
A trentasette anni dalla scomparsa di Sergio Leone l'opera e l'eredità artistica del regista romano si dotano di una struttura di coordinamento stabile. Presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica è stata annunciata ufficialmente la nascita del Centro studi Sergio Leone.
La comunicazione è avvenuta nel corso del convegno specialistico «Sergio Leone come narratore. Narrazione, tempo e mito», promosso dal Premio Sergio Leone con il patrocinio della Sapienza Università di Roma e di Confassociazioni.
Fabrizio De Priamo, direttore artistico e organizzativo del Premio, ha mostrato le finalità scientifiche del nuovo organismo, precisando che l'attività editoriale e la saggistica del Centro saranno sviluppate in collaborazione con la casa editrice Opposto Edizioni.
All'incontro hanno preso parte studiosi, critici, giornalisti e storici collaboratori del regista. Tra i presenti figuravano il regista Luca Verdone, lo sceneggiatore Franco Ferrini e co-autore della sceneggiatura di «C'era una volta in America», e il montatore Eugenio Alabiso. I lavori della giornata sono stati dedicati al ricordo di Corrado Solari, figura storica del Premio recentemente scomparso, la figlia Marianna ha dato lettura del contributo scientifico che il padre aveva predisposto per l'occasione.
Nato il 3 gennaio 1929 in Via dei Lucchesi (all'interno di Palazzo Lazzaroni), nel rione Trevi, Leone era figlio d'arte. Il padre era il regista Vincenzo Leone (noto con lo pseudonimo di Roberto Roberti) e la madre l'attrice Edvige Valcarenghi (Bice Waleran). La sua formazione giovanile è però legata a Trastevere, e in particolare alla scalinata di viale Glorioso, dove la famiglia si trasferì e dove il futuro regista visse per oltre vent'anni.
Gli anni trascorsi nel quartiere d'oltre Tevere hanno costituito, per ammissione dello stesso Leone, la base documentaria e antropologica della sua successiva produzione cinematografica. Negli archivi della Fondazione Cinema per Roma si conserva una memoria del regista relativa alla vita sociale della scalea nel dopoguerra: «Qui ho vissuto come in un'arena. Dalla scalinata che chiude la strada, venivamo giù a taboga con delle tavole di legno. Ci facevamo pipì sopra, perché scivolassero meglio. Facevamo a sassate, ci battevamo contro quelli di Monteverde. Era la nostra Via Pal, e avrei voluto farne un film. Scrissi una sceneggiatura, ma il mio amico Fellini mi bruciò sul tempo [con I Vitelloni]».
L'influenza del vissuto trasteverino nella sua cinematografia è stata formalmente riconosciuta dal Comune di Roma nel 1999, tramite l'apposizione di una targa commemorativa sulla stessa scalinata di Viale Glorioso, recante una dichiarazione autografa del regista: «Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo e un po' infantile ma sincero come i bambini della scalinata di Viale Glorioso».
Il legame con la realtà cittadina si è esteso anche all'ambito delle passioni popolari e della vita quotidiana, come testimoniato dalla sua costante frequentazione dello Stadio Olimpico in veste di sostenitore della squadra di calcio della Roma.
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