
Il sindaco Roberto Gualtieri alla conferenza stampa per la riapertura del teatro Valle. (Foto di Camilla Palladino)
Il sipario del Teatro Valle torna ad alzarsi. Oggi, venerdì 16 ottobre, lo storico teatro di Roma riapre le porte al pubblico dopo quindici anni di inattività e un complesso intervento di restauro che ha richiesto oltre tre anni di cantiere e un investimento di 11 milioni e 227mila euro. Ad inaugurare la nuova stagione, alle 19, sarà lo scrittore Francesco Piccolo con La sera della prima. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle, un monologo che ripercorre la tumultuosa prima rappresentazione del capolavoro di Luigi Pirandello, andato in scena proprio qui il 9 maggio 1921. Una riapertura che arriva alla vigilia del terzo centenario del teatro, previsto nel 2027, e che restituisce alla città uno dei luoghi più importanti della storia dello spettacolo italiano ed europeo. «Per noi questo è un giorno di festa, un momento di gioia che appartiene a tutti, che appartiene alla città, al Paese, alla comunità del teatro, non solo italiana, alla cultura, perché questo non è un teatro qualsiasi», ha dichiarato il sindaco Roberto Gualtieri durante la conferenza stampa di presentazione dei lavori. «Dopo tanti anni di chiusura riapre più bello che mai, dopo un restauro straordinario, un lavoro enorme». Alla presentazione sono intervenuti anche il sovrintendente capitolino ai Beni culturali, Claudio Parisi Presicce, l’assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio, e i vertici della Fondazione Teatro di Roma, alla quale sarà affidata la gestione del Valle. Presenti anche l’assessora regionale alla Cultura Simona Baldassarre e il presidente della Fondazione, Francesco Siciliano, insieme alle altre figure che hanno seguito il percorso di recupero.
La riapertura segna la conclusione di un’attesa cominciata nel 2011, quando la soppressione dell’Ente teatrale italiano (Eti) determinò la sospensione dell’attività. Dopo quasi quattro anni di occupazione, dal 2011 al 2014, e dodici anni di chiusura in attesa del recupero, il teatro torna ora alla sua funzione originaria, con una nuova missione: diventare la Casa della drammaturgia contemporanea, uno spazio di produzione, scrittura e confronto sul presente. «Siamo felicissimi anche di questa scelta che abbiamo compiuto, che non era l’unica possibile, ma per noi era quella migliore: che il teatro fosse gestito dal Teatro di Roma», ha spiegato Gualtieri. «Siamo certi che il Teatro di Roma farà ritornare il Valle ad essere una grande casa della drammaturgia contemporanea».
La restituzione del Valle alla città è il risultato di un intervento che ha coinvolto l’intero complesso monumentale, tra restauro conservativo, adeguamento strutturale, rinnovo degli impianti e nuovi sistemi di sicurezza. Il cantiere è stato avviato il 9 marzo 2023 e ha richiesto un lavoro particolarmente complesso, reso necessario dalle condizioni dell’edificio e dalla necessità di conciliare le norme contemporanee con la tutela di una struttura settecentesca. «Questo è stato un cantiere che abbiamo aperto a marzo del 2023, quindi è durato più di tre anni, ha impegnato 80 operai, sono state usate 60 tonnellate di ferro, 450 metri quadri di legno di larice per il palcoscenico», ha ricordato il sindaco. «Fino a qualche settimana fa qui in mezzo c’erano cinque cingolati che passeggiavano. Eravamo anche un po’ nervosi perché vedevamo il calendario, invece è stato tutto calibrato bene e ce l’abbiamo fatta». Il direttore dei lavori, l’architetto Paolo Ciancio, ha seguito un percorso di recupero che ha richiesto modifiche progettuali, approfondimenti tecnici e un confronto continuo con gli organismi preposti alla tutela. Il finanziamento iniziale, pari a 2,5 milioni di euro, si è rivelato insufficiente rispetto alle necessità emerse durante le lavorazioni: l’investimento complessivo è quindi salito a 11.227.906,86 euro. Roma Capitale ha stanziato quasi 10 milioni di euro, mentre il ministero della Cultura ha contribuito con circa 1,2 milioni.
