
Si intitola Rivoluzione, è comparsa a pochi passi dall’ambasciata iraniana di via Nomentana ed è un’immagine che non lascia spazio a doppie interpretazioni. Una manifestante iraniana corre stringendo tra le mani il ritratto dell’ayatollah Ali Khamenei avvolto dalle fiamme. Alle sue spalle, il movimento si trasforma in colore fino a diventare la bandiera iraniana, attraversata dalla parola Enghelab, rivoluzione in farsi.
Il luogo non è casuale. Laika torna nello stesso punto a quasi tre anni di distanza da Poisoned by the islamic regime, il poster con cui denunciava l’avvelenamento delle studentesse iraniane. Oggi il messaggio si fa ancora più netto. La protesta non è un’eco geopolitica, ma il riflesso di una ferita aperta, di una società che non accetta più di essere governata dalla paura.
Nel commentare l’opera, l’artista chiarisce il senso politico del suo intervento: «Il regime della Repubblica Islamica deve cadere non perché lo vogliono Israele o Donald Trump, che inseguono solo mire imperialiste su uno dei Paesi più strategici del mondo, ma perché a chiederlo è il popolo iraniano». Laika respinge ogni lettura strumentale e rivendica l’autonomia della rivolta.
Il cuore del murale è l’Iran che scende in strada. «È l’Iran di Mahsa Amini e di tutte le giovani donne stanche di una dittatura clericale e patriarcale, incapace di fare altro che reprimere il dissenso nel sangue e diffondere terrore». La figura in corsa diventa così il simbolo di una generazione che non intende più arretrare.
Ma la protesta non riguarda solo le libertà individuali. «È anche l’Iran di intere famiglie ridotte in povertà da teocrati che perseguono esclusivamente i propri interessi economici». Secondo le ONG, le vittime delle proteste sarebbero circa duemila: un massacro che non ha fermato la mobilitazione. «Nonostante la violenza, la popolazione continua a riempire le strade per chiedere di vivere, di essere libera».
Laika risponde duramente a chi parla di silenzi o ipocrisie: «Non prendo lezioni da chi si è reso complice del genocidio in Palestina e da chi oggi contribuisce a distruggere la democrazia in Occidente». La posizione è dichiarata, senza zone grigie: «Da questa parte non c’è alcun silenzio. Sostengo con forza la lotta per un Iran democratico, senza Ayatollah, senza Shah e soprattutto senza Trump».
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