
Fausto delle Chiaie, Roma, 2021, Foto di Edoardo Iacolucci
È morto a Roma il 4 luglio 2026, all’età di 82 anni, Fausto Delle Chiaie, artista contemporaneo italiano considerato tra i primi e più riconoscibili interpreti della street art romana. Nato nella Capitale il 23 gennaio 1944, aveva portato l’arte fuori dai musei per farla vivere nelle strade, costruendo una ricerca lontana dall’idea tradizionale di esposizione: non uno spazio chiuso, ma un luogo aperto, attraversato ogni giorno da turisti, residenti, studenti, lavoratori e passanti.
Per decenni la sua Infrazione, il gesto di offrire le proprie opere direttamente a terra, sul marciapiede, ha incuriosito migliaia di persone prima di attirare l’attenzione di critici, collezionisti e istituzioni. La sua arte non chiedeva una sala, una cornice o una distanza solenne. Cercava invece il punto esatto in cui lo sguardo poteva incontrare per caso un’opera, magari tra il rumore del traffico, una fotografia scattata al Mausoleo di Augusto e una pausa lungo via di Ripetta.
Ogni mattina, per più di trent’anni, Delle Chiaie partiva da Sgurgola, piccolo comune in provincia di Frosinone dove viveva con la compagna Noreen, poetessa di origini irlandesi, e raggiungeva Roma in treno. Arrivava nel tratto tra l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto con il suo carrello, diventato nel tempo quasi un’estensione della sua figura pubblica.
Dentro c’erano cartoni, oggetti recuperati, piatti rotti, sigarette trovate per terra, cartine, sassi, tele, pennarelli, acrilici, evidenziatori, frammenti minimi raccolti e trasformati. Da quel bagaglio quotidiano nascevano opere leggere, concettuali, dadaiste, giochi di parole e disegni che potevano ricordare l’Art Brut di Jean Dubuffet, pittore e teorico francese che cercò forme artistiche fuori dai canoni accademici. Ma Delle Chiaie restava soprattutto un artista originale, un outsider del sistema dell’arte, alternativo e unico.
Il suo museo era lì, sul marciapiede di piazza Augusto Imperatore. Prima ancora aveva attraversato altri luoghi romani, dalla scalinata del Pincio alla Galleria Sciarra. Anche via dei Cappellari, nel cuore della Capitale, è stata per anni un suo teatro d’elezione, nel laboratorio di Andrea Bottai, artista e amico che gli è stato accanto a lungo.
In un articolo del 2021, quando la richiesta della Legge Bacchelli era ancora una battaglia aperta, quel tratto di via di Ripetta veniva raccontato come il luogo che Delle Chiaie aveva scelto per trasformare la strada in atelier. Più che uno studio, era un museo: da un lato opere concettuali, rifiuti e oggetti comuni riproposti sotto una nuova luce, nell’eredità di Gino de Dominicis, artista italiano legato a una ricerca enigmatica e concettuale, e di Marcel Duchamp, figura centrale dell’arte del Novecento e del ready-made. Dall’altro, disegni su tela realizzati con materiali semplici, colori immediati, linee apparentemente infantili e intuizioni ironiche.
Quell’arte, definita allora circolare, nasceva dallo scarto e tornava al pubblico. Non veniva custodita: veniva affidata. Non cercava il silenzio di una sala: accettava il rumore della città. In questo senso, Delle Chiaie non si limitava a esporre per strada. Faceva della strada il suo linguaggio.
Durante il Covid, quando Roma era più vuota, i musei erano chiusi e la vita culturale sembrava sospesa, Delle Chiaie continuava a raggiungere il suo spazio all’aperto. La sua frase, ripetuta con ironia, divenne una definizione perfetta del suo lavoro.
«Sono l’unico museo aperto»
Il suo museo non aveva porte, biglietteria, sale o custodi. Era uno spazio esposto al tempo, alla strada, alle persone. Un museo senza pareti, in cui l’incontro con l’opera poteva durare pochi secondi o trasformarsi in una conversazione.
Nel 1986 Delle Chiaie aveva dato forma teorica alla propria ricerca con il Manifesto Infrazionista. Al centro c’era il concetto di infra-azione: collocare un’opera in uno spazio urbano o artistico, spesso a terra, e poi allontanarsene, lasciandola vivere senza protezioni o mediazioni.
Era una pratica semplice solo in apparenza. In realtà metteva in discussione il ruolo del museo, il valore dell’oggetto artistico, la sacralità della cornice e il rapporto tra autore e pubblico. Achille Bonito Oliva, critico d’arte e storico dell’arte tra le figure più influenti della cultura italiana contemporanea, aveva colto questa capacità di rendere l’opera accessibile a chiunque, senza gerarchie.
