
Il Sappe interviene sull’inchiesta giudiziaria che coinvolge alcuni agenti della polizia penitenziaria in servizio nell’Istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo, chiedendo che venga rispettata la presunzione di innocenza e mettendo in guardia dal rischio di trasformare le indagini in una condanna anticipata.
A prendere posizione è Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria, secondo il quale sarà la magistratura a dover accertare eventuali responsabilità individuali.
«Attendiamo che la magistratura completi il proprio lavoro. Ma una cosa deve essere chiara fin da subito: un avviso di garanzia, un'indagine o una misura cautelare non sono una sentenza definitiva. In uno Stato di diritto i processi si celebrano nelle aule dei tribunali e non sui giornali, nei talk show o sui social network».
Il sindacato contesta in particolare quella che definisce una tendenza alla condanna mediatica degli appartenenti alla polizia penitenziaria prima della conclusione del procedimento giudiziario.
«Non accettiamo il meccanismo perverso per cui basta l'apertura di un'indagine perché qualcuno si senta autorizzato a emettere immediatamente una condanna morale, professionale e mediatica», afferma Capece. «Chi ha eventualmente commesso reati dovrà risponderne personalmente e senza alcuno sconto, ma fino a prova contraria esiste la presunzione di innocenza. Vale per tutti. O almeno dovrebbe valere per tutti, anche per un poliziotto penitenziario».
Il segretario generale del Sappe richiama quindi il contesto nel quale gli agenti sono chiamati a lavorare all'interno dell'istituto minorile romano, segnato, secondo il sindacato, da numerosi episodi di violenza e tensione.
«Da anni quell'istituto è teatro di aggressioni, rivolte, risse, pestaggi, sommosse, scavalcamenti e gravissimi disordini. Decine e decine di episodi nei quali uomini e donne della Polizia Penitenziaria hanno dovuto fronteggiare violenza e situazioni di altissima tensione, spesso pagando personalmente con ferite e giorni di prognosi. Questo non giustifica né assolve preventivamente nessuno, ma ignorarlo sarebbe raccontare soltanto metà della storia».
Capece sottolinea che il sindacato non intende chiedere tutele particolari per gli agenti che dovessero essere riconosciuti responsabili di reati, ma rivendica il rispetto delle garanzie previste dall'ordinamento.
«La magistratura accerti tutto, fino in fondo e rapidamente. Il Sappe non chiede immunità per nessuno e non copre eventuali responsabilità individuali. Ma pretendiamo altrettanta fermezza nel difendere un principio che sembra diventato improvvisamente negoziabile: nessuno può essere dichiarato colpevole prima di un processo. Trasformare un'indagine in una condanna anticipata è una deriva pericolosa che dovrebbe preoccupare chiunque creda davvero nelle garanzie costituzionali».
Sulla vicenda interviene anche Maurizio Somma, segretario nazionale Sappe per il Lazio, che invita a guardare anche alle condizioni nelle quali opera il personale di Casal del Marmo.
«Siamo di fronte a una situazione che impone la massima attenzione e il massimo rispetto per il lavoro della magistratura, ma anche una seria riflessione sulle condizioni operative dell'Ipm di Casal del Marmo. Il personale opera da tempo in una realtà estremamente difficile, caratterizzata da continui episodi di violenza e tensione. Servono interventi immediati sugli organici, sull'organizzazione, sulla formazione e sulla sicurezza».
Per il Sappe, dunque, l'inchiesta deve procedere senza interferenze, ma non può essere separata da una riflessione più ampia sulla situazione delle carceri minorili e sulle condizioni di lavoro della polizia penitenziaria.
Capece torna infine a denunciare quella che considera una responsabilità attribuita troppo facilmente all'intero Corpo quando emergono procedimenti giudiziari a carico di singoli operatori.
«Ogni volta che accade qualcosa di grave nelle carceri si scopre improvvisamente l'esistenza della Polizia Penitenziaria, salvo poi dimenticarsene il giorno dopo. Gli agenti vengono lasciati per anni a fronteggiare aggressioni, rivolte e disordini in condizioni difficilissime; poi, quando emerge un'indagine, parte immediatamente il tribunale mediatico e l'intero Corpo rischia di finire sul banco degli imputati».
Per il segretario generale del Sappe, le eventuali responsabilità dovranno quindi essere accertate esclusivamente sul piano individuale.
«È un metodo che respingiamo con forza. Le responsabilità sono sempre personali, non collettive. Chi ha sbagliato paghi, se sarà riconosciuto colpevole. Ma fino a quel momento si rispettino le persone, il lavoro della magistratura e soprattutto la Costituzione. La Polizia Penitenziaria non chiede sconti: chiede giustizia. E la giustizia non si fa con i titoli gridati, ma con prove, contraddittorio e sentenze».
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