
«Come è triste la prudenza». Marcello Fonte lo ripete con una nota di malinconia. Non un'osservazione estemporanea ma il motto del manifesto del fu Nuovo Cinema Palazzo occupato. «Perché è bello rivendicare un posto e conquistarlo, mantenerlo», spiega l'attore, oggi volto celebre del cinema internazionale dopo il successo di Dogman, ma dodici anni fa cittadino tra i cittadini, occupante tra gli occupanti in quel quartiere, San Lorenzo, che non ha mai smesso di essere la sua casa elettiva.
Oggi il Cinema Palazzo ha riaperto. Ma non nelle vesti che molti immaginavano sognando quell'attivo centro culturale occupato dal 2011 al 2020. Nato per impedire la creazione di un casinò, il cinema occupato era diventato laboratorio di resistenza culturale, teatro, musica dal vivo, proiezioni, presentazione di libri.
Oggi è un progetto imprenditoriale, un luogo affittato. Legale e rassicurante. Figlio di questo tempo. Per chi ha vissuto la stagione delle occupazioni romane, non propriamente un momento di rinascita, più una trasformazione di un bene comune in prodotto, e in quanto tale al servizio del mercato.
Finisce definitivamente, quindi, la stagione dei beni collettivi, mentre assistiamo a quello che gli economisti hanno chiamato la «tragedia dei beni comuni». Un concetto che descrive il sovra-sfruttamento che porta all’esaurimento delle risorse condivise, (nella disciplina si intendono per esempio pascoli o oceani) a causa di persone che, agendo per profitto personale consumano più del dovuto rendendo la risorsa insostenibile.
Qui la risorsa non è stata esaurita dall'uso collettivo, ma dalla sua normalizzazione. Quell'alto livello di disponibilità ed esauribilità che caratterizza i beni comuni è stato risolto dal mercato. Così Cinema Palazzo è stato sottratto alla collettività per essere restituito come una merce.
Marcello Fonte ricorda i giorni dell'occupazione con un'enfasi che il tempo non ha scalfito. «Eravamo disobbedienti fuori dalla legalità», persone che avevano deciso di lottare contro il cemento.
Nella sua intervista Fonte analizza il presente con lucidità artigiana. «Sono d’accordo sul fatto che nel quartiere si apra un blocco culturale che porta arte e spettacolo», ammette, riconoscendolo, il valore sociale di chi proietta cinema per bambini gratuitamente la domenica. «Non è che si apre un ristorante o un bingo», continua facendo riferimento alla sorte che potrebbe toccare molte delle sale romane in disuso. Eppure la distanza resta siderale.
«Non è la stessa cosa essere legali ed essere illegali. Questo è un progetto imprenditoriale, non c'entra niente con quello che abbiamo fatto noi. Sono due mondi diversi, perché questo qua è uno spazio affittato, pagano e fanno quello che devono fare».
Per l'attore l’essenza del Cinema Palazzo risiedeva in quel «brivido» che oggi sembra svanito. Il brivido che deriva dalla paura che il cinema fosse sgomberato e che costringeva a lottare ogni giorno per mantenerlo.
«È strano diventare legali», confessa. «Forse oggi bisogna imparare a farlo, ma è diverso. Si riaprivano gli spazi chiusi, si attaccavano gli striscioni al volo e via. Il posto era nostro. Era il popolo che decideva, il popolo sovrano».
«Oggi te lo fanno solo credere», conclude evidenziando la profonda differenza tra un'occupazione e una gestione imprenditoriale, che risiede proprio nella natura del potere. Da una parte l'appropriazione diretta di un diritto, dall'altra una concessione regolata dal mercato.
Il Nuovo Cinema Palazzo del 2011 era la prova che non lasciare indietro nessuno era possibile. Resta il monito di Marcello, quel richiamo a non farsi anestetizzare dal desiderio di sicurezza. Perché se la prudenza è diventata l'unica via percorribile, allora è davvero un tempo molto triste.
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