«Il lavoro è costato 11 milioni e all’inizio c’erano due milioni e mezzo, quindi era un progetto che totalmente non funzionava. L’abbiamo dovuto rifare completamente, perché poi si scopriva che l’antincendio non era quello che adesso è richiesto, che è un sistema a spruzzo in particolare, e poi tante altre cose», ha spiegato Gualtieri, ricordando anche le difficoltà incontrate nel corso del cantiere. Il progetto ha subito una revisione importante nell’agosto 2024, quando si è reso necessario approfondire alcuni aspetti legati alla sicurezza. I lavori sono ripresi nel giugno 2025, dopo l’approvazione di una variante da parte della giunta capitolina, con una nuova scansione di 450 giorni. La conclusione è arrivata nei tempi previsti per consentire l’apertura della stagione teatrale. «Sembrava che non ce l’avremmo fatta», ha ammesso il sindaco rispondendo a una domanda de La Capitale sulle difficoltà incontrate per rispettare la scadenza. «Abbiamo realisticamente preso atto che alcune scadenze ancora più ambiziose non erano realistiche, ma al tempo si è sempre detto: no, la stagione deve finire, basta». Per questo, ha aggiunto, la programmazione del Teatro di Roma è stata avviata parallelamente ai lavori, con l’obiettivo di non rinviare ulteriormente la riapertura. A rendere più complesso l’intervento sono state anche le caratteristiche dell’edificio, i ritrovamenti emersi durante le lavorazioni e le nuove esigenze impiantistiche. Tra questi, Gualtieri ha ricordato anche il rinvenimento di un pavimento medievale, che ha richiesto ulteriori valutazioni. «È stato un lavoro complicatissimo, non solo tecnicamente fatto di tante azioni, ma ciascuna aveva dietro di sé scelte, confronti molto delicati anche dal punto di vista scientifico, quindi confronti tra due soprintendenze», ha spiegato il sindaco. Il sovrintendente capitolino Parisi Presicce ha sottolineato come il problema principale fosse trovare un equilibrio tra le diverse funzioni del teatro: quella del pubblico, con platea e palchi; quella degli artisti e dei tecnici, con camerini e sale di prova; e quella del palcoscenico, con le sue specifiche esigenze scenotecniche. «Ognuno di questi tre elementi ha bisogno di norme differenti e di un’attenzione differente alle vie di fuga, ai materiali usati, quindi non era facile trovare il giusto equilibrio», ha osservato.
Il recupero ha interessato la sala, i palchi, gli scaloni, la facciata e le parti monumentali riconducibili all’intervento di Giuseppe Valadier. Sul fronte strutturale sono state realizzate nuove opere sopra la volta del retropalco, nuove fondazioni per l’ascensore, per il corpo scale e per il montacarichi che collegherà il palcoscenico al sottopalco, oltre alle strutture del cavedio nord, destinato a ospitare locali tecnici e ambienti di servizio. È stato demolito l’assito della parte più profonda del palcoscenico e sono stati completati gli scavi degli ambienti interrati, in particolare nel sottopalco, nel sotto-retropalco e nel cavedio nord. Sui palchi lignei esistenti sono state inoltre effettuate prove di carico, con esito favorevole, per verificarne la tenuta strutturale. Una parte significativa del lavoro ha riguardato la riorganizzazione dei camerini, completamente ripensati e ricostruiti per migliorare la funzionalità degli spazi destinati agli artisti e ai tecnici. Le due scale secondarie sono state demolite e sostituite con un nuovo ascensore, da un lato, e una nuova scala dall’altro. L’intervento consente di raggiungere i piani superiori e migliora le condizioni di deflusso del pubblico in caso di emergenza. Il teatro dispone ora di percorsi accessibili, ascensori e spazi di servizio adeguati. Sono stati rinnovati gli impianti elettrici e meccanici, compresi quelli di climatizzazione, e sono stati aggiornati i sistemi di prevenzione degli incendi. Per la sicurezza antincendio è stata adottata la tecnologia water-mist, un sistema di spegnimento a nebulizzazione che utilizza una quantità d’acqua ridotta rispetto agli impianti tradizionali. La soluzione ha permesso di ridimensionare la capacità delle vasche di accumulo previste inizialmente, passate da 70mila a circa 25mila litri, ottimizzando al contempo i circuiti impiantistici. Una scelta particolarmente adatta a un edificio monumentale, nel quale è necessario limitare l’impatto degli interventi sulle strutture e sugli apparati storici.
