
Il Conclave inizierà il 7 maggio e l'attenzione del mondo cattolico si concentra sui nomi che potrebbero raccogliere il testimone di Papa Francesco. Un successore che, inevitabilmente, sarà segnato dall'eredità del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, che ha modellato il Collegio cardinalizio, nominando la maggioranza dei cardinali oggi elettori.
Una delle cose che rende questa scelta così difficile da valutare è che Papa Francesco ha nominato l'80 per cento dei cardinali votanti, e provengono da tutto il mondo. Li ha scelti da luoghi poco noti come la Mongolia, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana. Nel 2013, più della metà dei cardinali elettori era europea. Ora la percentuale è scesa al 39 per cento, mentre il 18 per cento proviene dall'Asia, il 18 per cento dall'America Latina e dai Caraibi e il 12 per cento dall'Africa subsahariana.
Nel secolo scorso, la maggior parte dei conclavi è durata dai due ai tre giorni. Il conclave più lungo, nel XIII secolo, durò due anni e nove mesi, mentre il più breve fu quello del 1503, quando il risultato arrivò nel giro di poche ore. Oggi i principali candidati sono quattro, tutti di orientamento progressista, in linea con il progetto di rinnovamento di Francesco.
Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato vaticano, rappresenta una scelta di continuità moderata. Pragmatico, esperto di diplomazia internazionale, Parolin è considerato il grande regista della politica estera della Santa Sede. La sua elezione segnerebbe un proseguimento delle riforme di Francesco, ma con un tono più equilibrato e diplomatico.
È italiano - fattore non trascurabile, considerando che l'ultimo papa italiano è stato Giovanni Paolo I - e potrebbe rappresentare il ritorno a una tradizione interrotta da oltre quattro decenni.
Se si volesse una linea di totale continuità con Papa Francesco, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, sarebbe la scelta naturale. Molto attento al tema della povertà e ai diritti sociali, Zuppi è noto anche per le sue posizioni critiche nei confronti del trumpismo e per il suo impegno a favore della pace e dell'inclusione.
Non sorprenderebbe se, una volta eletto, scegliesse il nome di Francesco II, a suggellare un ideale passaggio di testimone.
Il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, porta una storia personale e pastorale di grande significato. Nato in Algeria, con radici nelle periferie del Mediterraneo, è un progressista vicino a Francesco ma capace di dialogare anche con ambienti più tradizionalisti.
Ha guidato con successo la rinascita della Chiesa francese dopo anni di scandali, ma la sua figura rimane più legata al servizio pastorale che alla politica internazionale. Sarebbe una scelta che valorizza il ruolo delle "periferie esistenziali" tanto care a Papa Francesco.
Dalla Spagna arriva il quarto grande nome. Il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona e presidente della Conferenza Episcopale Spagnola. Omella è un pragmatico riformista, con forti legami con i cardinali sudamericani, e si è distinto per la sua determinazione nella lotta contro gli abusi sui minori nella Chiesa spagnola. Rappresenterebbe una scelta di governo, capace di mantenere la rotta del cambiamento senza traumi.
L'idea di un papa italiano torna in auge dopo un lungo intervallo. Parolin e Zuppi, entrambi tra i candidati più strutturati, potrebbero beneficiare di un desiderio di ritorno a una figura italiana, vista la storica centralità dell'Italia nella Chiesa universale e il peso ancora forte della curia romana.
La risposta è semplice: il Collegio cardinalizio riflette oggi il disegno di Francesco. I cardinali elettori sono stati scelti in larga parte da lui, privilegiando profili aperti, pastorali, meno curiali e più attenti ai temi sociali. Potrebbe non esserci spazio per un'inversione di rotta netta: il prossimo papa sarà figlio di questo pontificato. Su questa linea progressista ma difficile per via dei rapporti delicati con la Cina, l'elezione del cardinale filippino Luis Antonio Tagle.
Nonostante il peso numerico, la Chiesa americana paga il prezzo degli scandali legati agli abusi sui minori e delle recenti tensioni politiche. La questione infatti grava sulle diocesi canadesi, ulteriormente appesantite dalle denunce in ordine agli istituti di formazione che accoglievano fino agli anni Sessanta del Novecento i bambini dei popoli indigeni di cui si sono scoperte migliaia di sepolture attorno alle istituzioni, proprietà dello stato e gestite in buona parte dalla Chiesa cattolica.
Quanto all'America Latina, mancano figure capaci di unificare il continente dopo il carisma di Bergoglio. In Africa, infine, le divisioni e le ombre sulle relazioni con alcuni regimi autocratici rendono complicata un'elezione.
Un nome che circola come possibile outsider è quello di Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Un papa proveniente da Gaza, giovane e molto progressista, sarebbe una rivoluzione senza precedenti. Ma la sua giovane età (meno di 60 anni) potrebbe rappresentare un ostacolo: un pontificato potenzialmente lunghissimo è qualcosa che il conclave potrebbe guardare con prudenza.
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