Roma, 21 luglio 2026
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Il problema delle carceri italiane non è solo il sovraffollamento

Il governo annuncia nuovi padiglioni, mentre opposizioni, associazioni e sindacati denunciano sovraffollamento, caldo, violenze e strutture al collasso.

di Edoardo Iacolucci TEMPO DI LETTURA 3'
Ipm Casal del Marmo, Roma (La Capitale)

Ipm Casal del Marmo, Roma (La Capitale)

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio annuncia nuovi padiglioni, Roberto Giachetti risponde parlando di detenuti trattati «da animali». È il pomeriggio del 21 luglio e la crisi delle carceri italiane torna a irrompere alla Camera, mentre il caldo trasforma celle già sovraffollate in ambienti sempre più difficili da abitare e da sorvegliare.

A metà giornata Nordio, a margine della cerimonia di intitolazione dell’Aula Magna a Nicolò Amato nella Scuola di formazione Giovanni Falcone di Roma, assicura che il governo è pronto a mostrare i primi risultati del proprio programma.

«Tra due giorni, con la presidente del Consiglio, inaugureremo nuovi padiglioni in alcune carceri, nell’ambito di un programma che sta andando avanti bene per rendere più umane le condizioni dei detenuti».

L’appuntamento annunciato dal Guardasigilli è dunque per giovedì 23 luglio. Ma poche ore dopo Giachetti, deputato di Italia Viva-Casa Riformista e da anni impegnato sul tema dei diritti delle persone detenute, contesta non soltanto i tempi, ma il metodo politico: presentare come soluzione strutturale ciò che, secondo l’opposizione, resta una sequenza di promesse stagionali.

«Non appena arriva luglio e con luglio l’emergenza caldo negli istituti di pena, il governo si presenta con un comunicato per annunciare che il progetto per realizzare nuove carceri è decollato».

Per Giachetti, il punto non è negare la necessità di nuovi spazi, ma denunciare il divario tra la comunicazione e la vita quotidiana negli istituti. Il deputato ricorda che il numero dei detenuti ha ormai superato la soglia che contribuì alla condanna dell’Italia da parte della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, e sostiene che le condizioni siano oggi persino peggiori.

«L’unica cosa che il governo fa per migliorare le condizioni disumane e degradanti in cui vivono i detenuti, a Sollicciano come in tutte le altre carceri italiane, è ripetere che si sta facendo quanto annunciato l’anno prima».

Bollate al centro della politica, Sollicciano fuori campo

Il riferimento di Giachetti è anche alla visita del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini al carcere di Bollate, legata al caso del gioielliere Mario Roggero. Secondo il deputato, quella presenza avrebbe potuto trasformarsi nell’occasione per osservare direttamente il funzionamento di un istituto penitenziario. Ma, nella sua lettura, la politica continua a entrare in carcere soltanto quando il carcere diventa il fondale di una vicenda mediatica.

«Invito i colleghi della destra di farsi un giro nelle carceri e constatare le condizioni animali, da porcilaia, in cui vivono persone che devono sì scontare una pena ma non essere trattate da animali».

Sulla stessa linea interviene Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione alla Camera, che chiede ancora una volta un’informativa parlamentare di Nordio. Benzoni porta come esempio il carcere fiorentino di Sollicciano, una struttura relativamente moderna diventata negli anni simbolo del deterioramento materiale degli istituti.

«Era allagato, buio e pieno di muffa; gli agenti della Polizia penitenziaria dovevano stare con il giaccone per il freddo che c’era all’interno della struttura».

Il parlamentare accusa il Guardasigilli di non avere trovato, in oltre due anni di denunce, il tempo per riferire alle Camere e sostiene che l’inasprimento dei reati e delle pene abbia aggravato il sovraffollamento senza essere accompagnato da una strategia penitenziaria adeguata.

«Invitiamo i colleghi di maggioranza, che in questi giorni stanno visitando in gran numero il gioielliere di Bollate, a visitare anche Sollicciano».

Regina Coeli, il caldo e la «discarica sociale»

La polemica del 21 luglio arriva una settimana dopo la mobilitazione nazionale promossa dall’Alleanza per l’Articolo 27, la rete che riunisce associazioni come A Buon Diritto, Antigone, Arci e Cnca e che il 14 luglio ha aperto decine di istituti penitenziari allo sguardo della società civile.

Nel carcere romano di Regina Coeli è entrata Ilaria Cucchi, senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra e attivista per i diritti civili, diventata una figura pubblica dopo la battaglia per ottenere verità sulla morte del fratello Stefano Cucchi.

