
L'ipotesi che il 16 marzo 1978 in via Fani non agissero solo i membri delle Brigate Rosse torna al centro del dibattito sul caso Moro. A riaccendere i riflettori su una delle pagine più oscure della storia repubblicana sono sia le ultime rivelazioni editoriali sia i recenti sviluppi giudiziari, che restituiscono la fotografia di una vicenda mai davvero chiusa.
A sollevare nuovi interrogativi è il giornalista Roberto Chiodi nel suo libro «Spari da destra. Omicidi di Stato». Al centro dell'inchiesta c'è uno scatto del fotografo dell'ANSA Antonio Ianni che ritrae il corpo dell'agente Giulio Rivera all'interno dell'Alfetta bianca della scorta dello statista democristiano.
Lavorando sull'immagine ed effettivamente ingrandendola, Chiodi ha fatto emergere sulla portiera anteriore destra dell'autovettura una dozzina di fori di proiettile ben visibili, scaturiti da una sventagliata sparata da una posizione opposta rispetto a quella occupata dal commando dei quattro BR in divisa da avieri, i quali hanno sempre negato la presenza di un loro uomo su quel lato.
La tesi sostenuta dall'autore è che le immagini riprodotte negli atti ufficiali delle commissioni parlamentari d'inchiesta presentassero un contrasto tale da rendere quasi invisibili quei dettagli fondamentali sulla carrozzeria. Secondo la ricostruzione di Chiodi, quella sventagliata sul lato destro dimostrerebbe la presenza sul marciapiede di un ulteriore tiratore riconducibile alla struttura armata e segreta di Gladio, il cui ruolo nella strage sarebbe stato successivamente insabbiato insieme alle evidenze fotografiche dell'epoca.
Le perplessità sulle incongruenze della versione ufficiale hanno trovato riscontro anche sul piano giudiziario. Nel mese di luglio del 2026, infatti, il gip ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Roma il 28 maggio 2025, accogliendo l'opposizione presentata da Giovanni e Paolo Ricci, figli di Domenico Ricci, l’appuntato dei carabinieri che guidava la Fiat 130 di Moro.
Tra le ragioni della riapertura dell'indagine figurano diversi elementi ignorati per decenni: un caricatore abbandonato accanto alle auto crivellate su cui non furono mai effettuati rilievi dattiloscopici o genetici, la presenza mai chiarita di una moto Honda con due uomini a bordo notata da cinque testimoni, e più di 40 bossoli trovati sul lato opposto della strada incompatibili con le armi dei brigatisti Prospero Gallinari e Franco Bonisoli. Alla luce di questi elementi, la Magistratura ha disposto nuove perizie balistiche ed esami sul Dna per fare luce sui punti rimasti oscuri.
«In cuor mio c'è sempre la speranza di arrivare alla verità. Lo dobbiamo a mio padre, a Moro, al Paese,» ha dichiarato Giovanni Ricci, oggi sociologo e criminologo. «Non dobbiamo mandare in carcere ottantenni, dobbiamo capire e pacificare la società italiana. L'obiettivo deve essere quello di consegnare una verità storica oggettiva alle nuove generazioni».
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