
Da Roma al Parlamento Europeo di Bruxelles per raccontare una storia che riguarda i giovani, la salute mentale e tecnologia. Le protagoniste sono tre professioniste della Asl Roma 3, la psichiatra Eliana Conte, la psicologa Valentina Liberati e l’assistente sociale Martina Caroleo.
All’inizio del mese hanno presentato nella sede dell’Ue il loro studio dal titolo «Giovani, salute mentale e nuove tecnologie: tra rischio e risorsa. Focus sui disturbi di personalità, vulnerabilità psichiatriche e nuove forme di dipendenza».
Il messaggio che portano riguarda il fatto che la tecnologia non va demonizzata, ma capita, capita bene, perché è ormai parte della vita dei ragazzi.
Le tre dottoresse partono dai dati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di un disturbo mentale. In Europa, l’Unicef segnala che il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 19 anni.
La pandemia di Covid ha peggiorato la situazione. Il 40% dei giovani tra i 15 e i 19 anni ha provato sentimenti persistenti di tristezza o disperazione, e il 61% ha difficoltà ad accedere a cure adeguate.
Anche in Italia la richiesta di supporto psicologico è salita del 30% tra il 2019 e il 2024, con un aumento notevole delle urgenze psichiatriche. «Questi dati mostrano che i disturbi gravi si manifestano sempre più presto», spiegano le relatrici.
La ricerca sottolinea un concetto importante. Oggi la tecnologia non è solo uno strumento, ma un vero ambiente di vita. Qui i ragazzi costruiscono relazioni, definiscono la propria identità e imparano a gestire le emozioni.
«La tecnologia non è di per sé una causa di disagio – spiegano le dottoresse – ma può amplificare vulnerabilità già esistenti. Serve quindi un approccio multidisciplinare e consapevole».
L’uso eccessivo può portare alla cosiddetta dipendenza comportamentale digitale, con comportamenti compulsivi e veri sintomi di astinenza.
Alcuni fattori psicologici rendono i ragazzi più vulnerabili all’uso problematico della tecnologia. Disturbi di personalità Cluster B (borderline e narcisistico) e Cluster C (evitante), affettività negativa, distacco, disinibizione, psicoticismo, ADHD e esperienze traumatiche pregresse.
In pratica, chi ha già fragilità emotive può trovare nel digitale un rifugio, ma anche un rischio.
Ma cosa rende la tecnologia così attraente? Le dottoresse spiegano: immersione nello «stato di flow», gratificazione immediata, multitasking a basso impegno, fuga dalle emozioni negative e soddisfazione di bisogni insoddisfatti nella vita reale.
In più l’intelligenza artificiale sta cambiando le regole del gioco. Chatbot e applicazioni diventano «medici a portata di mano», capaci di offrire risposte rapide, empatiche e gratificanti. In certi casi, possono sostituire momentaneamente lo psicologo, soprattutto per chi ha difficoltà sociali.
Non tutto è negativo. La ricerca mostra anche come le tecnologie possano diventare strumenti utili per la salute mentale: migliorano l’accesso ai trattamenti basati su evidenze scientifiche, riducono i tempi di attesa e aiutano i ragazzi a ricevere aiuto prima che la situazione peggiori.
Lo smartphone, insomma, non è il nemico. Con le app giuste può diventare uno strumento concreto di prevenzione e cura.
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