Sono stati inoltre realizzati nuovi impianti scenotecnici per il controllo e la gestione delle luci, dell’audio e dei segnali video destinati alla scena, con centrali e terminali nella torre scenica e ai diversi livelli dei palchi. Il progetto comprende anche paranchi a catena, sistemi di alimentazione e controllo, nuove stanghe per sipario, arlecchino e mantovana, travetti metallici per la graticcia, dieci tiri manuali e uno schermo per proiezioni. La sala è stata ridipinta e arredata con nuove poltrone in platea e sedie nei palchetti. Le 104 lampade in cristallo di Boemia, risalenti all’intervento del 1936, sono state pulite e conservate, mentre l’impianto elettrico è stato adeguato per consentire l’utilizzo di lampade a led. Il lavoro, tuttavia, non è concluso in ogni sua parte. Alcuni interventi di completamento, soprattutto nei camerini al terzo e quarto piano e in alcuni spazi di servizio, proseguiranno nelle prossime settimane. Il sindaco ha assicurato che non comprometteranno l’attività teatrale. La novità annunciata da Gualtieri riguarda invece un ulteriore intervento previsto per la prossima estate: la realizzazione di un foyer, spazio di accoglienza e incontro per il pubblico che il Valle, fino a oggi, non ha mai avuto. «Nell’estate ci sarà un intervento che non è una conclusione di questo lavoro, ma un nuovo intervento, perché doteremo il teatro di un foyer che non ha mai avuto. Verrà realizzato nell’estate, un foyer a fianco», ha annunciato il sindaco. «Non sono cose che impediscono di andare in scena quelle che mancano, ma sono cose che via via completeranno alcuni aspetti del backstage, soprattutto la parte dei camerini, poi qualcosa all’ingresso. Però il lavoro è concluso come ci aspettavamo, noi volevamo poter partire con la stagione».
Tra gli aspetti più significativi dell’intervento c’è il recupero degli apparati decorativi, attraverso indagini storiche e stratigrafiche condotte dalla Sovrintendenza Capitolina in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma e con i restauratori incaricati. Il lavoro ha interessato i palchi dell’intera sala, dalla platea al loggione, la tela del soffitto, l’arco del boccascena e le targhe marmoree dei diversi ordini. L’obiettivo non è stato riportare l’edificio a un’unica fase storica, ma recuperare e conservare le testimonianze più significative delle trasformazioni che lo hanno attraversato. «Recuperare questo edificio significava sostanzialmente recuperare tutte le tracce della sua lunga storia», ha spiegato Parisi Presicce. «Non era facile adeguare questo teatro alle norme di sicurezza preservando anche tutte le tracce delle vicende che ha dovuto supportare e ricevere nel corso dei secoli». La scoperta più rilevante riguarda la «Danza delle ore», una decorazione ottocentesca riemersa nell’arco del boccascena, ai lati dell’orologio originale del teatro. Sotto le ridipinture novecentesche sono stati ritrovati putti monocromi che danzano con strumenti musicali su un fondo a finto mosaico in oro zecchino. Un’opera documentata nelle fonti d’archivio, ma rimasta nascosta per decenni dalle trasformazioni successive. Per riportarla alla luce è stato necessario rimuovere la decorazione realizzata nel 1936 da Alberto Albani, ormai degradata e di qualità tecnica inferiore rispetto allo strato sottostante. «Effettuando dei saggi stratigrafici è stato scoperto un fregio che non era noto, cioè era noto dalle fonti d’archivio, dalle descrizioni archivistiche relative a Valadier: questa Danza delle ore, dove dei putti monocromi sui lati dell’orologio, che è stato anch’esso recuperato, danzano con gli strumenti musicali su un fondo di stucco dorato. Un elemento veramente di novità, preziosissimo», ha raccontato il sovrintendente. Le indagini hanno permesso di recuperare anche elementi della decorazione dei palchi riconducibili al progetto di Valadier e alle grottesche di Felice Giani, pittore che aveva realizzato figurine, motivi floreali e geometrici ispirati alla decorazione classica e rinascimentale. Le superfici lignee, originariamente rivestite con una tela leggera e una preparazione a base di gesso e colla, avevano subito nel tempo numerose ridipinture. Nel corso dell’Ottocento, in particolare, le decorazioni più leggere di Giani furono coperte da una tinta grigia velata d’azzurro, arricchita da stucchi dorati con motivi geometrici, vegetali e animali. Ulteriori rifacimenti negli anni Trenta e Settanta del Novecento avevano modificato ancora l’aspetto della sala.