«una democrazia dello sguardo»
Bonito Oliva gli chiese anche, con ironia, se soffrisse di claustrofobia, per la sua abitudine a lavorare en plein air. Era una battuta, ma anche un modo per cogliere il punto: Delle Chiaie non sembrava poter stare dentro un sistema chiuso. Aveva bisogno di aria, marciapiede, passaggio, imprevisto.
Nel 2021 Pino Giannini, scrittore e curatore vicino al percorso di Delle Chiaie, promosse una petizione su Change.org indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei ministri, allora guidata da Mario Draghi, presidente del Consiglio, e al Ministero della Cultura, allora guidato da Dario Franceschini, ministro competente per le politiche culturali. L’obiettivo era ottenere per l’artista l’applicazione della Legge Bacchelli, il vitalizio previsto per cittadini italiani illustri che abbiano dato lustro al Paese e si trovino in condizioni di particolare necessità.
L’appello partiva da una constatazione netta sulle difficoltà economiche, di salute e abitative dell’artista, allora 77enne.
«L’artista, oggi 77enne, vive in una condizione di grave difficoltà economica, di salute e abitativa che ne impedisce il dignitoso proseguimento della vita. Ha sempre vissuto della sua arte onorando con ironica genialità il Paese e la città di Roma in particolare»
Tra i primi firmatari ci furono lo stesso Bonito Oliva, Enzo Cucchi, artista di fama internazionale e protagonista della Transavanguardia, Cesare Pietroiusti, artista e allora presidente di Pala Expo, Umberto Croppi, presidente della Quadriennale di Roma, e Domenico Iannacone, giornalista Rai e autore televisivo che aveva raccontato Delle Chiaie nei suoi programmi.
All’inizio l’obiettivo era raggiungere 1.500 firme, ottenute in poche ore. La raccolta superò poi le 27 mila adesioni, diventando uno dei momenti pubblici più significativi nel riconoscimento dell’artista.
Nel 2021, quando la petizione era ancora aperta, Delle Chiaie commentava con la sua consueta ironia la lentezza del percorso.
«Eh, perché quando c’è da pagare sono sempre lenti»
Poi raccontava di una comunicazione ricevuta dalla polizia, legata alla documentazione necessaria per la pratica.
«Cose belle o brutte?»
E ancora, dopo la richiesta del catalogo delle mostre:
«però ho chiesto se poi me lo ridanno che è l’unico che ho»
La richiesta per Delle Chiaie fu accolta il 17 luglio 2023. Un riconoscimento tardivo, ma significativo. La Legge Bacchelli prende il nome da Riccardo Bacchelli, scrittore italiano e primo beneficiario del sostegno. Nel tempo è stata concessa a figure come Giorgio Perlasca, noto per aver salvato migliaia di ebrei ungheresi durante la Shoah, Franco Citti, attore simbolo del cinema di Pier Paolo Pasolini, Guido Ceronetti, scrittore e intellettuale, e Umberto Bindi, cantautore e compositore.
Nel mondo culturale romano, un precedente spesso ricordato è quello di Valentino Zeichen, poeta nato a Fiume e adottato da Roma, che ottenne il vitalizio nel 2016, a 78 anni, dopo essere stato colpito da un ictus. Ne beneficiò per pochi giorni prima della morte.
Nel 2021, interrogato su come fossero cambiati Roma e i romani negli anni, Delle Chiaie rispose senza enfasi, osservando la distrazione crescente dei passanti, attratti dai pannelli informativi sul Mausoleo di Augusto in restauro.
«Sì, ma neanche troppo. L’unica cosa che vedo che ora sono più distratti forse perché qui hanno messo queste informazioni sul Mausoleo Augusto che stanno ristrutturando e quindi leggono più queste, le fotografano. E io sono penalizzato! Le mie opere sono proprio lì sotto. Così sono più interessati al passato, mentre io sono il futuro! Comunque anche il passato è importante»
Tra un’opera concettuale e una battuta, riusciva a trasformare un piatto rotto trovato in strada in una riflessione sulla fame nel mondo. Anche quando gli veniva chiesto della politica romana, manteneva un tono laterale, lontano dagli schieramenti.
