
Quello che sta accadendo nel quadrante est della Capitale, con otto ordigni esplosi in meno di due mesi, non è riconducibile alla microcriminalità. Le indagini sono in corso e la magistratura non ha ancora certezze, ma la piazza che venerdì 9 ottobre ha riunito in viale San Giovanni Bosco partiti politici, associazioni, comitati e cittadini ha pochi dubbi: dietro le esplosioni ci sono gruppi legati alla criminalità organizzata. Dal palco del presidio la richiesta è stata unanime: «si faccia chiarezza».
«Quello che sta accadendo in questo territorio non è il segnale di un'assenza dello Stato, anzi è anche conseguenza di una presenza delle forze dell'ordine: l'abbiamo avvertita questa presenza. Sono state fatte centinaia di operazioni nell'ultimo anno e mezzo», ha detto a La Capitale il presidente del VII Municipio Francesco Laddaga.
«La criminalità sta rispondendo cercando di riaffermare la propria presenza sul territorio e quindi, se la criminalità sale di livello, anche lo Stato deve salire di livello».
Laddaga ha chiesto «più risorse, più personale per le forze dell'ordine, più mezzi, più presidi» e ha lanciato l'allarme sull'accorpamento di due commissariati: «Perderemo un commissariato: questo non ce lo possiamo permettere».
Poi l'appello alla comunità: «Questa città è la nostra, questi quartieri sono i nostri e non permetteremo a nessuno di arrivare qui a farla da padrone. Nessuno resterà solo», ha assicurato il presidente.

Ma le politiche territoriali non bastano: «Ci aspettiamo di essere ascoltati, ci aspettiamo più attenzione da parte delle istituzioni competenti, soprattutto nazionali: il Ministero dell'Interno, che è responsabile della sicurezza», ha ribadito il consigliere capitolino di Sinistra Civica Ecologista Sandro Luparelli.
«Gli ordigni esplosi sono attentati di natura criminale, di organizzazioni criminali», ha aggiunto il consigliere chiedendo chiarezza: «Di che cosa si tratta? Noi ancora non lo sappiamo, non possiamo rimanere nell'incertezza».
Serve chiarezza anche per Gianluca Peciola, attivista per i diritti umani di Alleanza Verdi Sinistra: «Innanzitutto si deve pretendere verità. Quello che sta accadendo a Roma è qualcosa che riguarda i cittadini e le cittadine romane ma riguarda tutto il Paese». Per Peciola c'è un certo «pudore politico» nel parlare di mafia nella Capitale:
«Se la mafia non viene raccontata, non viene illuminata, non esiste. Invece bisogna farla esistere per combatterla». E ancora: «È evidente che è una mafia che si sta contendendo il territorio, perché quando parlano le bombe vuol dire che c'è una lotta per il dominio territoriale dei gruppi mafiosi. Ma saranno la polizia, la Questura, la magistratura a determinarlo».
A chi indaga, ha aggiunto, deve arrivare il sostegno di politica e cittadinanza: «Noi non abbiamo paura di dire che a Roma c'è una questione enorme che va affrontata con la massima determinazione, con il massimo coraggio», ha concluso Peciola.
Sulla stessa linea la presidente dell'Anpi provinciale di Roma, Marina Pierlorenzi che ha parlato di un fenomeno radicato: «Auspichiamo che ci sia un approfondimento su queste bombe che vengono ormai lanciate così di frequente in questo territorio e che sono frutto sicuramente di una saldatura tra la criminalità organizzata e la mafia».
Pierlorenzi ha chiesto di risalire ai mandanti: «Bisogna indagare bene sui mandanti di queste esplosioni perché, a mio avviso, si tenta proprio di destabilizzare il più possibile una situazione in cui la città ha bisogno invece di guardare al futuro, al domani, con tranquillità e con serenità».
Al tempo stesso ha invitato a non alimentare l'allarme:
«In questo momento sta passando un'idea di paura e di insicurezza generale anche nella vita dei quartieri. Io, che vivo da anni in questo territorio, posso dire che giro tranquillamente di giorno e di notte. Questi sono stati fatti eccezionali che devono essere monitorati con attenzione».
Per Pasquale Grosso, di Antimafia Pop Academy, la risposta non può limitarsi ai presidi delle forze dell'ordine:
«Non c'è bisogno di attendere che le bombe esplodano e che la gente abbia paura per intervenire. L'antimafia è un punto di vista dell'agire politico e pubblico del Paese», ha detto.
Grosso ha ricordato il contesto in cui matura l'escalation: «Questo non è un territorio qualunque, non è un territorio neutrale. Poi c'è stato l'omicidio di Diabolik, ci sono stati arresti eccellenti. Quindi lo sappiamo che è una questione legata alle organizzazioni mafiose che controllano il territorio».
La strada indicata è quella di «un'alleanza strategica tra le istituzioni, i cittadini, la società civile e le realtà organizzate dei territori, per creare un corpo comune». E ancora: «Presidiare il territorio fa sempre sì che non ci sia spazio per le organizzazioni mafiose. Riempire gli spazi ci sembra la cosa migliore da fare», ha concluso Grosso.

La risposta non può essere solo punitiva: «La repressione dei reati è una scelta giusta ma prima della repressione viene la prevenzione», ha detto nel corso del presidio l'assessore alla Legalità e all'Antimafia sociale del VII Municipio, Fabrizio Grant:
«La prevenzione oggi in Italia e a Roma vuol dire non tagliare i fondi per le politiche sociali, ai comuni, i fondi per la povertà, vuol dire combattere le disuguaglianze, fare la guerra alla povertà e non ai poveri, vuol dire garantire il diritto alla casa. Perché la nostra antimafia è una antimafia sociale», ha ribadito l'assessore.
Dai residenti arrivano richieste concrete.
«Mi aspetto una presenza effettiva dello Stato e non propagandistica, senza slogan sui delinquenti e sugli stranieri. La repressione va bene ma da sola non basta, serve educazione, attenzione e una presenza massiccia della polizia e dei vigili urbani nel quartiere», ha detto Giuseppe.
«La bomba è stata messa proprio nel condominio dove abito e c'è stata tanta paura», ha testimoniato una cittadina di via Calpurnio Fiamma, dove è esploso l'ultimo ordigno del quartiere Don Bosco: «Mi aspetto che il Governo intervenga il più presto possibile».
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