Il restauro attuale ha rimosso le ridipinture ritenute inidonee dal punto di vista storico e conservativo, consolidando le superfici e lasciando a vista le testimonianze più antiche dove meglio conservate. In alcuni palchi è stata mantenuta anche una decorazione a finto alabastro rosato, probabilmente risalente a una fase poco successiva a quella originaria. «Abbiamo dovuto procedere con tempi che a volte anche la stampa riteneva troppo lunghi, ma perché occorreva, prima di prendere qualsiasi decisione, fare dei saggi, verificare la stratificazione, scegliere quali elementi conservare e quali invece eliminare», ha precisato Parisi Presicce. Le decisioni relative alla conservazione sono state assunte d’intesa con la Soprintendenza Speciale di Roma. È stata restaurata anche la grande tela del soffitto dipinta da Silvio Galimberti nel 1936, intervenendo sulla pulitura, sul consolidamento e sul ritocco delle parti più deteriorate. La tela non è costituita da un unico pezzo, ma da numerosi riquadri, una caratteristica legata anche al precedente intervento del 1972. Conservati e ripuliti, come detto, anche i lampadari in cristallo di Boemia. Quanto ai colori, gli studi hanno permesso di recuperare le tracce delle diverse fasi decorative: se il verde era uno dei colori maggiormente utilizzati da Valadier, per le nuove tappezzerie e le sedute si è scelto, d’intesa con la Fondazione Teatro di Roma, il rosso tradizionale dei teatri all’italiana. Un lavoro di recupero artistico che, secondo l’assessore Smeriglio ha consentito di tenere insieme «interventi di riqualificazione, recupero artistico e innesti di carattere tecnologico che raramente si possono apportare su una struttura che annovera centinaia di anni sulle spalle». «Oggi consegniamo alla cittadinanza un luogo unico, per la sua storia, la sua vocazione e per le tante anime che hanno popolato questo spazio», ha dichiarato Smeriglio. «L’obiettivo è restituire un teatro a tutta la cittadinanza, che sarà nuovamente vivo e attivo con un cartellone di grande valore, drammaturgia contemporanea con richiami a quella tradizionale: un modo per aprire le porte a pubblici diversi e per trasformare questo luogo in una casa della città, di tutte le romane e i romani, per restituire la cultura come bene comune».
La riapertura non è soltanto un recupero architettonico, ma l’inizio di una nuova fase per la vita culturale del Valle. La gestione affidata alla Fondazione Teatro di Roma punta a fare dello storico edificio un luogo dedicato soprattutto alla drammaturgia contemporanea italiana e straniera, senza rinunciare al legame con la tradizione. La stagione, già presentata nella scorsa primavera, comincia proprio con Francesco Piccolo e il suo racconto della prima dei Sei personaggi in cerca d’autore. Lo spettacolo resterà in scena fino al 18 ottobre. «La stagione sarà dedicata alla drammaturgia contemporanea», ha spiegato il direttore artistico Luca De Fusco. «Si comincia con un performer come Francesco Piccolo, ma ci sono anche tanti testi scritti oggi, ad esempio da Silvia Costa, avremo la Churchill prodotta con il Piccolo di Milano, ci sono testi del dopoguerra, Berto, La governante di Vitaliano Brancati, ci sarà Alessandro Gassmann, la drammaturgia inglese, Vitaliano Trevisan con Maria Paiato. La linea è quella della drammaturgia contemporanea. Il Valle torna a se stesso». Piccolo ha raccontato di aver accolto con grande interesse la proposta di De Fusco, soprattutto per la possibilità di tornare a studiare Pirandello e una serata teatrale destinata a diventare una delle più celebri della storia del Novecento. «L’emozione è molto grande, ma se uno deve andare a fare uno spettacolo su un palco la devi ignorare il più possibile», ha detto rispondendo a una domanda de La Capitale. «La cosa che mi interessa più, non soltanto io ma il racconto che appunto Luca De Fusco mi ha proposto, è stata per me la cosa più bella del mondo mentre mi rimettevo a studiare Pirandello». Il riferimento è alla prima del 9 maggio 1921, quando il pubblico accolse l’opera con proteste e grida di «Manicomio! Manicomio!». Un esordio tempestoso per un testo che avrebbe rivoluzionato il linguaggio teatrale, diventando uno dei capolavori del Novecento. «Quella sera praticamente nessuno capì niente di che cosa fossero i Sei personaggi in cerca d’autore», ha osservato Piccolo. «È diventata forse l’opera del Novecento più importante proprio perché è la più significativa rispetto alla narrazione, ma davanti a un pubblico che non sapeva cosa sarebbe successo era una cosa che fu sconvolgente fin dal primo momento». Per il presidente della Fondazione Teatro di Roma, Francesco Siciliano, il ritorno del Valle rappresenta molto più della riapertura di una sala: «Oggi qui inizia una stagione bellissima. L’attenzione della stampa e la fortissima partecipazione a questa giornata dimostrano che riaprire questa struttura non significa soltanto aprire un teatro».