«Faceva un caldo che toglieva il respiro. E in quel caldo ho visto ciò che il governo si ostina a non vedere: decine di detenuti ammassati uno sull’altro, il doppio di quanti dovrebbero esserci».

Cucchi lega la situazione degli istituti alle scelte legislative del governo Meloni, citando i decreti sicurezza e il decreto Caivano. La sua accusa è politica e sociale: il carcere usato come risposta automatica alla marginalità, mentre restano sullo sfondo le alternative alla detenzione e i percorsi di reinserimento.

«Il governo della destra usa il carcere come discarica sociale. Le carceri italiane sono al collasso. Non per caso, ma per colpa del governo Meloni e delle sue politiche iper securitarie».

Alla stessa mobilitazione ha partecipato Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale. Il suo racconto sposta l’attenzione sulla funzione rieducativa della pena e sulla distanza tra la Costituzione e la realtà osservata nelle celle.

«Nel corso della visita ho parlato con un ragazzo di appena diciannove anni. Mi ha detto una frase durissima: da qui si esce peggiori di come si entra».

Pratelli ricorda i percorsi scolastici, di orientamento e inserimento lavorativo realizzati dal Comune insieme alla garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma, Valentina Calderone. Ma riconosce che questi progetti si scontrano con la mancanza di spazi, personale e continuità organizzativa.

«Il carcere non può negare l’articolo 27 della Costituzione».

Da Viterbo a Casal del Marmo, l’emergenza riguarda anche chi lavora

Il quadro non si esaurisce nel sovraffollamento e nelle condizioni igieniche. Il 16 luglio, nel carcere Nicandro Izzo di Viterbo, un detenuto è stato ucciso a coltellate da un altro recluso durante l’ora d’aria. Le indagini, coordinate dalla Procura di Viterbo e affidate anche al Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, devono ricostruire dinamica e movente.

Il giorno successivo il ministero della Giustizia ha comunicato l’invio di un contingente di oltre 150 unità, provenienti dal Provveditorato regionale del Lazio, dai reparti speciali e dallo stesso istituto viterbese, per ristabilire ordine e sicurezza e svolgere gli accertamenti disposti dalla magistratura.

Il 20 luglio, alla vigilia dello scontro politico alla Camera, un’altra denuncia è arrivata dall’Istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo, a Roma. Il Sindacato autonomo Polizia penitenziaria ha riferito di aggressioni, scavalcamenti tra reparti, detenuti armati di punteruoli e spranghe e interventi degli agenti con caschi e scudi.

Donato Capece, segretario generale del Sappe, descrive una Polizia penitenziaria chiamata a contenere emergenze prodotte dal degrado strutturale e dalla carenza di organici.

«I nostri agenti non sono carne da macello. Ogni turno di servizio si trasforma sempre più spesso in una prova di sopravvivenza».

Maurizio Somma, segretario nazionale del Sappe per il Lazio, chiede interventi immediati sull’organizzazione, sulle strutture e sulla sicurezza dell’istituto minorile. È un punto che allarga il campo: detenuti e lavoratori vivono la stessa crisi da posizioni diverse, schiacciati dentro edifici sovraffollati, organici insufficienti e regole applicate in condizioni sempre più instabili.

Nuovi posti o una nuova politica penitenziaria

L’annuncio di Nordio sui padiglioni che saranno inaugurati il 23 luglio prova a offrire una risposta concreta alla pressione crescente. Ma il confronto aperto da Giachetti mostra che il nodo non è soltanto quanti posti aggiungere. È quale modello di carcere costruire, quali persone mandare in cella, quanto investire in salute, lavoro, formazione e misure alternative, e come garantire la sicurezza di chi negli istituti vive e lavora.

Il governo rivendica un programma che dovrebbe rendere «più umane» le condizioni dei detenuti. Le opposizioni, le associazioni e i sindacati descrivono invece un sistema che continua a muoversi per emergenze: il caldo a luglio, la violenza dopo un omicidio, i rinforzi dopo una rivolta, i padiglioni dopo l’ennesimo allarme sul sovraffollamento.

Il punto politico, alla fine, è tutto qui. Le nuove strutture possono aumentare la capienza. Ma senza una strategia capace di ridurre gli ingressi inutili, sostenere il reinserimento, garantire cure, personale e dignità, rischiano di diventare soltanto nuovi spazi nei quali trasferire una crisi che lo Stato continua a inseguire senza riuscire a governarla.

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