
Un'offensiva giudiziaria su larga scala per fermare la nuova legge elettorale prima delle prossime elezioni politiche. È stata depositata simultaneamente nei 25 Tribunali d'Italia in cui è presente una Corte d'Appello (da Roma a Cagliari) una pioggia di ricorsi promossi dalla «Rete per un voto libero e uguale», sostenuta da oltre trenta associazioni della società civile, costituzionalisti, giuristi e personalità del mondo politico e culturale.
I dettagli dell'iniziativa sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa al Senato, nella Sala Nassirya, promossa da esperti e promotori del comitato tra cui Roberto Zaccaria, Anna Falcone, Maria Agostina Cabiddu, Enrico Grosso e Pietro Adami.
L'obiettivo dichiarato è sollevare l'eccezione di incostituzionalità per portare il testo approvato lo scorso 9 ottobre (legge n. 180/2026) direttamente al vaglio della Corte Costituzionale.
Tra i firmatari del ricorso figurano l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, sindaci, parlamentari europei, rettori ed ex magistrati, affiancati da organizzazioni storiche come ANPI e CGIL, oltre a scrittori, docenti universitari e giornalisti.
«Dopo la battaglia parlamentare contro la riforma condotta dalle opposizioni, la società civile intende proseguire la contestazione nelle sedi giudiziarie per tutelare i principi costituzionali che regolano la rappresentanza democratica», spiegano i promotori.
Le obiezioni sollevate dai costituzionalisti affrontano diversi profili di illegittimità della nuova normativa, a partire dal controverso premio di maggioranza. La legge assegna infatti 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti, un meccanismo che secondo i ricorsi altera l'equilibrio della rappresentanza democratica. A questo si aggiunge il fatto che i seggi del premio vengono attribuiti attraverso liste bloccate, sottraendo agli elettori la possibilità di esprimere preferenze e concentrando la scelta nelle mani delle segreterie di partito.
Un altro nodo centrale riguarda l'indicazione obbligatoria del candidato Presidente del Consiglio, pena l'esclusione della lista, norma ritenuta in contrasto con gli articoli 92 e 94 della Costituzione poiché introduce un'investitura diretta del Premier alterando la forma di governo parlamentare. Sul fronte istituzionale, si contestano anche l'assegnazione di un premio nazionale per il Senato — che violerebbe la previsione dell'articolo 57 sull'elezione a base regionale — e il meccanismo di ripartizione nazionale dei seggi, che rischia di scollegare gli eletti dal territorio di riferimento.
Infine, il documento punta il dito sulle barriere d'accesso alla competizione e sulle garanzie democratiche. L'innalzamento delle firme necessarie per presentare le liste, che passano da 1.500-2.000 fino a 6.000-7.000 per collegio, penalizza gravemente le formazioni minori rispetto ai partiti già rappresentati. Allo stesso modo, le norme sui capilista bloccati e sulle candidature multiple riducono la trasparenza della scelta elettorale, mentre l'eliminazione del limite del 60% per singolo sesso tra i capilista rischia di indebolire l'effettiva rappresentanza femminile e la parità di genere.
L'obiettivo del comitato è ottenere un calendario giudiziario rapido affinché la Consulta si pronunci prima delle prossime elezioni politiche. Nelle intenzioni degli organizzatori, nei prossimi giorni la mobilitazione coinvolgerà direttamente anche la cittadinanza attraverso campagne informative e iniziative pubbliche a difesa del diritto di voto.
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