La storia del Teatro Valle comincia quasi due secoli prima della sua inaugurazione. L’edificio originario fu costruito intorno al 1530 da Lorenzo Lotti, detto Lorenzetto, allievo di Raffaello, per il cardinale Andrea Della Valle. Si trattava di un ampliamento della residenza della famiglia, il cui palazzo si affacciava sulla via Papalis, l’attuale corso Vittorio Emanuele II. Nel corso del Settecento il complesso passò alla famiglia Capranica, che decise di trasformare il cortile in un teatro privato. L’incarico per la realizzazione della struttura lignea fu affidato all’architetto Tommaso Morelli. Il Teatro Valle venne inaugurato il 7 gennaio 1727: una sala a ferro di cavallo con cinque ordini di palchi, ciascuno composto da 26 palchetti, un loggione superiore e una platea con panche. Nacque come teatro privato, ma diventò presto uno dei luoghi più frequentati della città, soprattutto per l’opera lirica. Nei primi decenni ospitò lavori di Cimarosa, Rossini e Donizetti, contribuendo alla diffusione del melodramma italiano. All’inizio dell’Ottocento, con il mutamento delle regole e una maggiore attenzione delle autorità pontificie alla sicurezza degli edifici pubblici, emerse la necessità di ricostruire il teatro in muratura. Dal 1815 un’apposita Deputazione dello Stato pontificio aveva avviato verifiche sui teatri della città, imponendo interventi per adeguarli alle nuove disposizioni. L’incarico venne affidato nel 1818 a Giuseppe Valadier, architetto tra i protagonisti del rinnovamento neoclassico di Roma. Il progetto prevedeva la trasformazione della struttura, mantenendo la pianta a ferro di cavallo tipica dei teatri all’italiana e riducendo gli ordini dei palchi da cinque a quattro. L’intervento, tuttavia, fu segnato da un grave incidente. Valadier sbagliò i calcoli dell’arcone che avrebbe dovuto consentire l’ampliamento del palcoscenico: il crollo della struttura provocò il cedimento della parte superiore dell’edificio e l’architetto venne sollevato dall’incarico. I lavori passarono quindi a Gaspare Salvi, che portò a termine la ricostruzione. Il teatro rinnovato venne inaugurato il 26 dicembre 1822.
