
Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV questi giorni in Spagna, avrà anche un importante momento, nella città di Barcellona, in occasione della celebrazione della S.Messa all’interno della cattedrale della Sagrada Familia e della successiva inaugurazione della Torre di Gesù Cristo.
Abbiamo l'opportunità di intervistare l'architetto romano Claudio Renato Fantone, stimato progettista e saggista, nonché uno dei maggiori studiosi internazionali dell'architettura di Antoni Gaudí. Attraverso i suoi testi fondamentali, come "Il mondo organico di Gaudí" e il più recente "Antoni Gaudí. Architettura integrale e cultura mediterranea", l'autore, superando la pura ammirazione estetica, ha saputo analizzare il metodo progettuale e la personalità del genio catalano.

La sua presenza qui, è oggi particolarmente gradita, in quanto ci troviamo a ridosso di una data storica: il 10 giugno, giorno in cui ricorre il centenario della morte di Antoni Gaudí. Una ricorrenza che coincide con un traguardo epocale per l'architettura mondiale: il completamento della struttura verticale della Sagrada Família e l'inaugurazione della grandiosa Torre di Gesù Cristo che, con i suoi 172,5 metri, ridefinisce lo skyline di Barcellona.
Insieme all'architetto Fantone esploreremo il significato di questo storico traguardo e l'eredità del maestro.
Architetto, scrivere di Gaudí significa immergersi in una mente che percepiva lo spazio in quattro dimensioni. Nei suoi volumi fa riferimento al concetto di "architettura integrale" nelle opere di Gaudí. In che modo la sua esperienza di progettista l'ha aiutata a comprendere l'opera del maestro catalano in modo diverso rispetto a uno storico dell'arte? E qual è stata la sfida metodologica che ha dovuto affrontare per tradurre, nei suoi libri, la complessa geometria rigata del maestro?
Nei primi anni della mia carriera ho avuto la fortuna di lavorare come collaboratore presso gli atelier di due grandi maestri dell’architettura moderna italiana: Luigi Pellegrin, con il quale mi sono anche laureato, e Marcello D’Olivo. Dai maestri si "ruba con gli occhi" ogni giorno. Nei progetti di larga scala, si scendeva fino allo studio del particolare costruttivo e architettonico in scala 1:1. Ho poi portato avanti questa loro visione integrale dell'architettura nella mia attività professionale.
Il modo migliore per studiare un architetto è disegnare piante, sezioni e prospetti, osservando i rapporti dimensionali, i percorsi, le vedute e i particolari, e, in certi casi, realizzare alcune ricostruzioni tridimensionali. È il lavoro che ho svolto per questa seconda monografia su Gaudí, con l'obiettivo di cogliere al meglio le scelte progettuali dell'architetto, con riferimento alla qualità luminosa e all'esperienza cinetica prevista.
Il 10 giugno prossimo ricorreranno i cent'anni dalla scomparsa di Gaudí, e la data coincide con la solenne inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, con una cerimonia che verrà presieduta da Papa Leone XIV. Da studioso, che valore simbolico attribuisce al fatto che questo importante traguardo venga raggiunto proprio in concomitanza con il centenario?
I catalani sono un popolo tenace, capace di affrontare le difficoltà e trovare soluzioni adeguate; Gaudí ne è un valido esempio. Bisogna però tenere presente un aspetto: la Sagrada Familia è stata a lungo il "Tempio della discordia".
Dopo la morte di Gaudí, infatti, si sono create due fazioni: una a favore e una contraria alla prosecuzione dei lavori del tempio. La mia tesi è che le due fazioni sono accomunate da un'idea di divinizzazione del genio catalano: da una parte, non si deve toccare la sua opera; dall'altra, bisogna portare a termine il suo progetto.
Il tempio, al di là dell'aspetto religioso, simboleggia lo spirito dei catalani che Gaudí - anche come icona turistica - contribuisce a incarnare.