«Ah, no non lo so. Non ci penso. La politica mi confonde. L’unica cosa che chiederei è fare qualcosa per il traffico, è troppo. E un po’ meno disobbedienza ma più senso civico ai cittadini»
Delle Chiaie viveva della sua arte, e anche nelle vendite manteneva una capacità di racconto immediata. I dipinti, spiegava, andavano più delle opere concettuali. A una coppia che gli aveva chiesto una tela per le nozze d’oro dei genitori, immaginò una scena semplice e potente.
«Fammi pensare a cosa gli posso disegnare: un uomo e una donna, due equilibristi in equilibrio su una fune, che vanno verso la stessa direzione. Mi sembra perfetto, è il matrimonio»
Era questa la sua forza: trasformare un gesto quotidiano, una commissione, un oggetto povero, una battuta con un passante in un piccolo teatro dell’arte. Bastava un mazzo di fiori portato in galleria, in via dei Cappellari, per far nascere un rendez-vous improvvisato e imprevedibile.
Alle 18.30, quando il sole calava, il museo chiudeva. Delle Chiaie arrotolava le tele e le rimetteva nel carrello rosso. Nel 2011 il suo carrello, allora blu, era stato esposto alla Biennale di Venezia nel padiglione spagnolo per volontà degli artisti Dora García, artista spagnola nota per le sue ricerche sulla performance e la partecipazione, e Cesare Pietroiusti.
Quel carrello conteneva il suo lavoro quotidiano, ma anche il senso della sua pratica: l’arte come spostamento, presenza, attesa, possibilità. A chi gli chiedeva se per lui valesse l’idea del plein air quotidiano, rispondeva con poche parole.
«Certo, le cose importanti sono l’aria, la terra, il mare. Questo»
Un riconoscimento istituzionale importante era arrivato con l’ingresso dell’opera Distanziamento sociale, del 2022, nella Collezione Farnesina del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. Anche in quel caso Delle Chiaie commentò con l’ironia di sempre.
«Alla fine mi hanno appeso»
La battuta diceva molto del rapporto tra l’artista e le istituzioni: per una vita aveva esposto a terra, sulla strada, fuori dai luoghi canonici. Alla fine, una sua opera era entrata in una collezione pubblica.
La notizia della scomparsa ha suscitato commozione tra amici, artisti, galleristi, critici e cittadini che per anni lo hanno incontrato nel suo museo a cielo aperto. Andrea Bottai lo ha ricordato come un artista capace di coinvolgere persone di ogni età.
«ha intrattenuto e irretito migliaia di passanti di ogni età»
Bottai ha sottolineato anche la capacità di Delle Chiaie di far sentire la propria voce sui grandi temi attraverso una pennellata apparentemente semplice.
«Come per tutti gli artisti, nemmeno a lui sarà permesso di sparire davvero»
E ha indicato i luoghi in cui la sua presenza continuerà a vivere.
«sulle pareti delle case che hanno le sue tele, tra le righe dei libri che gli sono stati dedicati, nei frame dei docufilm che hanno provato a raccontarlo»
Bruno Pellegrino, tra le voci che hanno raccontato il rapporto tra Delle Chiaie e lo spazio pubblico romano, ne ha ricordato le opere in continua trasformazione.
«installazioni mutevoli»
Erano lavori composti con oggetti abbandonati, sassi, carte, tele e frammenti minimi, capaci di scandire per anni un appuntamento quotidiano attorno a piazza Augusto Imperatore e vicino all’Accademia di Belle Arti di via Ripetta.
«Un vero monumento all’arte come invenzione, irriverente e frugale»
Delle Chiaie ha esposto in Italia e all’estero, in Irlanda, a Bruxelles, ad Anversa e in varie gallerie italiane ed europee. È stato raccontato da documentari e reportage televisivi, tra cui Robaccia Rubbish, Ho fatto una barca di soldi, presentato al Festival internazionale del film di Roma, e dai lavori di Domenico Iannacone nei programmi I dieci comandamenti e Che ci faccio qui.
Eppure il nucleo più riconoscibile della sua eredità resta sulla strada: in quel tratto di Roma dove per anni l’arte ha preso la forma di un incontro diretto, quotidiano e senza muri. Fausto Delle Chiaie lascia la compagna Noreen e una comunità vasta di artisti, galleristi, amici e semplici cittadini, romani e non, che nella sua arte minima hanno riconosciuto un modo unico di raccontare la città e la vita.
Il suo museo non chiude davvero. Resta nella memoria di chi lo ha visto seduto vicino alle sue opere, nel gesto di chi si è fermato senza sapere perché, nelle tele finite nelle case, nei libri, nei docufilm, nei racconti di chi ha imparato da lui che un marciapiede può diventare una sala espositiva e che anche un oggetto abbandonato può, per un istante, tornare a parlare.
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