rinnovo), Flaminia e Andrea hanno dovuto prendere una decisione difficile. Quella di spingere Momo a camminare con le proprie gambe. «Volevamo che studiasse di più l'italiano, che si professionalizzasse ulteriormente», racconta Andrea. «Lui lavorava tutto il giorno, tornava stanco. A un certo punto abbiamo capito che il rischio era che si adagiasse troppo nel calore e nelle comodità della nostra famiglia, perdendo di vista l'obiettivo del progetto».

Il momento dei saluti è stato straziante, un fermo immagine che Andrea descrive con commozione: «L’ultima sera ci siamo abbracciati e lui è scoppiato in un pianto convulso sul mio petto. È come se si fosse riaperta la ferita di tutti i distacchi della sua vita. Ma quel pianto è stato fluido, necessario. È servito a chiudere un ciclo».

Un legame che resta

Oggi Momo vive da solo, si è fatto le treccine, cura il suo stile ed è, secondo Flaminia, «finalmente esploso nella sua identità». Non ha voluto apparire pubblicamente per timore dei commenti razzisti sui social — un'ombra che purtroppo ancora accompagna queste storie — ma il legame con la "sua" famiglia romana è più vivo che mai.

«Ci sentiamo ogni settimana, viene a trovarci», concludono Andrea e Flaminia. «E la cosa più importante è che ha ancora le chiavi di casa. È un gesto simbolico: la nostra porta per lui sarà sempre aperta».

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