Roma, 1 ottobre 2026
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Come Papa Leone XIV ha sorpreso i francesi, intervista a Jesus Colina

Dai numeri delle folle alla scoperta di una fede meno invisibile. Jesús Colina, giornalista e osservatore delle vicende vaticane, era con Leone XIV nei quattro giorni francesi e lo ha incontrato a Lourdes. «Il Papa ha comunicato qualcosa ai francesi, ma è stato anche profondamente toccato da ciò che ha ricevuto da loro»

di Gianluca Dodero TEMPO DI LETTURA 6'
Come Papa Leone XIV ha sorpreso i francesi, intervista a Jesus Colina

C'è un'immagine che forse più di altre permette di capire che cosa sia accaduto in Francia nei quattro giorni di Leone XIV: Notre-Dame.

Sette anni dopo l'incendio che aveva fatto temere la perdita di uno dei simboli della cristianità europea, la cattedrale è tornata a essere il cuore di una capitale. Leone XIV l'ha scelta come una delle chiavi di lettura del viaggio e oggi, ripercorrendo la visita all'udienza generale, ha parlato esplicitamente di «rinascita». Per il Papa, il restauro di Notre-Dame dimostra che Chiesa, Stato, istituzioni pubbliche e società civile possono collaborare per il bene comune.

Ma la sorpresa francese è stata soprattutto un'altra: la risposta popolare. Circa 300 mila persone hanno seguito il passaggio del Papa nel centro di Parigi, mentre alla Messa di Place de la Concorde le stime hanno raggiunto le 800 mila presenze. Allo Stade de France, inoltre, 80 mila giovani hanno partecipato alla veglia.

Numeri che raccontano qualcosa, ma non spiegano tutto.

Per questo abbiamo chiesto di rileggere il viaggio a Jesús Colina, giornalista spagnolo con una lunga esperienza nelle vicende della Santa Sede, fondatore di Zenit e già direttore del portale internazionale Aleteia, oltre che già Consultore del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali.

Colina ha seguito il viaggio francese ed era presente anche a Lourdes. È autore del volume Papa Leone XIV. La sua vita, il suo pensiero, le grandi sfide della Chiesa.

La risposta popolare alla visita del Pontefice

Colina, partiamo dalla cosa più evidente: le folle. Si aspettava una risposta di queste proporzioni?

«No. E credo che non se l'aspettassero neppure gli organizzatori. Ma attenzione: non bisogna fermarsi ai numeri. La vera sorpresa è stata la qualità della partecipazione. Leone XIV ha trovato davanti a sé una Francia molto più interessata alla questione religiosa di quanto alcuni stereotipi sulla secolarizzazione del Paese lasciassero immaginare.

Il Papa stesso lo ha riconosciuto. All'udienza generale ha detto di essere rimasto colpito dal "fervore e dall'entusiasmo" con cui è stato accolto. E nel viaggio ha incontrato qualcosa che non era semplicemente una folla venuta a vedere un personaggio famoso».

Che cosa ha visto, allora?

«Ha visto soprattutto giovani. Allo Stade de France erano in 80 mila, dai 17 ai 35 anni. Non tutti appartengono allo stesso mondo ecclesiale: ci sono praticanti, persone che stanno riscoprendo la fede, adulti che hanno chiesto il battesimo e anche persone che si definiscono non credenti o agnostiche ma sono in ricerca.

Questa è una delle cose più interessanti del viaggio. La Francia continua a essere un Paese profondamente secolarizzato, ma dentro questa secolarizzazione esiste una domanda religiosa che non è affatto scomparsa».

Il ritrovamento della libertà

È cambiato anche il modo in cui i cattolici francesi mostrano la propria fede?

«Sì. Per molto tempo in Francia esisteva una cultura della discrezione. Essere cattolici significava spesso vivere la propria fede in uno spazio molto privato. Quello che abbiamo visto durante questi giorni suggerisce qualcosa di diverso: molti cattolici non hanno più paura di mostrarsi pubblicamente come tali.

Non significa che la Francia sia diventata improvvisamente un Paese cattolico. Significa piuttosto che una parte della popolazione cattolica ha ritrovato la libertà di manifestare la propria appartenenza.

E questo ha prodotto un effetto interessante anche sui non credenti. Il Papa è diventato una figura osservata ben oltre il perimetro ecclesiale».

E qui entra in gioco anche lo stile di Leone XIV.

«Esattamente. Leone non è un Papa che costruisce il consenso attraverso l'effetto sorpresa. Non improvvisa continuamente, non cerca la battuta che diventa immediatamente virale. La sua è una presenza più sobria.

Ma proprio questa sobrietà sembra essere stata percepita come autenticità.

Ci sono immagini molto semplici che hanno colpito chi era presente: il Papa raccolto in preghiera davanti alla statua della Vergine a Notre-Dame, il momento di commozione al termine della Messa. Non sono gesti costruiti per produrre un effetto. E forse proprio per questo sono arrivati alle persone».

Il valore politico della visita

France 2 ha definito la visita “molto politica”. È una definizione che condivide?

«Sì, se per politica intendiamo la capacità di parlare alle questioni fondamentali della società. No, se intendiamo una visita schierata a favore di una parte politica.