L’impronta di Valadier rimase comunque determinante, soprattutto negli apparati decorativi realizzati con la collaborazione del pittore Felice Giani. Le grottesche, i motivi floreali, le figurine e le cornici dorate contribuirono a definire l’identità della sala, che nel corso dei decenni sarebbe stata più volte modificata. Tra il 1842 e il 1845 venne rifatta la facciata posteriore su via del Melone. Nel 1888 un importante restauro adeguò gli interni al gusto eclettico dell’epoca: le decorazioni originarie furono in parte coperte da tinte grigie e azzurrine e da stucchi dorati, mentre il loggione venne modificato e gli ingressi arricchiti con pavimentazioni in marmi policromi, ancora visibili. Un altro passaggio fondamentale arrivò nel 1936-37, quando la Società Immobiliare Teatri, allora proprietaria, promosse un nuovo intervento. Furono migliorati i collegamenti tra platea e corridoi, rinnovati i palchi e realizzate nuove decorazioni. Silvio Galimberti dipinse la tela del soffitto, raffigurando le maschere della commedia dell’arte con Arlecchino al centro, mentre Alberto Albani realizzò l’arcoscenico con coppie di putti e stemmi, tra cui quello della famiglia Capranica del Grillo. Alla stessa fase risalgono le 104 lampade in cristallo di Boemia, che illuminano ancora oggi la sala. Il restauro appena concluso ha conservato la tela di Galimberti e rimosso la decorazione di Albani per riportare alla luce quella ottocentesca riconducibile al progetto di Valadier. Negli anni Settanta le capriate lignee del tetto furono sostituite da strutture in ferro di forma e dimensioni analoghe, mentre tra il 1983 e il 1985 furono eseguiti interventi sugli impianti e di consolidamento delle murature. In quell’occasione, sul lato destro del palcoscenico, venne scoperto un portale riconducibile al palazzo della famiglia Della Valle, con lo stemma marmoreo del cardinale. Nel 1969 il teatro era stato ceduto dalla famiglia Capranica all’Ente teatrale italiano, che già lo gestiva da alcuni anni. Il Valle avrebbe continuato a essere uno dei principali riferimenti della scena nazionale, attraversando stagioni artistiche e sperimentazioni che ne hanno consolidato il prestigio.
La storia del Valle non si esaurisce nell’architettura. Per quasi tre secoli il teatro è stato uno dei luoghi centrali della vita culturale italiana, ospitando debutti, sperimentazioni e momenti destinati a lasciare un segno nella storia dello spettacolo. Dopo la lunga stagione dell’opera lirica, la prosa si affermò anche grazie a interpreti come Adelaide Ristori ed Eleonora Duse, che debuttò al Valle nel 1899. Sul palcoscenico passarono inoltre attori e compagnie che hanno segnato il teatro italiano, dai grandi interpreti dialettali fino a Totò, Anna Magnani e ai fratelli De Filippo. Il 9 maggio 1921 il Valle ospitò la prima assoluta dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. La rappresentazione si trasformò in un caso teatrale: il pubblico contestò l’opera e gridò «Manicomio! Manicomio!», senza riconoscere immediatamente la portata della rivoluzione drammaturgica che aveva davanti. Quella stessa opera è oggi al centro dello spettacolo che inaugura la riapertura.
Nel Novecento il Valle continuò a essere un laboratorio di innovazione. Fu palcoscenico di esperimenti di teatro d’arte, ospitò Vittorio Gassman in Peer Gynt, vide l’esordio come attore di Luca Ronconi in Tre quarti di luna e la prima formazione della Compagnia dei Giovani. Nel 1962 divenne sede del Teatro Stabile della Città di Roma, la cui prima stagione, inaugurata nel novembre 1965 sotto la direzione di Vito Pandolfi, si aprì con un memorabile Giardino dei ciliegi diretto da Luchino Visconti. Il teatro ospitò anche momenti di forte tensione politica e culturale, come la contestazione fascista alla Romagnola di Luigi Squarzina, opera dedicata alla guerra e alla lotta partigiana. Una storia fatta di grandi successi, ma anche di spettacoli inizialmente contestati, che hanno trovato solo in seguito il riconoscimento del pubblico e della critica. È questa vocazione alla ricerca, insieme al valore storico dell’edificio, che la nuova gestione intende recuperare attraverso la drammaturgia contemporanea.
