
Nel Lazio più di una persona su dieci ha rinunciato a una visita medica o a un esame diagnostico pur avendone bisogno. Nel 2025 la quota ha raggiunto il 12,1 per cento della popolazione, il secondo valore più alto in Italia dopo la Sardegna, che registra il 19,5 per cento. È uno dei dati che fotografano le difficoltà di accesso alle cure nella regione, dove anche le liste d’attesa mostrano segnali di peggioramento. A riportare l’attenzione sul problema è la Fondazione Gimbe, che il 27 ottobre ha diffuso un’analisi sui dati nazionali relativi alle prenotazioni sanitarie. Il quadro laziale evidenzia criticità sia per le prime visite sia per gli esami diagnostici.
Nel confronto tra gennaio e settembre 2025 e lo stesso periodo del 2026, il Lazio è tra le sei regioni italiane in cui è diminuita la quota di prenotazioni effettuate entro i tempi previsti per entrambe le categorie di prestazioni. Per le prime visite, la percentuale di prenotazioni nei tempi è scesa di 3,3 punti percentuali. Per gli esami diagnostici, invece, la flessione è stata di 2 punti percentuali. Un andamento in controtendenza rispetto ai miglioramenti registrati in diverse altre regioni. La Fondazione Gimbe invita tuttavia alla cautela nei confronti tra territori: le percentuali complessive possono essere influenzate dalla diversa distribuzione delle classi di priorità e dal tipo di prestazioni richieste. Per valutare con precisione le performance regionali, sottolinea l’organizzazione, è necessario analizzare i dati distinguendo le singole prestazioni e il livello di urgenza.
Il problema non riguarda soltanto il Lazio. Secondo il rapporto Bes 2026 dell’Istat, nel 2025 in Italia oltre 5,6 milioni di persone, pari al 9,6 per cento della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita o a un accertamento diagnostico di cui avevano bisogno. Le liste d’attesa rappresentano la causa più frequente di rinuncia, indicata dal 6,5 per cento della popolazione, seguita dai costi delle prestazioni, che incidono sul 5,2 per cento.
L’analisi evidenzia anche un limite dei dati oggi disponibili. Gli indicatori sulle liste d’attesa misurano infatti il tempo tra il contatto con il Centro unico di prenotazione e la prima data proposta per una visita o un esame, ma non dimostrano che la prestazione sia stata effettivamente erogata entro i termini. Per ricostruire l’intero percorso del paziente, secondo Gimbe, occorre considerare anche il periodo tra la prescrizione medica e il contatto con il Cup, oltre alle richieste che non si trasformano in una prenotazione. La fondazione chiede quindi maggiore trasparenza e dati più dettagliati, per capire quanto tempo debbano attendere realmente i cittadini e individuare le criticità nell’accesso alle cure.
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