
Un ragazzo che chiede di essere chiamato con il proprio nome. Una docente che si rifiuta. E una vicenda che, partita da un’aula, si allarga fino a diventare un caso pubblico. Succede al liceo Aristofane, dove uno studente transgender, secondo quanto denunciato, sarebbe stato più volte umiliato in classe, riaprendo il confronto – mai davvero chiuso – su inclusione e diritti nelle scuole.
«Sta soffrendo ogni giorno, da mesi», racconta la madre, spiegando che il figlio aveva fatto coming out lo scorso ottobre, chiedendo di essere chiamato con un nome maschile e l’uso dei pronomi coerenti con la propria identità. Una richiesta che, secondo la famiglia, non sarebbe stata rispettata da una docente, con effetti pesanti sul piano personale.
A sollevare pubblicamente il caso è la Flc Cgil di Roma Est Valle dell’Aniene, che parla di «umiliazioni» e richiama il ruolo della scuola come spazio di tutela e crescita. «Deve essere un ambiente inclusivo, capace di promuovere e difendere la dignità di tutte e tutti», sottolinea il sindacato, chiedendo alla dirigenza di garantire il rispetto dell’identità degli studenti in transizione ed evitare ogni forma di misgendering.
Al centro della vicenda c’è anche l’assenza della cosiddetta carriera Alias, lo strumento che consente agli studenti transgender di vedere riconosciuto il nome di elezione nei documenti interni scolastici. Una misura che, nel caso del liceo romano, non è ancora attiva ma su cui – fa sapere la scuola – è in corso un percorso di approvazione.
La dirigente scolastica Raffaella Giustizieri spiega che il regolamento è già stato elaborato e sarà portato in Consiglio d’istituto il 24 aprile. «Il nostro compito resta educativo e fondato sul rispetto», afferma, invitando a leggere la vicenda nel quadro più ampio del lavoro della scuola.
Dura la posizione della Rete degli studenti medi, che parla di episodio «gravissimo» e chiede l’introduzione delle carriere Alias in tutti gli istituti, insieme a formazione per i docenti ed educazione affettiva. Sulla stessa linea la senatrice Cecilia D’Elia (Pd): «Non è un caso isolato, ma il segnale di una difficoltà diffusa nel garantire piena inclusione».
Da Roma Capitale arriva la disponibilità a supportare le scuole. «Non è un mero atto burocratico, ma una presa di responsabilità verso gli studenti», osserva Marilena Grassadonia, ricordando come molti ragazzi abbandonino gli studi perché non si sentono riconosciuti.
Di segno opposto la lettura di Pro Vita e Famiglia, che parla di «strumentalizzazione» del caso e contesta l’introduzione della carriera Alias, ritenuta «illegale e ideologica». Un fronte che evidenzia come il tema resti fortemente divisivo, dentro e fuori le scuole.
Intanto, mentre il liceo si prepara a discutere il regolamento, la vicenda resta sospesa tra ricostruzioni diverse e un punto fermo: la difficoltà, ancora oggi, di tradurre nella quotidianità scolastica i principi di inclusione e rispetto. E la domanda che torna, ogni volta, è la stessa: che tipo di scuola si vuole costruire.
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