
Il deputato Claudio Mancini (Pd) intervistato dalla giornalista Gabriella Cerami alla Festa dell'Unità del IX municipio di Roma (Foto La Capitale)
Elly Schlein resta la candidata naturale del Partito democratico alla guida del governo, ma la questione non è la sua «adeguatezza»: è capire se riuscirà a diventare la leader riconosciuta dall’intera coalizione, tenendo insieme M5S, alleati progressisti e l’elettorato moderato che oggi resta fuori dal perimetro.
È il ragionamento sviluppato dal deputato dem Claudio Mancini, intervenuto il 16 ottobre alla Festa dell’Unità del IX municipio di Roma. Intervistato da Gabriella Cerami sul palco di piazza Cina, Mancini ha respinto l’idea di cercare necessariamente un «federatore», senza però escludere che il Pd possa indicare una personalità diversa dalla propria segretaria se servisse a tenere insieme gli alleati. Al centro del suo intervento anche il rapporto con il Movimento 5 Stelle e la necessità di allargare il campo progressista all’area civica, riformista e moderata.
Sul ruolo della segretaria Mancini non ha dubbi: «Pensiamo che abbia la forza per vincere le elezioni e governare i prossimi cinque anni». E aggiunge: «Non bisogna neanche consentire che ci sia una discussione intorno all’adeguatezza, perché il Pd ha una segretaria nazionale che è assolutamente adeguata a guidare il Paese».
Il nodo, quindi, è politico: Schlein deve riuscire a presentarsi non soltanto come leader del Pd, ma come punto di sintesi dell’intero centrosinistra.
Lo statuto dem prevede che il segretario sia il candidato naturale alla presidenza del Consiglio, ma consente anche di indicare un’altra personalità. Una possibilità che, per Mancini, può entrare in gioco se necessaria a tenere unita la coalizione.
È soprattutto il rapporto con il Movimento 5 Stelle a rendere delicata la scelta del candidato.
Mancini invita a comprenderne le ragioni: «I 5 Stelle dicono che noi non siamo il centrodestra che ha una coalizione stabile, è la prima volta che facciamo alleanza alle Politiche, non possiamo accettare automaticamente che sia il vostro leader a guidare la coalizione».
Da qui anche i dubbi sulle primarie. Una competizione produrrebbe un vincitore e uno sconfitto, che dovrebbe poi restare nella stessa coalizione e sostenerne il candidato.
C’è inoltre il timore che una vittoria di Schlein possa tradursi in un vantaggio soprattutto per il Pd. «Temono che, se il Pd candida la sua segretaria alle primarie e lei le vince, la candidatura resti caratterizzata come quella della segretaria del Pd e non come quella della leader di tutti. È chiaro che, in quel caso, traina il partito del leader», osserva Mancini.
L’obiettivo, quindi, resta costruire una leadership di coalizione e non di partito.
Nel ragionamento entrano anche alcune delle personalità indicate come possibili alternative.
Su Roberto Gualtieri, Mancini osserva che «abbia il profilo è nelle cose»: ex ministro dell’Economia e oggi sindaco di Roma, avrebbe dimostrato di saper affrontare «un problema gigantesco» come quello della Capitale.
Cita poi Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli ed ex ministro, Franco Gabrielli, già capo della Polizia e sottosegretario nel governo Draghi, e Silvia Salis, sindaca di Genova: «Ha sicuramente un appeal l’ipotesi di Silvia Salis».
Non è però, precisa il deputato, il momento di trasformare il confronto in un toto-nomi: prima va definito il perimetro politico della coalizione.
Mancini rivendica come risultato della segreteria Schlein il consolidamento del rapporto tra Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra, costruito in Parlamento e nelle esperienze amministrative.
«È nata quella che noi chiamiamo una coalizione progressista che ha una sua forza e una sua omogeneità», spiega.
Ma non basta. «L’alleanza progressista così come si è definita non è sufficiente, serve un’area ulteriore».
Il riferimento è all’elettorato civico, riformista e moderato che oggi non si riconosce automaticamente nel campo Pd-M5S-Avs. Anche per questo la scelta della leadership dovrà tenere insieme due esigenze: consolidare il nucleo progressista e riuscire a parlare a chi sta fuori da quel perimetro.
Senza accelerare, però, sulle primarie. «Penso che non si debbano fare fino a che non è svolto il ricorso alla Corte Costituzionale», avverte Mancini, perché sarebbe «surreale» scegliere attraverso le primarie un candidato sulla base di una legge elettorale che le opposizioni stanno contestando.
Se questa sarà la strada, il centrosinistra potrebbe quindi dover attendere febbraio o marzo, quando è previsto il pronunciamento della Consulta, utilizzando nel frattempo i prossimi mesi per lavorare sul programma e sul perimetro della coalizione.
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