Roma, 10 febbraio 2026
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Eni contro Ultima Generazione, a Roma il processo contro Michele Giuli: sentiti i testimoni della difesa

Al Tribunale di Roma quarta udienza del processo per diffamazione intentato da Eni contro l’attivista di Ultima Generazione Michele Giuli. In aula Alessandro Giannì e Ferdinando Cotugno

di Edoardo IacolucciULTIMO AGGIORNAMENTO 13 ore fa - TEMPO DI LETTURA 3'

Clima, responsabilità delle compagnie fossili e libertà di critica pubblica. La quarta udienza del processo per diffamazione intentato da Eni contro Michele Giuli, professore di storia e attivista di Ultima Generazione, è stata celebrata ieri 9 febbraio, al Tribunale di Roma.

Nell’udienza di ieri sono stati ascoltati i testimoni della difesa: Alessandro Giannì, ex direttore esecutivo di Greenpeace Italia, e il giornalista Ferdinando Cotugno. Il dibattimento si è concentrato in particolare su una delle affermazioni contestate a Giuli, secondo cui «Eni sapeva fin dagli anni settanta dei rischi climatici legati alle emissioni di anidride carbonica», perché basata su studi interni che avrebbero già previsto «conseguenze devastanti» in caso di prosecuzione delle attività fossili.

Le dichiarazioni in aula

Sul punto, Giannì ha richiamato quanto affermato nel corso della sua testimonianza, per riassumere così il quadro emerso: «Eni, come le altre compagnie petrolifere, dagli anni ’70 conoscevano le conseguenze dell’accumulo di gas serra in atmosfera e hanno deciso comunque di contrastare la scienza e le politiche climatiche». Una scelta che, secondo il testimone, avrebbe prodotto effetti misurabili e già visibili.

Giannì ha fatto riferimento quindi al rapporto di Greenpeace «Emissioni oggi, morti domani», basato sul modello matematico sviluppato dal professor Bressler, che stima «27mila morti da eccesso di calore entro il 2100 per le sole emissioni di Eni nel 2022». Ma, ha poi aggiunto, «le evidenze scientifiche confermano che la strage è già in atto».

I dati scientifici citati

Nel corso dell’udienza sono stati richiamati anche i dati del «Lancet Countodwn» 2025. Secondo quanto riportato, nel decennio 2012-2021 «sono morte in media 546mila persone l’anno a causa delle ondate di calore», mentre tra il 1990 e il 1999 la mortalità annua era di «335mila persone», con «un aumento del 63,2%». Numeri definiti «agghiaccianti», destinati a peggiorare se, è stato sostenuto, «le compagnie petroliferi - e gli Stati che le appoggiano - non smetteranno prima possibile di estrarre combustibili fossili».

Che Eni fosse consapevole dei rischi legati all’uso delle fonti fossili «in buona compagnia con altre multinazionali del fossile» emerge, secondo la difesa, anche da un’indagine condotta da ReCommon e Greenpeace Italia, basata su studi e pubblicazioni interne all’azienda risalenti agli anni settanta e ottanta. All’epoca, è stato ricordato, «i vertici della multinazionale ignorarono il rischio».

A Pointe Noire, intanto, è stato avviato la scorsa settimana il primo carico di gas naturale liquefatto dall’impianto flottante Nguya Flng, che segna l’inizio dell’export della «Fase 2» del progetto «Congo Lng», dove Lng sta per (liquefied natural gas - gas naturale liquefatto). Alla cerimonia hanno partecipato il presidente della Repubblica del Congo Denis Sassou N’Guesso e l’ad di Eni Claudio Descalzi.

Con una capacità complessiva di 3 milioni di tonnellate annue di Lng, il progetto rafforza la strategia di Eni di crescita nel mercato globale del Lng, puntando all’obiettivo di 20 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030.

«Continuano gli investimenti nel fossile» continuano gli ambientalisti. Ma secondo l’azienda, l’iniziativa contribuisce alla sicurezza energetica italiana ed europea e genera benefici economici locali, valorizzando le risorse dei giacimenti offshore Nené e Litchendjili. Per gli attivisti ambientalisti questa fase 2 del progetto Congo Lng servirà solamente ad «importare gas naturale liquefatto dal paese africano».

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