Roma, 11 febbraio 2026
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Da Ciampino alla Warner Bros, passando per Pechino e via Flaminia. Chi è Lorenzo Colangeli, fumettista e illustratore romano che disegna per Disney

Il viaggio “elettrocardiogramma” di Lorenzo Colangeli tra fumetti, disegni e una Roma che (a volte) ispira i suoi cattivi

di Anita ArmeniseULTIMO AGGIORNAMENTO 2 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'

«Io non ho mai pensato da bambino di fare il disegnatore. Volevo fare l’archeologo o il paleontologo». E invece oggi Lorenzo Colangeli, romano classe ’94, lavora per Disney, collabora con case editrici americane, ha realizzato disegni per DreamWorks, Warner Bros e una lunga lista di altri progetti internazionali. Ma il suo percorso, più che una linea retta, assomiglia – parole sue – «a un elettrocardiogramma. Su e giù, a picchi».

Illustrazione di Lorenzo Colangeli in memoria di Gigi Proietti

(Illustrazione di Lorenzo Colangeli in memoria di Gigi Proietti)

Se gli chiedi dove ambienterebbe una storia di villains (gli antagonisti, i cattivi) Lorenzo, in arte Gizmo, non ha dubbi e torna alla Roma che conosce meglio. «A Centocelle. Mia nonna viveva là». Un legame personale che diventa immaginario narrativo. E poi Cinecittà, che nella sua testa si trasforma in qualcosa di completamente diverso: «Quel quartiere, come realtà distopica, si presta tantissimo. Me la immagino tutta di vetro, come il covo di un distruttore di mondi».

Romano vero, di Ciampino («che è Roma», ci tiene a precisare), Colangeli cresce tra Morena, i Castelli e il liceo Albertelli. Classico, perché lui è uno che ama studiare. Ma all'epoca ancora lontano dai fumetti.

Il disegno c’è sempre, ma in sottofondo. «Ho sempre disegnato, ma non ho mai studiato disegno da piccolo. Disegnavo perché in casa si respirava arte. Mamma dipingeva. E poi ero pieno di cassette Disney perchè ce le regalavano. Per gli altri costavano tanto. Io invece praticamente avevo una videoteca».

La prima vera svolta arriva al liceo, con una borsa di studio che lo porta negli Stati Uniti. California, Oakland, in una School for the Arts nel mezzo di una delle zone socialmente più difficili della Bay Area. «Era una città spaccata in due. C’erano zone dove i tutor ti dicevano: lì non ci devi proprio entra’. Io qualche volta tornavo a casa correndo». Ma è lì che Lorenzo scopre davvero cosa significa usare l’arte come via di fuga da una società che ti affossa. «Quella scuola puntava sull’arte per dare un futuro a ragazzi che a 13-14 anni vedevi già con il crack, con le pistole. Lì ho capito quanto può essere potente questa roba».

Paradossalmente, però, in America Lorenzo molla proprio il disegno. Troppo generico. E finisce a fare canto, recitazione, teatro. «Mia madre ospitante mi ha sentito cantare e mi ha spinto lì. Ho fatto più teatro che disegno». Tornato a Roma, il rientro è traumatico. «Quell'anno è stato tremendo. Mi hanno fatto pagare il fatto di essere partito. Io studiavo, ma mi davano 3 e 4 a prescindere. L’ho pagata cara».

Poi università, lingue, cinese, fino a Pechino. Un altro mondo, un’altra crisi. «A Pechino ho capito una cosa semplice. Io lì non ci avrei mai vissuto. Mai». È il momento in cui il disegno torna a bussare. Ed è la madre, ancora una volta, a dare la spinta decisiva. Un volantino della Scuola Romana dei Fumetti, sulla Flaminia. «Mamma mi ha letteralmente portato il volantino. E lì ho detto: ok, proviamoci sul serio».

La scuola di via Flaminia, la stessa dalla quale è uscito Zerocalcare, durava tre anni. «Io sono molto idraulico. Questo è un lavoro. Non mi sento un artista maledetto. A un certo punto ho iniziato a vedere i primi soldi, le prime commissioni, e ho capito che sì, ci si poteva campare». Il vero boost arriva con il Covid. Mentre tutto si ferma, Lorenzo si chiude in casa e costruisce portfolio, partecipa a concorsi online, manda lavori ovunque. «Il Covid, per me, ha salvato la vita. Mi sono potuto concentrare solo su quello».

La svolta internazionale arriva con un concorso americano. Dieci pagine di fumetto in una settimana. Lui e uno sceneggiatore italiano vincono. Primo posto. Da lì, una casa editrice americana che diventa il suo ponte con il mercato statunitense. «Da quel concorso sono arrivate le cose grosse. Disney, per esempio, oggi passa tutta da lì».

Nessun fanatismo: «Io Disney me la vivo come un lavoro. Sono molto pragmatico. Bello, eh, ma è lavoro». Tra Villains, graphic novel, sequel ufficiali e progetti in via di elaborazione di cui preferisce non parlare, Lorenzo racconta anche l’altra faccia. I paletti, le regole, la poca libertà creativa. «Lavorare con Disney, almeno per me, significa tanti limiti. Se vedi quello che faccio su Instagram, capisci che io sono molto più libero lì».

Ed è proprio Instagram a diventare un altro snodo chiave, insieme a un agente che oggi lo rappresenta in tutto il mondo. «Prima cambiavo stile ogni due giorni. Era la mia forza, ma ero confusionario. Il mio agente mi ha aiutato ad avere una direzione. E i social mi hanno portato tantissimo. Warner, Signore degli Anelli, un sacco di contatti sono arrivati così».

(Gandalf)

Oggi Lorenzo vive a Perugia, ma Roma resta il punto zero. Nei modi, nel linguaggio, nella testa. Uno che si definisce “secchione camuffato da uno di strada”, che è passato dai ghetti di Oakland alla Flaminia, da Pechino ai fumetti Disney. Senza mai sentirsi arrivato. «Io non mi sento uno che ha fatto il botto. Ho avuto culo, sì. Ma soprattutto ho lavorato tanto. E continuo a studiare. In questo lavoro non smetti mai».

E forse è proprio questa la sua vera cifra. Non la favola del talento precoce, ma quella di uno che ha fatto mille giri prima di capire davvero chi era. Con Roma sempre sullo sfondo. E con una matita (digitale) che, alla fine, era lì da sempre.

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