Gaudí era consapevole che non avrebbe visto l'opera finita e diceva che il suo "cliente" (Dio) non aveva fretta. Con il completamento della torre centrale, la basilica è diventata la chiesa più alta del mondo. Secondo lei, il cantiere contemporaneo è rimasto davvero fedele allo spirito originario e artigianale del maestro o la tecnologia moderna ha alterato quell'essenza?
In circa 43 anni furono realizzati la cripta, l’abside, la facciata della Natività e un campanile. Se Gaudí fosse sopravvissuto altri 10 anni al tragico incidente, quindi alla veneranda età di 84 anni, e con le persistenti ristrettezze economiche, probabilmente non avrebbe potuto realizzare altri elementi oltre a quelli realizzati dal suo discepolo Sugrañes.
Del resto, il progetto della Sagrada Familia, nella sua concezione unitaria, è in grado di metabolizzare qualsiasi intervento posteriore, frutto comunque di uno studio e di un'interpretazione da parte dei successori che si pone in rapporto armonico con la visione di Gaudí. Questo aspetto è fondamentale da comprendere. Pertanto volendo realizzare il suo progetto, ritengo che l'adozione delle tecnologie moderne disponibili sia stata una scelta necessaria e proficua.
Gaudí stesso, consapevole della complessità dell'opera, sosteneva: «Il gusto personale degli architetti che mi seguiranno influenzerà l'opera, ma ciò non mi dispiace; anzi, credo che la chiesa ne trarrà vantaggio, in quanto la varietà delle epoche nell'unità del piano generale verrà sottolineata».
Per questo motivo, il maestro catalano si è concentrato sullo studio e sulla realizzazione dei modelli dei vari elementi, come hanno sempre fatto i grandi architetti di tutte le epoche.
I modelli sono il modo migliore per comprendere le volumetrie composte da superfici rigate.
Grazie ai modelli in gesso e alle tecnologie moderne, è stato possibile portare avanti un cantiere così complesso. Anzi, ritengo che i costruttori del tempio, utilizzando le tecnologie di prefabbricazione - peraltro già impiegate da Gaudí in diverse opere - abbiano realizzato una sorta di artigianato innovativo.
È altresì pregevole, all'interno del tempio, il loro contributo al progetto: il trattamento decorativo e rappresentativo delle volte della navata centrale e delle cupole maggiori, così come le vetrate che testimoniano il gusto artistico contemporaneo e, in particolare, la sensibilità cromatica dei catalani.
Nella sua recente monografia, lei ha evidenziato il rapporto tra l'architettura di Gaudí e la cultura mediterranea, nonché il legame stretto con la luce del Mare Nostrum. In che modo questa gestione della luce naturale si materializza all'interno della navata della Sagrada Família, ora che la sua imponente struttura è finalmente chiusa?
Il maestro catalano ha ripetuto più volte ai suoi discepoli e collaboratori che la luce mediterranea inclinata a 45° esalta la plasticità degli elementi e che solo i popoli mediterranei sono i veri depositari della plasticità, e che l'architettura è solo quella mediterranea.
La luce, infatti, è un elemento fondamentale in tutte le sue opere, raggiungendo l'apice nell'uso esteso delle superfici rigate, come nelle case Batlló e Milà e nella Sagrada Familia. Nel tempio, la luce, filtrando attraverso gli iperboloidi delle volte e dei finestroni delle navate, superfici altamente diffondenti, sembra accarezzare morbidamente gli elementi. Si raggiunge l’apice.
La Sagrada Família viene definita "la Bibbia di pietra" per il suo immenso apparato iconografico. C'è un dettaglio o un elemento strutturale specifico di questo tempio che, secondo lei, è ancora oggi sottovalutato o poco compreso dal grande pubblico, ma che per lei rappresenta il vero colpo di genio di Gaudí?
