
Massimiliano Cencelli è morto a Roma all’età di 90 anni. Funzionario della Democrazia Cristiana negli anni della Prima Repubblica, il suo nome è entrato nell’immaginario comune, e dunque nella storia italiana, grazie a una delle espressioni più riconoscibili del lessico politico italiano: il Manuale Cencelli.
La formula continua a essere utilizzata ancora oggi quando si discute della composizione di governi, giunte o organismi di partito e si ipotizza una distribuzione degli incarichi costruita sulla consistenza delle diverse forze politiche.
Una notorietà particolare, soprattutto perché Cencelli non fu soltanto il protagonista di una vicenda politica ormai lontana, anzi piuttosto il punto d’inizio della principale critica contemporanea sottoposta indiscriminatamente da destra a sinistra circa i giochi di partito, l’attaccamento alla poltrona e il voltagabbanismo interessato al mantenimento del posto. Cencelli divenne egli stesso il riferimento utilizzato per raccontare i complessi meccanismi attraverso cui, nella politica italiana, venivano raggiunti gli equilibri tra correnti.
Per capire l’origine del metodo bisogna tornare al 1967 e agli equilibri interni della DC. In quell’anno, durante il congresso di Milano, si formò la corrente dei cosiddetti «pontieri», alla quale facevano riferimento Adolfo Sarti, Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani.
La componente ottenne il 12 per cento dei consensi congressuali. Fu proprio quella percentuale a spingere Cencelli a elaborare un criterio per trasformare la forza politica di una corrente in una corrispondente presenza negli incarichi.
L’idea prendeva spunto da un principio molto concreto: come accade in una società, dove il peso di ciascun socio dipende dalle quote possedute, anche nella politica la distribuzione delle responsabilità avrebbe potuto seguire la consistenza delle singole componenti.
Il meccanismo venne poi applicato agli equilibri interni e agli incarichi di governo. Da quel momento il cognome di Cencelli iniziò a circolare negli ambienti politici e, successivamente, anche nelle cronache.
La forza dell’espressione sta anche nella sua capacità di andare oltre la vicenda originaria. Con il passare degli anni, infatti, «Manuale Cencelli» ha assunto un significato culturale trasversale ed estremamente più ampio.
Non necessariamente quello di un documento materiale da consultare, ma di un metodo: quando le nomine vengono interpretate come il risultato di una trattativa tra partiti, correnti o gruppi di potere, il riferimento al celebre manuale era imprescindibile, quasi automatico.
È così che il nome di un funzionario democristiano della Prima Repubblica è entrato stabilmente nel vocabolario della politica italiana, arrivando anche nei libri e negli studi dedicati al funzionamento delle istituzioni e dei partiti.
Cencelli contribuì personalmente a soffiare sul fuoco del racconto della sua invenzione. In una celebre intervista concessa nel 2003, spiegò come fosse nata la sua intuizione e ricordò anche il ruolo avuto da Sarti nella diffusione del suo nome.
Durante le crisi di governo, infatti, i giornalisti che cercavano indiscrezioni sugli equilibri delle nuove squadre ministeriali si sentivano rispondere scherzosamente di rivolgersi proprio a Cencelli.
Una battuta diventata, nel tempo, una definizione destinata a sopravvivere al suo autore.
Il paradosso è che la fama del Manuale Cencelli non dipende dalla certezza dell’esistenza di un volume ufficiale. Quello che è rimasto è soprattutto il metodo e, ancora di più, il suo valore simbolico.
Oggi il nome Cencelli viene evocato per descrivere la politica delle quote, delle compensazioni e degli equilibri tra gruppi. La sua morte chiude la parabola personale dell’uomo, ma non quella dell’espressione che porta il suo cognome.
Perché, ogni volta che una nomina viene letta attraverso la lente dei rapporti di forza anziché soltanto delle competenze, il «Manuale Cencelli» torna inevitabilmente a essere protagonista.
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