La storia recente del Valle è legata a una delle vicende più significative del dibattito italiano sui beni comuni e sulla gestione degli spazi culturali pubblici. Nel maggio 2011, dopo la soppressione dell’Ente teatrale italiano, l’attività del teatro venne sospesa. La decisione aprì una fase di incertezza sul futuro dello storico edificio e provocò una mobilitazione di attori, lavoratori dello spettacolo e cittadini che, nel giugno dello stesso anno, occuparono il teatro. L’occupazione proseguì fino all’agosto 2014 e assunse una visibilità internazionale, trasformando il Valle in un simbolo delle battaglie per la difesa della cultura come bene comune. Gli occupanti si costituirono nell’Associazione Fondazione Teatro Valle Bene Comune, dando vita a un’esperienza di presidio culturale che cercava di mantenere attivo lo spazio attraverso iniziative, spettacoli, incontri e momenti di partecipazione. Una stagione controversa, che divise il mondo culturale e politico, ma che ha lasciato un segno nella storia del teatro. La decisione dell’amministrazione capitolina di conservare alcune scritte sulle scale nasce proprio dalla volontà di non cancellare questa fase. I messaggi e gli slogan contro le discriminazioni realizzati durante l’occupazione sono rimasti visibili anche dopo il restauro, come testimonianza materiale di quegli anni. Non un elemento estraneo al recupero, ma una traccia di una vicenda che appartiene ormai alla memoria del luogo. Gualtieri ha definito l’occupazione «una stagione importante, molto militante dal punto di vista culturale, una pagina molto vitale di partecipazione, di amore per il teatro e per la cultura, anche se controversa». «Fu una reazione che scrisse una pagina comunque molto vitale dal punto di vista culturale, teatrale, di partecipazione, di amore per il teatro e per la cultura», ha aggiunto il sindaco. «Controversa, come sempre nei grandi momenti, nelle grandi pagine del dibattito culturale: ci sarà chi è a favore e chi era contro. Ma controverso non toglie, comunque la si pensi, che fu una stagione importante». L’amministrazione ha scelto di lasciare sulle scale una testimonianza discreta di quella stagione, riconoscendo che anche gli anni dell’occupazione fanno ormai parte della stratificazione storica del Valle. «Ci sembrava bello ricordarlo in modo discreto», ha spiegato Gualtieri, sottolineando che la storia del teatro comprende le decorazioni settecentesche, gli interventi di Valadier, le grandi interpreti come Eleonora Duse, la prima di Pirandello e le mobilitazioni più recenti.
Il sindaco ha anche ricordato i limiti di quell’esperienza rispetto alle esigenze di conservazione e gestione dell’edificio: «Si batterono con strumenti che non consentivano loro di restaurarlo e di metterlo a norma, e anche per questo poi queste cose iniziano, ma finiscono. Non si può immaginare di gestire un teatro così delicato in modo improvvisato, in modo strutturale». Dopo la conclusione dell’occupazione, il percorso per restituire il Valle alla città è proseguito attraverso una serie di passaggi amministrativi. Nell’agosto 2014, nelle more del definitivo trasferimento al Comune, il teatro venne affidato alla Fondazione Teatro di Roma, con il compito di predisporre un progetto di gestione e valorizzazione. Nel 2015 fu siglato un protocollo d’intesa tra il ministero e Roma Capitale; nel 2016 l’immobile venne trasferito gratuitamente al patrimonio capitolino. Seguirono gli interventi di verifica, messa in sicurezza e conservazione, le indagini tecniche e la progettazione definitiva ed esecutiva, sviluppata tra il 2018 e il 2021. Un cantiere pilota servì a definire le modalità di restauro degli apparati decorativi, prima che tutti gli interventi fossero riuniti in un unico appalto per coordinare tempi, procedure e lavorazioni. Il cantiere vero e proprio, avviato nel marzo 2023, ha portato infine al risultato presentato oggi. Le scritte sulle scale, le decorazioni riscoperte e le nuove strutture convivono così nello stesso edificio, che non viene restituito alla città come un monumento immobile, ma come uno spazio destinato a tornare a vivere. «È un intervento che chiude anche una ferita, perché quando tra il 2010 e il 2011 il Valle chiuse fu una ferita per la cultura», ha detto Gualtieri. Oggi quella ferita non cancella le contraddizioni del passato, ma si ricompone attraverso la riapertura di un luogo che torna a svolgere la propria funzione pubblica. A quasi trecento anni dalla sua inaugurazione, il Teatro Valle riparte dunque da Pirandello, da una prima che all’epoca sconvolse il pubblico e da una storia che continua a intrecciare architettura, arte, sperimentazione e partecipazione. Con una sala restaurata, nuove tecnologie, una gestione affidata al Teatro di Roma e un foyer ancora da realizzare, il Valle torna a essere parte della vita culturale della Capitale.
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