Nelle chiese gotiche, rinascimentali e di altre epoche, percorrendo le navate, siamo abituati a vedere il ritmo regolare delle volte di copertura. La grande invenzione di Gaudí delle biforcazioni delle colonne a doppio giro elicoidale — ulteriore sublime creazione dell'artista — ha generato, come conseguenza organica, un'articolazione particolare dei soffitti voltati. Per la prima volta nella storia, l'iperboloide viene utilizzato come unità compositiva e diventa una sorta di "tatami" giapponese, ma tridimensionale.
L'architetto è riuscito a realizzare un ritmo singolare che si sovrappone a quello regolare delle colonne in pianta, formato dall'alternanza di volte dalla forma stellare e di diverse grandezze, che si sviluppa sia in senso longitudinale che trasversale. A questo ritmo corrisponde quello dei lucernari, gerarchicamente di grandezze decrescenti. Sembra una partitura musicale. La soluzione decorativa in mattoni, disposti secondo le rette generatrici degli iperboloidi della navata centrale e delle cupole, rende l'insieme una vera e propria magnificenza.
La storia della costruzione è passata attraverso l'incendio dello studio di Gaudí nel 1936, in cui andarono perduti molti modelli e progetti originali. In che modo, secondo i suoi studi, gli architetti successivi sono riusciti a ricostruire il pensiero geometrico del maestro per portare a termine l'opera attuale?
Il punto di svolta nella costruzione si ha nel 1985, con l’arrivo del nuovo direttore dei lavori, l’architetto Jordi Bonet i Armengol, che intraprende un percorso di modernizzazione del cantiere. Si è iniziato con un nuovo studio strutturale, dato che i parametri di sicurezza non sono più quelli del tempo di Gaudí, e si sono rinforzate le fondazioni.
Come già accennato, i modelli in gesso originali, molti dei quali ridotti in pezzi, sono stati ricomposti sulla base della documentazione fotografica originale e si è realizzata una replica in scala 1:10 della navata.
Dall'esame del modello, Bonet ha dedotto che Gaudí aveva utilizzato un sistema di modulazione basato su serie numeriche e proporzioni per definire l'organismo e gli elementi. È stato così possibile procedere con la precisa restituzione grafica tridimensionale e con la produzione robotizzata degli elementi.
Sebbene la struttura verticale abbia raggiunto il suo culmine con i 172,5 metri della croce, mancano ancora le parti decorative e la complessa facciata della Gloria. Quali sono, dal punto di vista costruttivo e urbanistico, le sfide più grandi che il cantiere dovrà affrontare nei prossimi anni prima del completamento definitivo?
Le parti decorative, presumibilmente, verranno realizzate nel corso di decenni e credo che sia un bene, in quanto darà la possibilità ad altri artisti selezionati di esprimersi.
Per quanto riguarda la facciata della Gloria, che rappresenta l'ingresso monumentale al tempio, nel progetto originario Gaudí aveva previsto la costruzione di una maestosa scalinata e di un ponte che, superando la Calle Mallorca, conduceva a una grande piazza nel lotto di fronte. All'epoca il lotto era incolto, mentre ora è densamente costruito.
Tale realizzazione è complessa e controversa, in quanto comporterebbe una modifica urbanistica con l'esproprio e la demolizione di diversi edifici residenziali e lo sfratto di circa mille famiglie e imprese. Dal 2018 è in corso un contenzioso legale tra l'associazione dei residenti e il Consiglio di Costruzione della Sagrada Família. Si tratta di una sfida grande. È difficile prevedere come verrà risolta.
Per concludere, architetto: se Antoni Gaudí potesse camminare oggi all'interno della Sagrada Família, sollevando gli occhi verso la gigantesca volta e le colonne a forma di albero illuminate dai vetri colorati, quale pensa che sarebbe la sua reazione di fronte al lavoro completato dai posteri?
Non ho dubbi. Il genio catalano direbbe "Això fa goig!" che significa letteralmente "Questo fa gioia", ovvero che è molto bello da vedere.
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