Leone XIV ha affrontato temi che riguardano direttamente la Francia: la dignità della vita, la laicità, l'intelligenza artificiale, la crisi dell'Europa, il multilateralismo, la pace.

All'Eliseo ha parlato anche dell' "offerta di una morte programmata", in un Paese che pochi mesi fa ha approvato definitivamente la legge sull'eutanasia. All'UNESCO ha affrontato il tema dell'intelligenza artificiale. A Metz ha riportato al centro la questione europea e le sue radici. E lo ha fatto senza entrare nella logica della contrapposizione partitica».

Anche Macron, in qualche modo, ha risposto a questo approccio.

«Sì, ed è un episodio significativo. Emmanuel Macron aveva mantenuto una posizione molto prudente rispetto alla partecipazione a eventi religiosi, ma a Metz ha riorganizzato la propria agenda per partecipare alla Messa.

Non lo leggerei come un'improvvisa conversione politica. È piuttosto il segno che il Papa è riuscito a occupare uno spazio pubblico che va oltre quello strettamente ecclesiale».

Il rapporto tra il Pontefice e la società francese

Qual è stato allora il punto di contatto con la società francese?

«Le inquietudini del nostro tempo. La ricerca di senso, certamente. Ma anche questioni molto concrete: che cosa fare dell'intelligenza artificiale? Che cosa significa la dignità umana? Quale Europa vogliamo? Quale spazio deve avere la religione nella società? Come si costruisce la pace?

Leone XIV non ha dato risposte semplicistiche. Ha mostrato che la Chiesa vuole stare dentro queste domande.

E questo può spiegare perché persone che normalmente non seguono la vita della Chiesa abbiano prestato attenzione al viaggio».

Poi c'è Lourdes. È forse il momento meno raccontato attraverso le immagini delle folle, ma uno dei più importanti del viaggio.

«Senza dubbio. A Lourdes il Papa ha incontrato sette persone vittime di abusi sessuali commessi da membri del clero. L'incontro, previsto per circa un'ora, è durato più di due ore. È stato un momento molto intenso.

Qui non possiamo permetterci di confondere l'emozione con la soluzione del problema».

Che cosa intende?

«Le vittime hanno parlato di ascolto, di attenzione, della consapevolezza da parte del Papa della dimensione sistemica degli abusi. Ma proprio perché l'ascolto è stato autentico, adesso arriva la parte più difficile: gli atti.

La credibilità della Chiesa francese non può essere ricostruita soltanto attraverso un incontro, per quanto importante. Le vittime chiedono conseguenze concrete, prevenzione, trasparenza e responsabilità.

Il Papa ha riaffermato il suo impegno a contrastare gli abusi. Adesso bisognerà vedere come questo impegno si tradurrà nella vita concreta della Chiesa».

Alla fine di questi quattro giorni, chi ha sorpreso chi? Il Papa i francesi o i francesi il Papa?

«Direi entrambe le cose.

Noi siamo abituati a raccontare i viaggi papali come qualcosa che il Papa porta a un popolo. Ma qui c'è stato un movimento inverso. La Francia ha dato qualcosa a Leone XIV.

Il Papa è arrivato in un Paese che conosceva soprattutto attraverso la sua storia, la sua cultura, le sue contraddizioni. È ripartito dopo aver visto 80 mila giovani riuniti in uno stadio, centinaia di migliaia di persone nelle strade, una Chiesa capace di interrogarsi sul proprio futuro e una società secolarizzata che continua a porre domande religiose.

E credo che questo lo abbia colpito profondamente».

L'eredità del viaggio di Leone XIV in Francia

Possiamo parlare di una “Leone-mania”?

«Possiamo parlare di entusiasmo, ma starei attento a trasformare quattro giorni in una fotografia definitiva della Francia.

Il vero tema comincia adesso.

La Chiesa francese dovrà capire come accompagnare i giovani che si sono avvicinati, come accogliere le persone che chiedono il battesimo, come trasformare l'entusiasmo in percorsi comunitari. Dovrà soprattutto continuare il cammino sulla questione degli abusi.

Il cardinale Jean-Marc Aveline, facendo il bilancio della visita, ha usato un'immagine molto bella: ha detto che sono stati seminati molti semi e che adesso bisogna “innaffiarli”.

È esattamente questo il punto».

Quindi la vera eredità del viaggio non sono le folle?

«No. Le folle sono un segnale. L'eredità sarà ciò che nascerà dopo le folle.

Leone XIV ha mostrato che in Francia esiste una domanda di fede, di senso e di speranza che non coincide con i tradizionali confini sociologici del cattolicesimo. Ha mostrato anche che la Chiesa può parlare alla società senza rinunciare alla propria identità.

Adesso bisogna vedere se questa domanda troverà una casa.

E forse è questa la sorpresa più grande del viaggio: non tanto che centinaia di migliaia di francesi siano andati incontro al Papa, ma che tanti abbiano fatto capire di essere ancora alla ricerca di qualcosa.

E che Leone XIV, a Lourdes come a Parigi, abbia saputo ascoltare quella ricerca».

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