
Guccini non aveva bisogno di nominare la città eterna per entrare nella sua storia. Non le ha dedicato inni, tramonti sul Tevere o passeggiate notturne. Le ha portato qualcosa di più raro: parole con cui una parte della città ha imparato a raccontare se stessa.
Apparteneva geograficamente ed emotivamente alla via Emilia, a Bologna, Modena e Pavana. Roma non era il centro della sua mitologia personale e non è diventata protagonista delle sue canzoni come è accaduto con Venditti, De Gregori o Dalla.
Eppure Roma lo ha accolto per decenni come una delle proprie voci. Non perché parlasse della città, ma perché parlava alla città.
Il primo asse potrebbe mettere a confronto due città molto diverse.
Bologna rappresentava per Guccini la formazione, le osterie, l’università, la provincia che diventa mondo. Roma era invece la città del potere, dei partiti, dei movimenti, della televisione e del grande pubblico nazionale.
Negli anni Sessanta e Settanta entrambe furono laboratori politici e culturali. Le canzoni di Guccini - da "Dio è morto" ad "Auschwitz", da "La locomotiva" a "L’avvelenata" - trovarono quindi nella Roma studentesca, sindacale e militante un pubblico naturale.
Non erano inni di partito. Erano canzoni capaci di trasformare la politica in biografia, dubbio, rabbia e memoria.
Un punto concreto del rapporto con Roma è il Folkstudio, il locale che fu una delle culle della canzone d’autore italiana. Sul suo palco passarono, tra gli altri, Francesco De Gregori, Antonello Venditti e lo stesso Guccini.
Qui nasce il legame tra Guccini e la stagione romana in cui la canzone cessò di essere soltanto spettacolo e divenne racconto civile, letteratura orale e confronto politico.
Nella raccolta antologica scelta dallo stesso Guccini compare anche una registrazione de "L’osteria dei poeti" realizzata proprio al Folkstudio di Roma.
La capitale fu anche una tappa importante della sua lunga storia concertistica. Il rapporto con la città può essere raccontato attraverso le serate nei grandi spazi, dal Palazzo dello Sport agli incontri successivi all’Auditorium Parco della Musica. Nel 2015, ormai lontano dai concerti, Guccini salì sul palco dell’Auditorium non per cantare, ma per raccontare la propria vita musicale e letteraria.
Il pubblico romano riconosceva in lui una figura particolare: non il cantante che rappresentava Roma, ma il narratore che la costringeva a guardare oltre il proprio ombelico.
Nei suoi concerti Roma incontrava la provincia, l’appennino, le osterie, gli anarchici, gli emigranti, gli amici perduti e le sconfitte della storia.
Venditti ha raccontato Roma dall’interno, attraverso i quartieri, le generazioni e il sentimento collettivo. De Gregori ha trasformato la storia in allegoria e racconto obliquo. Guccini ha seguito una strada diversa: più narrativa, autobiografica, discorsiva e apertamente interrogativa.
La sua presenza a Roma ha contribuito a creare un canone comune della canzone d’autore italiana. Non una scuola unitaria, ma una grande conversazione nazionale fatta di città, dialetti, culture politiche e modi diversi di usare le parole.
Qui emerge un tratto profondamente romano: la capacità della città di adottare artisti che non le appartengono per nascita.
Guccini non ha costruito una Roma immaginaria. È stato piuttosto Roma ad assorbirlo, facendone una voce delle proprie università, dei circoli culturali, delle radio, dei concerti e delle discussioni politiche.
La sua Roma non è monumentale, è una Roma seduta ad ascoltare, discutere, contestare e cantare in coro.
Guccini non è stato il cantautore di Roma. È stato però uno dei cantautori attraverso cui Roma ha interpretato il resto d’Italia. Le ha mostrato la provincia senza provincialismo, la politica senza propaganda, la memoria senza celebrazione e la poesia senza abbellimenti.
Oggi Roma saluta un uomo che non l’ha raccontata direttamente, ma che per più di mezzo secolo le ha prestato le parole. Parole lunghe, ostinate, qualche volta furiose, sempre allergiche alle semplificazioni. Guccini apparteneva alla via Emilia e all’Appennino. Ma apparteneva anche a ogni città nella quale qualcuno abbia cantato "La locomotiva" chiedendosi se la storia potesse ancora cambiare.
E Roma, certamente, è una di quelle città.
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