Roma, 29 maggio 2026
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Traffico di droga, armi ed estorsioni a Roma: 7 arresti nell’inchiesta della DDA

Secondo gli inquirenti il gruppo trattava grandi carichi di stupefacenti e aveva contatti con fornitori in Sud America, cartelli albanesi, criminalità romana e cosche calabresi

di Redazione La Capitale - TEMPO DI LETTURA 4'
Traffico di droga, armi ed estorsioni a Roma: 7 arresti nell’inchiesta della DDA

Dalle prime ore della mattina i carabinieri del Comando Provinciale di Roma stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 7 persone, gravemente indiziate a vario titolo di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, spaccio, estorsione aggravata, detenzione illegale di armi e sfruttamento della prostituzione.

Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia della Procura capitolina.

Durante l’esecuzione dell’ordinanza, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno arrestato in flagranza altre due persone, non destinatarie della misura cautelare, ma trovate in possesso di armi e droga.

L’indagine tra chat criptate e intercettazioni

La misura cautelare nasce da una complessa indagine condotta dai carabinieri e coordinata dalla DDA di Roma. L’attività investigativa, supportata dall’acquisizione di chat criptate e da intercettazioni telefoniche e ambientali, ha permesso di ricostruire l’esistenza di un’organizzazione criminale che, secondo gli inquirenti, era guidata da due pregiudicati romani.

Dalle indagini sarebbe emersa la capacità del sodalizio di muoversi su più livelli del narcotraffico, trattando ingenti carichi di droga e rapportandosi direttamente con fornitori in Sud America per l’importazione via aerea, con cartelli albanesi operanti nel Nord Italia e con figure apicali della criminalità organizzata romana e delle cosche calabresi.

Droga, hashish e cocaina purissima

Uno degli elementi centrali dell’inchiesta riguarda la gestione di grandi quantitativi di stupefacenti. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo avrebbe trattato centinaia di chili di droga.

In un episodio accertato, il sodalizio sarebbe arrivato a detenere 500 chili di hashish, oltre a forniture di cocaina purissima dal valore di centinaia di migliaia di euro. Parte della droga è stata rinvenuta e sequestrata in locali condominiali utilizzati come magazzini.

Nel corso delle perquisizioni eseguite durante l’operazione, i militari hanno sequestrato ulteriori quantitativi di stupefacente. Nell’abitazione del primo indagato sono stati trovati 650 grammi di cocaina. Nell’abitazione del secondo indagato sono stati invece rinvenuti 100 grammi di cocaina, 170 grammi di hashish e 35 grammi di mannite.

AK-47, Skorpion e fucile a canne mozze

Le perquisizioni hanno consentito anche il sequestro di diverse armi. Nell’abitazione del primo indagato, i carabinieri hanno rinvenuto un fucile d’assalto AK-47 Kalashnikov, una mitraglietta Skorpion, un fucile a canne mozze, una pistola e un giubbotto antiproiettile.

Nell’inchiesta era già emersa la disponibilità di armi da fuoco, confermata anche dal sequestro di una pistola a tamburo calibro 22 e di munizioni. Nelle chat criptate, inoltre, i vertici del gruppo avrebbero discusso del reperimento di armi da guerra, tra cui fucili d’assalto M4 con cannocchiale e fucili a pompa.

Secondo l’accusa, quelle armi sarebbero servite per possibili agguati contro esponenti di clan rivali.

Il pestaggio per un debito da 20mila euro

L’indagine ha fatto emergere anche un episodio di violenza legato alla riscossione di un debito. Secondo l’accusa, per ottenere la restituzione di 20mila euro maturati nell’ambito del narcotraffico e dell’acquisto di autovetture, i vertici dell’organizzazione avrebbero ordinato il pestaggio di un loro collaboratore insolvente.

La vittima, aggredita da due sicari, avrebbe riportato gravi lesioni facciali e la perforazione di un polmone.

L’accusa di sfruttamento della prostituzione

Tra le contestazioni figura anche lo sfruttamento della prostituzione. Secondo la ricostruzione investigativa, i capi dell’organizzazione avrebbero messo a disposizione un appartamento a una spacciatrice tossicodipendente, costringendola a prostituirsi.

La donna, descritta dagli investigatori come totalmente soggiogata, sarebbe stata obbligata a versare quasi tutti i proventi nelle casse del clan attraverso ricariche Postepay. Uno dei sodali, inoltre, avrebbe incassato una tariffa fissa di 50 euro per ogni cliente fatto accedere all’immobile.

Orologi di lusso, contanti e carte Postepay

Contestualmente all’esecuzione dell’ordinanza, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma stanno eseguendo anche un decreto di sequestro preventivo di beni, emesso dal Tribunale di Roma, a carico della famiglia di uno dei due presunti promotori e organizzatori del sodalizio.

Il provvedimento riguarda un’auto, una moto, quote societarie e alcune carte Postepay che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state utilizzate per veicolare i profitti derivanti dallo spaccio di stupefacenti e dallo sfruttamento della prostituzione.

Nel corso delle attività sono stati sequestrati anche tre orologi di lusso nell’abitazione di uno dei promotori e organizzatori dell’associazione e 15mila euro in contanti presso l’abitazione dell’altro promotore.

Gli indagati sono da considerarsi presunti innocenti fino a un definitivo accertamento di colpevolezza con sentenza irrevocabile.

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