
Cosa rimane quando vengono meno tutti i punti di riferimento. È l'interrogativo che rimbomba oggi a Roma, mentre la città celebra l'83° anniversario della battaglia dell'8-10 settembre 1943. In un clima di profonda raccoglimento istituzionale e civile, le commemorazioni di oggi riportano la memoria a quelle ore in cui, di fronte al crollo dello Stato, nacque la prima vera tappa della Resistenza italiana.
L’Armistizio, firmato a Cassibile il 3 settembre e annunciato l'8 settembre 1943, piombò sul Paese senza disposizioni chiare. La fuga delle istituzioni verso Brindisi e lo sfacelo della catena di comando lasciarono centinaia di migliaia di soldati senza ordini.
Mentre le forze tedesche attivavano il piano "Achse" per occupare la Capitale, tra l'8 e il 10 settembre divamparono i combattimenti al ponte della Magliana, alla Montagnola, lungo la via Ostiense e a Porta San Paolo. A difendere la città scesero i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello, la Divisione "Sassari", i Carabinieri e tantissimi cittadini comuni.
Nelle prime ore del 10 settembre 1943, mentre i reparti italiani tentavano di riorganizzarsi, i paracadutisti della 3. Fallschirmjäger-Division sferrarono un attacco a sorpresa travolgendo i capisaldi tra la via Ardeatina e la via Appia. Nel mirino finì il comando del 1° Reggimento Granatieri e l'area del Forte Ostiense.
Le testimonianze dell'epoca, come quella di Don Pietro Occelli, rievocano l'angoscia di quelle ore: «I tedeschi erano ormai insediati e armatissimi nel Palazzo della Civiltà Fascista all’EUR, nel Palazzo degli Uffici e sui ripiani della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo».
Presso il Forte Ostiense e l’Istituzione Gaetano Giardino (che ospitava 400 orfani e 35 suore), 800 granatieri resistettero fino al limite prima che il parroco trattasse la resa con una bandiera bianca per salvare i bambini.
Nei vicoli della Montagnola si consumò un'alleanza spontanea. Il fornaio Quirino Roscioni, invalido della Grande Guerra, trasformò il suo laboratorio in un avamposto. Dopo l'ordine di ripiegamento verso San Paolo e Testaccio, Roscioni distribuì abiti civili ai soldati per sottrarli alla cattura, venendo fucilato insieme alla cognata Pasqua D’Angelo e ad altri sette cittadini. Negli scontri cadde anche il S.Ten. Luigi Perna, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il bilancio alla Montagnola fu di 53 morti tra militari e civili.
Divisione "Acqui" a Cefalonia e Corfù (migliaia di caduti).
Prigionia IMI
650.000 deportati in Germania; il grande "NO" al nazifascismo.
Occupazione Roma
9 mesi di violenze e deportazioni fino alla liberazione nel giugno 1944.
Nelle cerimonie ufficiali svoltesi oggi, 10 settembre 2026, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha rinnovato il significato profondo di quelle giornate:
«Porta San Paolo ci consegna una delle immagini più forti di quei giorni del settembre 1943. Accanto ai militari arrivarono numerosi cittadini. Operai, studenti, insegnanti, commercianti, uomini e donne lasciarono la propria quotidianità e decisero di partecipare alla difesa della città. Alcuni presero le armi e combatterono, altri soccorsero i feriti, portarono acqua, prestarono i primi aiuti e offrirono riparo.
Alla liberazione del Paese contribuirono in modo decisivo gli eserciti alleati e un’Italia composta da militari, partigiani e cittadini che scelsero di non restare a guardare. A 83 anni di distanza, lo “spirito di Porta San Paolo” rimane un prezioso punto di riferimento per l’Italia: un esempio di responsabilità, coraggio e unità al quale guardare per affrontare insieme le sfide del presente».
Dalla risposta armata di Roma fino all'eroico no dei 650 mila Internati Militari Italiani (IMI) nei campi di concentramento tedeschi, il settembre 1943 non fu solo la fine di un regime, ma la nascita di una nuova coscienza nazionale. Una pagina di storia che, a 83 anni di distanza, continua a parlare al cuore del Paese nell'Italia del 2026.
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